Capitolo 19 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Finalmente mi viene presentano il mio avvocato, un signore anziano coi capelli brizzolati e la barba grigia incolta. Indossa degli occhiali vintage con la montatura bicolore. Il suo aspetto tuttavia è trasandato e se non fosse per il suo classico completo gessato da «Suits», non avrei mai ipotizzato che appartenesse a quella categoria.
Gli racconto tutto per filo e per segno omettendo ovviamente la parte dell’omicidio di Erik e il conseguente occultamento del cadavere. Le parole mi escono da sole, ormai conosco il canovaccio a memoria. Mentre il signor Amadio (così si chiama l’avvocato) ascolta, storce di continuo il naso e mi scruta perplesso senza mai interrompermi.
Al termine del mio resoconto dettagliato dei fatti anche lui non mi crede. «Più facile supporre che lei abbia dei problemi mentali», asserisce glaciale. Accidenti che franchezza, penso io. Evviva la sincerità.
«Non mi fraintenda, a me non interessa se lei è innocente o meno, ma le prove sono tutte contro di lei e perfino la sua compagna la ritiene instabile mentalmente.»
Annota degli appunti su di un foglio volante ed ha il vizio di cliccare il tappo della penna ogni frazione di secondo. Quel clic mi urta il sistema nervoso. Solitamente non sono così suscettibile, ma visto il contesto mi infastidisco per ogni cazzata.
«E cosa dovrei fare secondo lei?» Domando pendendo dalle sue labbra.
«Seguire la linea indicata dalla polizia.»
«Cioè dichiararmi colpevole anche se non lo sono?»
Ma dove diavolo hanno trovato i miei genitori questo pagliaccio?
«Per esperienza so che non fa alcuna differenza se lei è innocente oppure no. Contano solo i fatti e lei non si trova per nulla in una bella situazione al momento.»
Ha proprio ragione. Il ritrovamento di Giulia poi non gioca certo a mio favore. E per giunta proprio al parco del Cormor. Il vero assassino mi sta incastrando per bene.
Chissà da quanto tempo sta architettando questo piano diabolico. Bisogna dargli atto che è proprio un genio. Sarebbe un degno protagonista dei miei romanzi.
Amadio suggerisce di non sforzarmi troppo durante il test dell’infermità mentale. Tradotto, significa fingere di essere matto. Secondo lui è l’unico modo per evitare tre ergastoli.
Anche l’avvocato evidentemente mi considera spacciato. Finalmente ripone la penna all’interno della sua ventiquattro ore. Si sistema i capelli scarmigliati e mi stringe la mano.
«Allora siamo d’accordo?»
Annuisco amareggiato.
«Arrivederci signor Ermacora, si tenga riguardato.»
Non capisco se mi prende per il culo, ma lo saluto comunque. Muovo le articolazioni come un automa, mi sento un aquilone in mezzo alla tempesta. Sono in balia degli eventi atmosferici.
La polizia si è accanita contro di me evitando di seguire altre piste, soprattutto quelle da me indicate. Ragionandoci sopra non appare poi così evidente e scontato che io sia colpevole, ma ovviamente la vedo da un angolatura diversa dagli altri.
Ai loro occhi il sottoscritto risulta la strada più facile da percorrere, quella in discesa. Gli serve un capro espiatorio, un criminale da offrire in pasto ai mass media che premono per ottenere giustizia. La stampa pressa la polizia e Romita ha trovato in me una occasione d’oro. Ed eccomi qua; il povero agnellino indifeso sacrificato in cambio della sete di vendetta della gente.
In più mi sono anche dichiarato responsabile dell’omicidio. Romita con i suoi giri di parole ha provato ad imboccarmi una confessione e io ci sono cascato come un pollo. Non gli ho nemmeno concesso la soddisfazione di interrogarmi per ore, ho desistito subito. Sono proprio un debole. Il problema vero è che, arrivato a questo punto, penso davvero di essere matto. Ho perso tutto, anche il rispetto per me stesso.
Deambulo su e giù per la stanza in attesa che il mio destino si compia.
È arrivato il turno dei miei genitori. Questa notte sembra non avere mai fine. Anzi si sta facendo mattina e io non chiudo occhio da più di 24 ore. Sono stremato, la mia resilienza al sonno sta per cedere. Sconterei un quarto ergastolo in cambio di un buon cuscino.
