Capitolo 14 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Questa notte non ho chiuso occhio. Anche Anna per diverse ore si è voltata e rivoltata nel letto come uno spiedino, sperimentando tutte le posizioni possibili. Temevamo che il telefono fisso suonasse ancora. Non si sa mai cosa aspettarsi da un insano di mente. Mi sento come in quel di film di Hitchcock, dove quando squilla il telefono la protagonista impazzisce. Difficile fare finta di niente e vivere normalmente in queste circostanze, ma oggi mi impongo quanto meno di provarci.
Solitamente per noi la domenica significa relax. Riposo assoluto. Negli ultimi mesi la colazione al bar in centro città è diventata un rito, possibilmente in un posto dove sfornino brioches a tutte le ore. Ci piace alzarci tardi e spesso quando ordiniamo i cornetti li hanno già terminati. Recentemente abbiamo scoperto un locale gestito da dei cinesi, sito in una via poco conosciuta del centro storico di Udine, dove accanto scorre un’antica roggia. Oltre che ad avere i cornetti fino a mezzogiorno, l’ambiente è anche apprezzato perché si può fare colazione seduti all’aperto, guardando l’acqua scorrere sotto ai propri piedi. Davvero molto suggestivo. I pochi turisti che visitano Udine ci fanno sempre capolino. Una tappa immancabile e caldamente consigliata.
Questa mattina, siccome non fa ancora molto caldo decidiamo di andarci in bici. Pedalando normalmente ad un ritmo regolare ci impiegheremo non più di quindici minuti.
Al momento ci troviamo nella nostra piccola cantina, giù nel seminterrato, e fervono i preparativi per la partenza.
«Come al solito la tua bici ha le ruote sgonfie», sbuffa Anna tastando le gomme con le dita. Inevitabilmente si macchia i polpastrelli di nero e se li pulisce con un fazzoletto di carta.
Lo ammetto, sono molto sedentario. Non mi prendo mai cura della casa e preferisco le comode pantofole ad una stancante gita fuori porta. Per questo Anna si lamenta così tanto nel vedere le nostre bici in questo stato. Evito ogni situazione che mi costi fatica e la mia fidanzata non sopporta più la mia pigrizia.
Ci fu un periodo, un passato remoto, durante il quale iniziai a praticare esercizi ginnici in palestra per rinforzare il tono muscolare, ma abbandonai dopo appena una settimana.
Troppo impegnativo. Non faceva per me sudare. E poi se non ottengo risultati immediati mi stufo subito. Provai anche a seguire una dieta a base di legumi e beveroni alla frutta tropicale, ma fu inutile, la cosa non durò neanche due giorni.
Gli affettati mi piacciono troppo, per non parlare dei dolci e tutto ciò che contiene cioccolata. Insomma la costanza e la tenacia sono verbi che non compaiono sul mio vocabolario.
Ahimè, dovrò accontentarmi dell’addome flaccido e di un filo di pancetta. Spero che in futuro Anna non pretenda di vedermi con gli addominali scolpiti o la deluderò di certo. D’altro canto non le ho mai promesso niente del genere. Meglio non creare false aspettative.
Pompo fiaccamente le ruote della bici, mentre Anna mi aspetta già in sella. Lei si che è sempre in splendida forma al contrario di me che dopo due gonfiate ho già il fiatone.
In cantina si respira un odore di muffa che dà alla nausea. Non ci rechiamo mai quaggiù, se non per ammucchiarci gli addobbi di Natale e altri oggetti ingombranti che di sopra non ci stanno più. Tutto è sistemato ordinatamente, ma la cantina conta solo pochissimi metri quadrati e quindi anche se le cianfrusaglie sono ben disposte sembra che ci sia una gran confusione. La polvere e le ragnatele invadono lo stanzino, sono anni che non diamo una bella ripulita. Essendo un maschio dovrei occuparmi io di queste cose, ma, come ripetuto più volte, presento molte carenze dal punto di vista domestico.
Un piccolo ragnetto nero e peloso corre velocissimo verso la mia bici, lo allontano con una pedata. Basta morti. Almeno lui l’ho risparmiato.
«Ci sei?» Domanda Anna spazientita.
«Arrivo.»
I nostri stomaci brontolano per la fame. Sono quasi le undici. Ce la siamo presa comoda. Come ogni domenica.
Le nuvole coprono quasi interamente il sole, ma qualche raggio riesce a sbucare attraverso di esse riflettendo sui vetri delle finestre.
Meno male che il clima è magnanimo altrimenti avremmo sudato sette camicie. Il mio sellino è posizionato troppo in basso e di conseguenza le pedalate mi costano il doppio della fatica. Ben mi sta, così imparo a non regolarlo prima. Raggiungiamo finalmente il bar. I muscoli delle cosce supplicano pietà.
Accenno un goffo stretching appoggiandomi ad un lampione, ma Anna non mi concede il tempo necessario per sciogliere l’acido lattico e mi invita a sbrigarmi. Parcheggio i bolidi nel giardinetto pubblico sito accanto ad "Ado", così si chiama il bar, allacciandoli con dei lucchetti ad un palo della luce.
