Capitolo 1 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Mi trovo nel mio stanzino angusto che odora di chiuso e sono intento a scrivere la quarta di copertina come richiesto dalla casa editrice. Quando mi sento in vena prediligo sempre questa postazione. Vi trascorro ore ed ore immerso nei miei pensieri, senza accorgermi dello scorrere inesorabile delle lancette. Capita di sovente che mi scordi anche di mangiare. Oggi è proprio uno di quei giorni.
Strofino con le punte delle dita una matita mangiucchiata e la faccio rotolare su e giù lungo la scrivania. Non la uso, ma mi piace comunque averla a portata di mano semmai mi venisse in mente qualche lampo di genio da annotare alla svelta su di un notes. Il tablet posto di fronte a me riflette la mia pettinatura scompigliata e mi scopro più vecchio di quanto credessi. Attribuisco la colpa ai pixel e alla stanchezza. Del resto mi trovo qui da diverso tempo senza soddisfare nemmeno i bisogni primari. Il cursore del mouse lampeggia ininterrottamente in alto sulla sinistra. Nonostante la mia ispirazione iniziale, non ho ancora scritto niente.
Sbadiglio per la fame e il ruggito silenzioso viene subito accompagnato da un brontolio allo stomaco. Il frigo purtroppo è completamente vuoto. A meno che i cubetti del ghiaccio non siano commestibili, sui ripiani di plastica interni rimangono solo alcune uova scadute, un sacchetto di cuori di iceberg con le foglie avvizzite per la disperazione, un tubetto di maionese giunto quasi alla fine e delle lattine di birra. Prima o poi dovrò convincermi ad andare a fare la spesa se non voglio morire di fame. Sono un procrastinatore convinto e rimando qualsiasi cosa.
La sedia girevole in cuoio dove appoggio le chiappe mi si appiccica al fondo schiena e la maglietta che indosso si incolla fastidiosamente alla pelle. Appena mi sposto di qualche centimetro avverto un rumore simile allo strappo del velcro che viene solitamente utilizzato nelle scarpe dei bambini. Più o meno ogni cinque secondi mi passo una mano sulla faccia per asciugarmi dal sudore che imperla la mia fronte. Presto o tardi dovrò rassegnarmi ad installare il clima, ma una delle mie caratteristiche principali è la pigrizia. I miei genitori mi definiscono un indolente cronico e hanno perfettamente ragione. D’altronde sono troppo abulico per dargli torto.
Il caos attorno a me regna sovrano: infradito sparse dovunque sul pavimento, canottiere stropicciate appese sulle sedie, calzini abbarbicati sulle maniglie delle ante dei mobili, piatti sporchi del pranzo impilati in bilico dentro al lavabo e, ovviamente, il letto non rifatto.
Come magari avrete intuito dalla descrizione minuziosa e da qualche indizio seminato qua e là, è piena estate. Il dodici di luglio per la precisione. Me lo ricordo bene perché sono in ritardo per il regalo della mia compagna. Ho cerchiato di rosso la data sul calendario per evitare brutte figure.
Anna ci tiene moltissimo alle ricorrenze e domani compie trent’anni tondi. Un traguardo importante da festeggiare in modo speciale. Sicuramente, anche se non me lo ha manifestato in maniera esplicita, si aspetta un presente degno di nota. Quando le donne affermano «tranquillo non serve niente», significa l’esatto contrario. Lo so bene, ma comunque non mi sono ancora premurato di acquistare nulla.
La mia prima pubblicazione necessita di sforzi che non avevo messo in conto, come per esempio una tecnica di promozione. Un bravo scrittore ne deve per forza possedere una, altrimenti è spacciato. Non basta il contenuto, ma come ti sai vendere. Io, da novello totale, mi affaccio a questo mondo di squali in maniera del tutto impreparata, ma mi sto dando da fare per rimediare alle mie mancanze. Mi sono iscritto ai social ed ho creato un sito web con l’aiuto di un professionista. Aiuto che si è rivelato parecchio dispendioso, ma secondo lui utile alla causa.
Nel blog spiego chi sono e cosa scrivo. Ovviamente la schermata iniziale è interamente dedicata all’uscita del prossimo romanzo, ma ho capito che, se voglio conquistare dei potenziali lettori, dovrò inserirci dei contenuti interessanti. In base a questa esigenza posto frasi di circostanza, banalità simili alle scritte che si trovano nei bigliettini dei baci Perugina. Condivido anche riflessioni sulla mia vita privata, soprattutto su Facebook, dove c’è più visibilità. Alla gente piace impicciarsi degli affari altrui. Riporto i miei pensieri e qualcuno li commenta con il pollice alzato. Spero che i miei follower non si limitino solamente a guardare, ma, una volta che il libro sarà disponibile sul mercato, mi auguro anche che lo comprino.