Mi trovo sempre nella stanza degli interrogatori. Non bevo e non mangio da un arco di tempo indefinito. Forse vogliono prendermi per sfinimento. Non so nemmeno dove sia andata Anna, probabilmente l’hanno rispedita a casa.
Cerco di ricompormi per ricevere i miei. Non voglio che mi vedano in queste condizioni.
Per prima entra mamma. Si presenta struccata e con le labbra gonfie. La sua fronte è zeppa di rughe, talmente profonde che nel mezzo ci si potrebbe infilare una matita. Sicuramente stava dormendo quando la polizia la ha chiamata. Il lungo tragitto non è bastato per migliorarle l’aspetto.
Poi viene la volta di papà. Si guarda in giro stranito e zoppica leggermente dalla gamba sinistra. A giudicare dalle occhiaie, anche lui era già a letto quando il telefono ha squillato foriero di brutte notizie.
«Tesoro come stai? Ti hanno dato qualcosa da mangiare? Gli uomini qui fuori non mi hanno saputo rispondere.»
Cuore di mamma. Vengo accusato di triplice omicidio e lei pensa esclusivamente al mio stomaco. Un vizio che hanno tutte le madri del mondo.
La mia di mamma è alta meno di un metro e sessanta, capelli corti tinti di rosso e tante macchie sulla pelle. Non è vecchissima, ma non avendo mai usato creme in vita sua, i suoi 64 anni sembrano molti di più.
Dalle sue pupille arrossate intuisco che probabilmente ha pianto per tutto il viaggio. Rispetto all’ultima volta che la avevo vista è molto invecchiata, si notano molto di più le grinze sotto al mento e la pelle flaccida sulle braccia costellata di macchie marrone chiaro. Un segnale tipico di una della sua età. Ha messo su anche un po’ di pancetta. Del resto è sempre stata una buona forchetta. Mia madre non è una che ama l’attività fisica, mi assomiglia parecchio da quel lato.
Mio padre al contrario si tiene sempre allenato, a parte la leggere zoppia lo trovo decisamente in forma. Mi pare dimagrito di almeno cinque chili rispetto allo scorso Natale. Abbronzato più che mai per via delle molte ore che trascorre a prendersi cura del giardino, litiga di continuo col suo orribile riporto sulla testa. Non ne vuole sapere di rasarsi a zero ed è inevitabilmente oggetto di scherno quando si alzano delle improvvise folate di vento. Calza un paio di Jeans troppo aderenti che lo costringono a trattenere il fiato, ma rimedia con una polo di color azzurro decisamente più grande della sua taglia usuale.
Non gli è mai importato vestirsi bene, "gli abiti servono solo per ripararsi dal freddo", sosteneva sempre quando mia madre lo criticava per il suo look trasandato. Ultimamente è migliorato, ma spesso ci ricasca ed abbina alla sua mise colori davvero improbabili.
Non so se sia stato merito di mia madre, ma qualche minuto dopo il suo arrivo un agente in borghese mi porta un panino col prosciutto ed una bottiglietta di acqua frizzante. Divoro voracemente il sandwich sotto lo sguardo attento dei miei genitori. Sul volto di mamma compare un ghigno di soddisfazione.
«Dormirai qui questa notte?»
Un bel modo di chiedermi se sono in arresto.
«Penso proprio di sì.»
«È vero quello che dice Anna? » Rompe il silenzio mio padre.
«Se vuoi sapere se sono un assassino, no non lo sono.»
«Antonio ma come ti salta in mente? Certo che nostro figlio è innocente», lo rimprovera sua moglie.
Mia madre è l’unica persona che mi crede a prescindere. Conoscendola mi avrebbe difeso anche se fossi stato il mostro di Firenze. Mi duole il cuore deluderla.
«Secondo le forze dell’ordine ci sono molte prove contro di te e pensano che.. tu.. sia..». Stenta a terminare la frase.
«Pazzo papà, credono che io sia fuori di testa.» A furia di ripeterlo mi sto convincendo per davvero.
«E lo sei?» Chiede senza troppi preamboli. Mio padre è fatto così. Un tipo diretto. Nella vita, prima di andare in pensione guidava camion. Trasportava betoniere nei cantieri.
