Capitolo 2 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Il mio vicino di casa è già palesemente ubriaco e l’orologio segna solamente le cinque del pomeriggio.
«Avrei bisogno di un favore» biascica, mangiandosi metà delle parole. Barcolla vistosamente ed allarga le braccia per tenersi in equilibrio. Forse è addirittura fatto. Emana un odore forte, pungente, ma non riesco a classificare quel tipo di olezzo disgustoso. In fondo non mi intendo di droghe o porcherie simili. L’unica canna che mi hanno costretto a fumare i miei compagni di classe molto tempo fa, quando ero alle superiori, sapeva di caramello bruciato e appena dopo due tiri ero corso in bagno a vomitare.
Erik mi si avvicina con fatica ed uno sbuffo fetido quasi mi stordisce. Ora che mi viene in mente puzza di cane bagnato.
Ingenuamente lo faccio accomodare sul divano, più che altro per educazione e perché ho la netta sensazione che, se non si siede subito, casca a terra come un pero. Non mi preoccupo nemmeno di rimettere in ordine la stanza, tanto non credo che ad Erik importi molto del bon-ton, considerato il suo aspetto sciatto. Porta una barba di almeno cinque giorni e sotto al pomo d’Adamo si intravede un lembo di pelle irritata. Lungo le guance spuntano qua e là dei ripugnanti brufoli arrossati. Gli occhi gonfi e le palpebre aperte a stento confermano che anche la sera precedente ha alzato parecchio il gomito.
«Dimmi ti ascolto», dico mentre sposto due cuscini per fargli spazio.
«Ho bisogno di un prestito», sputa il rospo senza girarci troppo intorno.
Incredibile come pronuncia quella frase con distacco e senza nemmeno degnarmi di uno sguardo. Con che faccia tosta si presenta qui per chiedermi dei soldi? Manco ci conosciamo. Probabilmente ha già effettuato il giro di tutto il condominio senza successo e gli resto solo io come ultima ancora di salvataggio.
«Mi spiace, ma al momento non posso», rispondo imbarazzato. Accidenti a me che l’ho fatto entrare.
Erik rimane impassibile a fissarmi, scuote il capo e non accetta il mio rifiuto. Mi squadra con le pupille dilatate e sgranate come se avesse appena visto un fantasma.
Per un istante rabbrividisco a causa dell’espressione losca che ha appena assunto. Non so come rompere il silenzio e quindi lo invito ad andarsene.
«Adesso devo proprio uscire, prova a chiedere alla banca», propongo per levarmelo di torno.
Erik però non si sposta di un centimetro, anzi allunga con nonchalance i piedi sul pavimento e si stiracchia. Le sue gambe ossute sono costellate di vene varicose e, nonostante abbia qualche anno meno di me, presenta già diverse caratteristiche tipiche della vecchiaia. Possiede una corporatura scheletrica ai limiti dell’anoressia e gli abiti larghi che indossa lo rendono ridicolo.
«Mi servono dei soldi ti prego, prometto che te li ritorno», ripete sbadigliando.
Fatica addirittura a rimanere sveglio. Il suo atteggiamento mi dà sui nervi. Non capisco se mi prende in giro o fa sul serio. A tratti sembra ubriaco, ma qualche attimo dopo ritorna più lucido che mai.
«Non insistere per favore», declino prendendo in mano le chiavi della macchina.
«Nemmeno se ti regalo un po’ di erba?»
«Non fumo grazie.»
«Tutti fumano», sorride sghembo mostrandomi i denti gialli. Classica peculiarità del fumatore incallito. Anche il suo alito cattivo che sa di tabacco dimostra che, come minimo, si fa fuori un pacchetto al giorno.
«Beh io no. Non sopporto nemmeno il fumo passivo.»
«Tu sei l’esempio vivente di un bravo ragazzo, non è vero?» Mi sbeffeggia con arroganza.
«Non ho detto questo, ma adesso sono proprio di fretta.»
Apro la porta per farlo uscire, ma Erik ha ben altre intenzioni. Si alza lentamente dal divano per dirigersi verso la scrivania, ispeziona con la coda dell’occhio il PC sul quale stavo scrivendo poco prima e sposta alcune matite. Come se non bastasse tamburella impazientemente con le dita sopra di esse. Il ticchettio sembra compiacerlo.
«Anna come sta?» Domanda all’improvviso.
Impallidisco. «Come fai a sapere come si chiama?»
Sul campanello compare solo il mio di nome e sicuramente non c’è stata alcuna occasione in cui possa avere avuto modo di conoscere Anna.
«Tutti qui conoscono la tua ragazza, qualcuno anche se la scopa», mi provoca, senza battere ciglio. La sua impertinenza è disarmante.
«Ma che cavolo stai dicendo? Senti vattene da casa mia o chiamo la polizia», minaccio, alterato dalla sua sfrontatezza.
«Ehi amico, stai tranquillo, non sono io quello che si scopa la tua donna, cioè si mi piacerebbe, ma credo di non interessarle.»
Terminata la frase gli compare sulle labbra un ghigno indecifrabile.
«Adesso basta», grido arrabbiato. Erik mi osserva divertito ed appare sempre più sobrio.