Anna, la mia fidanzata storica, è orgogliosa di me, ma non mi perdonerà mai se mi presentassi all’aeroporto a mani vuote. Devo passarla a prendere domani intorno a mezzogiorno.
Il suo lavoro la porta spesso a stare lontana da casa.
Pro e contro degli ingegneri gestionali, ottimo stipendio, ma grosse responsabilità e viaggi che durano anche due settimane in giro per l’Europa. Si assenta di frequente e io rimango da solo nella mia gabbia dorata a cercare di sopravvivere.
L’azienda per cui lavora si occupa di import export di nastri trasportatori, per intenderci quei rulli dove sopra vi scorre la merce, in uso nelle varie fabbriche. Fondamentali per la buona riuscita del prodotto finale, senza di essi, infatti, è impossibile ogni produzione. Anna si interessa principalmente della logistica e del funzionamento di questi nastri, gestisce le tempistiche e verifica se vi sono intoppi durante il percorso. Un eventuale rallentamento potrebbe risultare fatale per i costi del titolare. Meno pezzi prodotti, uguale meno guadagno e quindi i rulli devono essere programmati alla perfezione e viaggiare spediti.
Anna in questo momento si trova in Spagna, nella periferia di Barcellona, mentre io albergo nel nostro piccolo appartamento in provincia di Udine in attesa del suo ritorno. Anche se me la passo bene da solo e dispongo di più spazio per me, conto i minuti che mi separano da lei. Ardo di poterla riabbracciare nuovamente. Mi manca da morire, quella donna riempie i miei vuoti. E poi mi annoio senza la sua compagnia. Certo è fantastico girare in mutande per casa e mangiare schifezze direttamente dal sacchetto comprato al supermercato, ma dopo poche ore di libertà e di virilità tipicamente maschile mi sono già stufato. Desidero condividere tutto con lei. È una persona fuori dal comune. Mi rendo conto di essere ridondante con gli elogi ma, se la conosceste come me, mi dareste ragione.
Conviviamo da circa cinque anni, ma ci conosciamo da sempre. Stiamo insieme sin dai tempi delle scuole medie. Fu il classico colpo di fulmine, simile a quello che si vede nei film e che tutti noi sogniamo nelle nostre fantasie più recondite. Ci innamorammo al primo incontro, lei frequentava la sezione «C» mentre io la «B» e durante la ricreazione le facevo sempre visita omaggiandola di complimenti, il più delle volte impreziosendoli con dei fiori. Li raccoglievo nel giardino dei miei genitori a loro insaputa. Nel giro di un mese avevo estirpato una intera piantagione.
Mia madre non disse mai nulla, ma, quando nell’aiola restarono solo tre misere rose, mi diede dei soldi per recarmi dal fioraio. La ringraziai e mi scusai per l’abominio commesso.
Anna era bellissima e genuina, una ragazza acqua e sapone. Mi sentivo sempre in difetto con lei, non mi consideravo all’altezza. Trascorrevo ore di fronte allo specchio per migliorare il mio aspetto, ma ero conscio che mai nella vita avrei raggiunto i suoi livelli.
Nemmeno con i litri di gel che mi spalmavo sulla testa. Ricordo che un giorno mi presentai a casa sua tutto inzaccherato. Lei rise e mi tranquillizzò dicendomi che non serviva stravolgere la mia capigliatura per fare colpo. Le andavo bene così come ero. Da quella volta smisi di impiastricciarmi i capelli.
Desiderai baciarla fin dal primo istante. Anna apprezzava la mia goffaggine e la sincerità con la quale le parlavo. Bastarono pochi appuntamenti per far esplodere la scintilla. Cupido ci aveva trafitti, non ci separavamo mai, trascorrevamo ore intere a baciarci e il momento del distacco era sempre straziante. Se non potevamo trovarci insieme fisicamente, allora ci chiamavamo al telefono. Chiacchieravamo in continuazione riguardo a qualsiasi argomento, nel giro di pochi secondi passavamo da un discorso frivolo ad uno decisamente più impegnato, ma la cosa bella fra noi due erano soprattutto i silenzi. Ci capivamo al volo con un semplice sguardo. Nonostante fossimo due persone molto diverse, ci completavamo a vicenda. Esisteva una alchimia tra noi, una specie di formula magica che funzionava a meraviglia.