Non è mai stato molto presente ed affettuoso con la famiglia, d’altro canto non si tirava indietro quando bisognava fare gli straordinari. Un uomo semplice e ricco di valori, ma allo stesso tempo orgoglioso ed ostinato. Guai a deluderlo. Una volta quando rimediai un quattro in matematica non mi rivolse la parola per una intera settimana. Di come la pensa riguardo alla mia passione per scrivere romanzi lo sapete già.
«Ma che domande fai? Certo che non lo è.»
Mamma perora la mia causa a spada tratta e papà ricade nel suo silenzio assenso rivolgendo lo sguardo al soffitto.
Preferirei che parlasse. Vederlo così in disparte in fondo alla stanza mi deprime.
«Hai ancora fame?» Chiede mia madre tirando fuori dalla borsetta un pacchetto di cracker.
«No grazie.» Sorrido e mi viene un crampo alla mandibola. Non sono più abituato ad essere felice.
«Adesso quindi come funziona?»
«Non lo so, ma qualcuno ha deciso di incastrarmi e mi verrà in mente qualcosa per dimostrare il contrario.»
Mamma mi osserva con gli occhi dell’amore. Per lei sono ancora il suo bambino. Mi piacerebbe essere guardato così anche da Anna.
«Noi siamo con te, lo sai vero?»
A giudicare dal comportamento di mio padre non ne sono poi così tanto sicuro, ma la ringrazio comunque.
Mi salutano con un abbraccio, a dire il vero papà resta qualche passo distante da noi. Come solito non manifesta il suo affetto, ma dopo tanti anni me ne sono fatto una ragione. Mentre mamma se ne va non riesce a smettere di fissarmi. Neanche un gufo è capace di voltare la testa in quella maniera.
Mi torno a sedere sulla mia scomoda seggiola.
L’incontro coi miei è andato meglio del previsto, ma è stato davvero molto provante, per fortuna che non ho fratelli. Non reggerei altre visite. Ho bisogno di dormire.
Romita e Giuliani però hanno altri piani in serbo per me. Mi fanno alzare e mi conducono in una cella isolata. Non avevo idea che ci fossero delle stanze di detenzione anche qui in Questura. In realtà, mi spiegano che ne esistono solo due e si trovano in un edificio attiguo. Mi accompagnano in religioso silenzio.
Superiamo molti uffici deserti, vista l’ora gli impiegati devono ancora incominciare il proprio turno. Al termine del lungo corridoio la strada è sbarrata da una porta blindata, sormontata da una sorta di lampada con una luce rossa accesa. Romita digita un codice sul display a muro e contemporaneamente la luce diventa verde. L’ispettore infila delle chiavi nella serratura e finalmente il portone si apre. Oltrepassata la soglia entriamo in un ambiente che ha tutte le sembianze di un cantiere ancora in fase di costruzione. Proseguiamo lungo un corridoio con le pareti di malta grezza. Sul lato destro si susseguono dei vani vuoti e senza porte. Sulla sinistra, invece, protetti da grate esterne, si aprono grandi finestroni da cui si intravvedono le prime luci dell’alba. Il soffitto è piuttosto basso e sono costretto ad abbassare il capo per non picchiare contro dei tubi scoperti. L’ispettore mi informa che siamo quasi arrivati, qualche metro più avanti si trova la mia collocazione temporanea.
«Eccoci, ci siamo», mormora Romita, fermandosi davanti ad uno stanzino, chiuso con un cancello ad inferriata. Neanche ci trovassimo in un dormitorio nel cuore della notte. In realtà qualcuno c’è. L’ho notato disteso su di una branda nel bugigattolo precedente, che è del tutto simile a quello in cui dovrò sistemarmi io.
«Hai due ore per dormire e rimetterti in sesto, poi verrai con noi al parco e ci dirai un paio di cose», sussurra Giuliani.
Mi spingono in malo modo dentro allo stanzino e chiudono il cancello a chiave. A loro dire non si tratta di una vera e propria cella, ma ne ha tutte le sembianze. Credo che la usino per i prigionieri in transito. Hanno forse paura che rilasciandomi possa fuggire dall’altra parte del mondo? Questo significa che non sono ancora definitivamente in stato di arresto. Magra consolazione.