La caffetteria si sta riempiendo, rimangono liberi solo due tavoli all’aperto. Sarebbe un peccato chiudersi dentro e non gustarsi la veduta sul canale. Mentre Anna prende posto, scorgo una famiglia di papere che ha trovato rifugio sotto ad un ponticello. Un bambino getta loro delle briciole di pane, ma gli animaletti non sembrano molto interessati al cibo. Probabilmente hanno già fatto colazione, non come noi dormiglioni che ci siamo svegliati tardi.
Ci accomodiamo vicino alla ringhiera. Una postazione perfetta, all’ombra e con le papere ben in vista. Ordiniamo due cornetti alla marmellata di arance, due cappuccini e due succhi all’ananas. Conserviamo l’abitudine di prendere sempre le stesse cose. Lo facevamo per scherzo durante i nostri primi appuntamenti e abbiamo proseguito con questa consuetudine per tutti questi anni. È la nostra usanza e ci unisce molto. La cameriera infatti sa già tutto e ci serve subito senza bisogno di prendere l’ordine.
Frequentiamo spesso il bar "da Ado" e ormai conosciamo tutti i dipendenti. All’inizio ai miei occhi erano tutti uguali, poi col tempo ho imparato a distinguerli. Credo comunque che anche loro dicano la stessa cosa di noi Italiani.
Sorseggio il mio cappuccio, tiepido al punto giusto. Anna spezza a metà il cornetto e dal suo interno fuoriesce del fumo. Mentre attende che si sfreddi chiacchieriamo del più e del meno, in particolare della nuova casa. L’avevamo già visitata diverse volte in passato tramite una agenzia immobiliare. Si tratta di un’abitazione indipendente che dispone di un vasto giardino sul retro. L’immobile più vicino dista almeno cento metri, piuttosto lontano dalla civiltà, ma almeno non sarei tentato di uccidere nessun altro.
Fare dell’auto ironia mi aiuta a sdrammatizzare il gesto orribile che ho compiuto. Lo so, sto impazzendo, ma ognuno ha le sue tattiche per non sprofondare nel baratro.
La nuova casa in cui vorremmo traslocare si trova nella periferia di Pagnacco, una bella zona residenziale e ben servita. Là ci vivono anche Angelo e Sara e a loro parere da quelle parti si sta bene. Zero stress e niente traffico, tipico del centro città. La maggioranza degli abitanti del paese svolge la mansione di contadino o di artigiano. Gente semplice, come piace a me.
Il fabbricato dispone di un elegante open space, un soggiorno accogliente e dei sanitari, mentre al primo piano si trovano due camere da letto, una spaziosa stanza matrimoniale con tanto di bagno padronale ed una per gli ospiti, altrettanto grande. Il pezzo forte a mio modo di vedere è un ampio salone sito dopo il soggiorno che l’agente immobiliare definisce di svago, dove, eventualmente, sistemare i giochi dei nostri futuri bimbi. Praticamente funge come stanza jolly. Una risorsa non da poco.
Ovviamente per le macchine c’è la possibilità di parcheggiare in giardino, lì di spazio ce ne è in abbondanza. L’esterno è a dir poco stupendo. Ci siamo innamorati subito della siepe che circonda tutto il perimetro. Certo sarà arduo tenerla a misura, ma per fortuna esistono le imprese di giardinaggio. Per il prato vale lo stesso discorso. Ci si potrebbe disputare una partita di calcio. Per rasare tutta quell’erba occorrerebbe una mattinata intera, ma sul mercato sono in vendita i robottini automatici. Basta avviarli e pensano a tutto loro. Sono dotati di intelligenza artificiale sopraffina ed evitano gli ostacoli. Una manna per un fannullone come me. Già mi ci vedo ad osservarli con una birra ghiacciata in mano mentre svolgono il lavoro al posto mio.
In fondo al prato, in prossimità della cucina, si erge anche un barbecue di ultima generazione. Accanto ad esso il vecchio proprietario ci ha costruito una casetta in legno di betulla dove all’interno vi sono disposti tutti gli attrezzi utili per la cura del giardino.
Per molti anni nessuno ha mai acquistato l’immobile e in effetti una spiegazione logica esiste. A pochi metri di distanza vi transitano parecchi treni merci ed inoltre il proprietario pretende di vendere l’intera costruzione già arredata. Il problema è che la mobilia si presenta vecchia e maltenuta, praticamente casca a pezzi. Tutto ciò che è di legno si stacca dalla base schiodandosi dalle ante.
Gli scaffali si stanno sgretolando, formando dei trucioli sul pavimento. Chi comprerà sarà costretto anche ad occuparsi delle spese di smantellamento, oltre che a quelle del nuovo arredo. L’ostinazione del vecchio proprietario ci frena, ma da qualche settimana ci risulta che abbia cambiato idea, fra l’altro abbassando notevolmente il prezzo. Secondo l’agente immobiliare, poi, il traffico ferroviario è scemato di molto, diminuendo a circa tre convogli al giorno. A questo punto, secondo noi, il gioco vale la candela. Vincono i pro sui contro. Quella casa è troppo bella per lasciarcela scappare.