Si capiva fin da subito chi aveva la testa sulle spalle. Ovviamente lei, io già a quei tempi ero il classico sognatore, lo studio non faceva per me e cambiavo mestiere in continuazione non sentendomi mai né realizzato, né a mio agio. Il mondo mi stava stretto e non mi sapevo accontentare. L’esperienza lavorativa più duratura fu di sette mesi, in un bar del centro, poi mi licenziai per via dei turni massacranti e della maleducazione dei clienti. Prendevo la disoccupazione e il gruzzolo bastava per andare avanti dignitosamente.
Anna soprassedeva a tutti i miei capricci, lei da brava secchiona si era laureata nei tempi prestabiliti e, subito dopo l’università, l’avevano assunta in quella grossa azienda dove lavora tutt’oggi. In un battibaleno era riuscita a scalare i vertici della ditta, fino ad ottenere stipendi di prestigio, ovvero, un sacco di soldi. Una vera e propria impresa al giorno d’oggi per una donna.
Con tutti gli stereotipi che esistono sul mondo femminile, ritengo abbia compiuto un miracolo e, per questo, tessere le sue lodi è uno dei miei passatempi preferiti. Lei si infastidisce quando le rivolgo troppi complimenti, ma non è sempre stato così.
Inizialmente, infatti, non avendo un impiego fisso, mi sentivo un fallito ed ero piuttosto irascibile. Mi inalberavo per qualsiasi cazzata, a tal punto che io stesso mi ritenevo uno scorbutico. Tenevo il broncio per futili motivi, ma, ad essere sincero, la mia compagna non mi giudicava mai. Non dava peso al fatto che lei lavorasse, mentre io oziavo.
Nonostante il mio carattere lunatico, Anna mi è sempre stata vicino, cercando le parole giuste per consolarmi e persuadermi che prima o poi sarebbe arrivato anche il mio momento. Bastava solo portare pazienza. Ci amavamo e quindi la mia inettitudine passava in secondo piano. Le devo molto. Il libro per me rappresenta una sorta di riscatto personale. Voglio dimostrarle che anche io sono in grado di combinare qualcosa di buono se solo mi metto di impegno.
Penso a cosa regalarle per trascorrere il compleanno nel migliore dei modi. Anna adora Tiziano Ferro e so che il cantante si esibisce a Lignano nel fine settimana. Il biglietto costa un occhio della testa, ma lei se lo merita. Un suo sorriso non è paragonabile ad alcuna somma di denaro.
Spero che il botteghino ne abbia ancora qualcuno a disposizione e quindi con dispiacere richiudo il portatile. La quarta di copertina può attendere, la mia fidanzata no e poi non sono così ispirato come credevo. Meglio lasciar perdere quando non si hanno idee, o si rischia di scrivere strafalcioni.
Improvvisamente odo un frastuono assordante provenire dal mio dirimpettaio. Il mio vicino di casa, come al solito, si prepara a ricevere degli ospiti. Organizza di frequente festini sui generis e mette musica ad altissimo volume fino a notte fonda. Utilizza delle casse amplificate come quelle che si trovano nelle discoteche. Capita con estrema regolarità che oltrepassi il limite e molti condòmini esasperati, tra cui il sottoscritto, richiedono l’intervento dei carabinieri per farlo smettere, ma, appena gli uomini in divisa voltano i tacchi, lui ricomincia imperterrito con il suo fracasso inaudito.
I partecipanti di questi «rave party» non si possono certo definire dei tipi raccomandabili e, secondo me ed Anna, fumano anche parecchia erba, oltre che bere super alcolici a profusione. Ad Erik pare non importare granché se ha tutti contro, al massimo passa qualche nottata in galera e poi riprende a fare ciò che vuole. Proprio per questo io e la mia compagna stiamo pensando di trasferirci. Non è più accettabile una situazione del genere.
Abbiamo adocchiato una villetta niente male, posta nelle vicinanze della zona pedemontana, ci occorre una location servita di tutto il necessario. Mezzi di trasporto, edicola, farmacia, minimarket e scuole nel circondario.
Si, perché anche se ingegnere particolarmente impegnato nel lavoro, Anna desidera come me avere dei figli e l’anagrafe suggerisce che è giunto il momento. Quell’abitazione soddisfa tutte le nostre esigenze, dobbiamo solo trovare il coraggio di compiere il grande passo.
Sto per uscire di casa quando qualcuno bussa alla mia porta. Dallo spioncino intravvedo una faccia enorme. Appartiene ad Erik, il vicino festaiolo. Ma che cosa vuole da me? Si e no che ci siamo scambiati due parole in tre anni. Forse intende supplicarmi di non chiamare i carabinieri, oppure, se è furbo, proverà ad invitarmi al party per tenermi buono.
«Vieni entra pure», lo invito accomodante, ignaro di cosa sarebbe successo poco dopo.
Quella frase fu l’inizio della mia fine. Il mio incubo peggiore stava per avverarsi.