Accostato alla parete c’è un lettino con un materasso. Spossato, mi sdraio e con il sedere sprofondo quasi fino al pavimento. Probabilmente prima di me vi alloggiava un obeso che con il suo peso ha sfasciato la rete. Considerato il sonno che ho addosso però non è il momento di fare gli schizzinosi.
«Noi saremo di guardia qui fuori», mi informa Romita. «Cerca di riposare, dovrai essere lucido dopo.»
Mentiva, appena prima di chiudere gli occhi ho scoperto che si dava il cambio con un agente in divisa. Beato lui che è tornato a casa dalla propria famiglia. Un lusso che io non potrò più permettermi.
Dopo pochi minuti lo stanzino si è illuminato a giorno, ma non è affatto un problema per me chiudere gli occhi e dormire.
Mi sembra di essermi appisolato solo per qualche minuto, ma secondo l’agente di guardia ho russato per due ore di fila.
Le chiavi che si infilano dentro al buco della serratura provocano un rumore assordante. Mi fanno male i timpani ed ho la gamba informicolata per la posizione scomposta che ho assunto durante la fase rem.
Romita sembra bello riposato, a differenza mia che mi sento uno straccio.
«Dobbiamo andare.»
«Anna dove è?»
«A casa, la potrai incontrare questo pomeriggio sul tardi, la contatterò io personalmente per spiegarle dove venire a trovarti.»
«Che vuol dire? Non tornerò qui?»
«Se tutto va bene e procede liscio, sarai trasferito entro stasera nel carcere di Tolmezzo.»
Se tutto va bene? Per lui forse, non di certo per me. Accidenti, là risiedono i mafiosi pentiti e i peggiori criminali di tutta Italia. Che fine ha fatto il discorso dell’infermità mentale?
Non ho la forza di replicare, sono distrutto ed affamato. Non mi hanno neanche concesso di lavarmi i denti. Nemmeno un caffè per riprendermi.
«Non ti preoccupare, se farai il bravo ti sposteremo dopo neanche due settimane, dipende solo da te.»
Per la prima volta da quando mi trovo qui vengo ammanettato ed è una sensazione davvero spiacevole. Il «clic» metallico attorno ai polsi mi rammenta che sono in arresto. Fino adesso mi hanno trattato coi guanti, da questo preciso istante inizia il mio calvario.
«Salve ispettore», borbotta una voce rauca.
È il mio vicino di «cella». Mi sono dimenticato di non essere solo, il richiamo di Morfeo era troppo potente.
«Verrà anche il tuo momento non avere fretta.» Romita lo affronta con astio.
«Tu che hai combinato per essere qui?» Chiede rivolgendosi a me. I suoi occhi azzurri risaltano nella penombra.
«Niente che ti riguardi», interviene l’ispettore al mio posto intuendo che me la sto facendo sotto. Quel tipo è inquietante.
«Io invece ho soddisfatto delle puttane e per questo mi trattengono, non è assurdo? Dovrei scoparmi anche sua moglie, così capirebbe che razza di troia è.»
Romita ignora le sue provocazioni invitandomi ad imboccare il corridoio.
«Secondo me è una che urla.»
«Verrà anche il tuo momento», ripete Romita visibilmente irritato. Lo vedo stringere i pugni.
Mi fa strano trovarmi nello stesso posto dove è tenuto prigioniero uno stupratore. Mi ritengo ancora una persona buona. D’altronde è normale che io sia qui, il mio reato è ben più grave del suo.
Gli agenti mi scortano fino in strada, rifacendo il percorso da cui siamo arrivati. Dietro di me camminano cinque persone in divisa ed una donna in borghese. Da come si rivolge a Giuliani deduco sia una psicologa criminale. Ne ha tutto l’aspetto, magra, capelli lisci e lineamenti del viso dolci. Quando parla si fa fatica a sentirla. Mi ricorda tanto la gentilezza delle infermiere.
Saliamo su una volante e Romita si siede accanto a me.
«Sono necessarie queste manette?»
«Direi proprio di sì, te la devi guadagnare la nostra fiducia.»
L’autista spiega le sirene e un corteo di quattro macchine parte a tutta velocità dalla centrale di polizia. Direzione parco del Cormor.
Il viaggio con tanti veicoli dietro a quello principale che funge da apri pista, ha tanto l’aria di un funerale. Il mio funerale.