Le campane rintoccano mezzogiorno e tutta la gente che era a messa si sta riversando al bar per l’aperitivo.
La mattinata è trascorsa via veloce e in armonia. Proprio come speravo. Saldo il conto e cediamo il posto a due signore profumatissime e vestite in ghingheri. Per gli anziani la Santa Messa è una occasione unica per sfoggiare il proprio abbigliamento. I cosiddetti abiti della domenica.
Le arzille attempate ci ringraziano e ci riempiono di complimenti affermando che siamo proprio una bella coppia. Ovviamente si rivolgono alla mia compagna, ma raccolgo comunque gli elogi ben volentieri.
La più invadente delle due ci chiede se abbiamo figli. Scuoto la testa mostrandole un mezzo sorriso. Meno male che non ho ancora detto nulla ad Anna della maternità di Sara, altrimenti ci sarebbe rimasta ancora più male.
«Allora datti da fare giovanotto», soggiunge «miss nonna» dei miei stivali, ammiccando e strizzando l’occhio ad Anna.
Con tempismo perfetto sopraggiungono i mariti e ci levano dall’imbarazzo, scusandosi per l’impertinenza delle loro consorti. Evidentemente ci sono abituati.
La giornata si sta evolvendo in maniera perfetta, quasi dimentico i miei problemi e le persecuzioni che sto subendo in questo periodo.
Inforchiamo le bici e torniamo a casa per pranzo. Anna vuole preparare la carbonara, il mio piatto preferito. Le riesce divinamente e le piace anche cucinarlo. Una combinazione perfetta per uno come me che è sempre affamato.
Trovo nel mio cestino della bici una busta bianca che prima non c’era. Mi guardo in giro. Lui è qui. Non ci perde mai di vista. Ci spia sempre, ma per me è un fantasma. Per fortuna ho la prontezza di riflessi di infilare in tasca la busta prima che Anna la scopra.
E io che per un attimo avevo pensato che fosse ritornato tutto alla normalità. Ingenuo.
«Mi aspetti un attimo che vado al bagno?» Necessito di restare solo per qualche secondo.
«Non riesci a tenerla fino a casa?»
«No, me la faccio sotto.»
Anna si mette le mani sul volto, ma almeno sorride.
«Questione di un minuto.»
Entro nella toilette degli uomini e chiudo la porta a chiave. Strappo maldestramente la busta, sono agitato per il suo contenuto. Non immagino neanche lontanamente che cosa ci troverò dentro.
Si legge una scritta analogica di colore scarlatto. «adesso ci conosciamo meglio». Poi ci sono cinque fotografie. Tutti primi piani. Il mio, quello di Anna e i volti dei tre poliziotti che ho visto al parco l’altra sera, ovvero Romita, Giuliani e il tizio con la macchina fotografica.
Ci tiene a farmi sapere che è presente in ogni momento della mia vita. Tutto ciò è agghiacciante.
Tuttavia non comprendo il significato della scritta, «adesso ci conosciamo meglio». A che gioco sta giocando? Forse si tratta di un altro indovinello, oppure di un messaggio criptato? Ho capito che gli piacciono gli enigmi. Se anche questo lo è, non riesco a decifrarlo.
Credo che per lui conoscersi meglio voglia dire scattarmi foto di nascosto. Un bel modo di fare amicizia. La cosa certa è che mi alita sul collo tenendomi sotto pressione. Ci gode nel farlo. Magari anche si eccita, chi lo sa. Mi illudevo che prima o poi si sarebbe stufato, ma ho come l’impressione che non sia mai appagato. Alza sempre la posta in palio.
Ritorniamo nella nostra umile dimora e mi gusto gli spaghetti alla carbonara di Anna. Non hanno niente da invidiare a quelli serviti in un ristorante a tre stelle Michelin. L’unica differenza è che lei non me li fa pagare e la dose è nettamente più abbondante.
Nascondo le foto sotto alla scrivania e ci prepariamo per andare al concerto. È presto ma vogliamo fare una passeggiata lungo il bagnasciuga di Lignano con una granita alla menta fra le mani.
Inaspettatamente mi appisolo sul divano. Non ho dormito parecchio stanotte ed inevitabilmente il sonno arretrato si fa sentire. Sogno di Erik che viene a vendicarsi assieme al vero assassino. Mi torturano senza pietà e mi bruciano vivo. Percepisco addirittura il calore delle fiamme invadere il mio corpo. Urlo disperato, ma nessuno mi sente.
«Ehi svegliati tesoro, stavi facendo un brutto sogno? Piagnucolavi.»
Riapro gli occhi e mi scopro tutto sudato, sia per il caldo, sia per le fiamme che sembravano dannatamente reali.
Sono così provato che perdo i freni inibitori e scoppio a piangere.
Anna mi scruta attonita. Non riesco a smettere. Singhiozzo per due minuti di fila poi fisso Anna intensamente.
«Ti devo parlare.»