«Come siamo suscettibili», ridacchia malizioso. Nel frattempo continua imperterrito a girare per la stanza con passo cadenzato. Probabilmente spera di trovare del contante. Non posso fare a meno di notare che ai piedi calza delle enormi scarpe da ginnastica firmate, decisamente più grandi rispetto al suo numero. Quando solleva i talloni da terra, gli avanzano parecchi centimetri sul retro. Quasi sicuramente le ha rubate.
«Ti posso dare cinquanta euro, basta che poi te ne vai», esclamo esasperato.
Lo stronzo inspira rumorosamente col naso e sembra valutare la mia proposta. Digrigna i denti e sospira profondamente. Accidenti quanta teatralità.
Sbatte le palpebre velocemente, ma non capisco se ha un tic oppure mi prende per il culo. Quasi mi ignora dandomi le spalle. Si muove con assoluta calma, come se stesse gironzolando dentro casa sua. Paradossalmente tra i due sono io l’estraneo, quello a disagio.
Di punto in bianco sembra che soffra di mutismo. Mi fa incazzare quando uno non risponde. È segno di maleducazione.
Non mi piace per niente ospitare un soggetto del genere, Erik è fuori di senno ed un tossico in cerca di una dose può perdere la brocca da un momento all’altro. Inizio a temere per la mia incolumità e quindi decido di essere accondiscendente, non si sa mai cosa passa per la testa a certa gente.
Sto per tirare fuori dal portamonete delle banconote, ma poi me ne pento subito e le infilo in tasca.
Erik osserva il mio gesto con estrema attenzione. Si blocca in mezzo alla stanza per soppesarmi, almeno questa è la mia impressione. Rimane in silenzio a squadrarmi da capo a piedi con dipinta sul volto una espressione di disgusto. Eppure fra me e lui non esistono dubbi su chi dei due se la passi peggio.
Il cafone indossa dei pantaloncini corti da calcio rossi a vita bassa e, appena si flette un pochino, si scorgono le mutande in bella vista; per non parlare della t-shirt demodé, macchiata di sugo di pomodoro all’altezza della spalla sinistra. Inoltre le sue costole sporgono vistosamente dal torace. Sono così appuntite rispetto alla sua esile corporatura che si intravedono attraverso la maglietta. Mi fanno impressione. Tutto il suo aspetto descrive per bene che razza di personaggio mi trovo di fronte. Certe volte l’abito fa il monaco e lui con il suo vestiario pacchiano ne è la dimostrazione lampante.
«Ma non ti vergogni?» Chiede di botto appropinquandosi verso di me fino ad arrivarmi ad un palmo dal naso. Di nuovo le mie narici percepiscono quella fragranza sgradevole di cane bagnato. Resisto stoicamente senza vomitare; finalmente ha ritrovato il dono della parola.
Arretro con il busto spostando il peso sulla gamba destra, non tanto per paura, ma per ribrezzo. Detesto dialogare con le persone in modo così ravvicinato. A maggior ragione se odorano di sudore o peggio.
«Con tutti i soldi che guadagna Anna, tu mi regaleresti solo così pochi spiccioli?»
Rimango basito. Il mio vicino di casa ne sa troppo riguardo alla mia vita privata, ma questo non è il momento di pensare a come ha ottenuto tutte quelle informazioni.
Indagherò più avanti, adesso devo solo cacciarlo via da qui. Spazientito lo prendo sotto braccio per accompagnarlo all’uscita.
«Ehi! levami le mani di dosso o ti denuncio.»
«Esci per favore o davvero chiamo la polizia, non sto scherzando.»
Erik si dimena così vistosamente che somiglia ad un epilettico in preda alle convulsioni; gesticola animatamente e un suo dito mi finisce accidentalmente dentro all’occhio.
«Tu e quella puttana della tua ragazza vi pentirete di non avermi accontentato», urla a squarcia gola.
Punzecchiato nell’orgoglio per l’insulto gratuito rivolto ad Anna gli stringo più forte i bicipiti e con decisione lo spingo verso la porta.
Senza alcun preavviso, il codardo mi pianta una gomitata sul fianco lasciandomi senza fiato.
«Ben ti sta», sghignazza bieco. «Non finisce qui, saluta la troietta mi raccomando.»
A questo punto non ci vedo più dalla rabbia, voglio tirargli un cazzotto in faccia.
«Vieni qui pezzo di merda», richiamo la sua attenzione.
«Fatti sotto», invita Erik mostrandomi i pugni.
Non ho mai picchiato nessuno e non so nemmeno da che parte cominciare, ma desidero dare una bella lezione a questo drogato. Colgo l’occasione anche per vendicarmi di tutte le notti passate in bianco per colpa delle sue cavolo di feste rumorose.
Ci affrontiamo al centro del ring ballonzolando in cerchio. Prendo l’iniziativa provando a colpirlo dritto sul mento. Il primo gancio va a vuoto fendendo l’aria e il secondo viene parato agilmente dal mio avversario. Evidentemente Erik è più abituato alla lotta rispetto al sottoscritto, infatti mi assesta un calcio dritto sui genitali senza che me ne accorga. In fondo nessuno ha stabilito delle regole dove non valgono i colpi bassi. In una rissa tutto è concesso. Schivo di un soffio un uppercut e per poco non perdo l’equilibrio.
«Sei una femminuccia. Secondo me la tua puttana picchia meglio.»
L’ennesima provocazione mi fa andare su tutte le furie. Abbasso la testa e carico come un ariete contro il suo stomaco. Gli piombo addosso con tutto il mio peso e caschiamo a terra doloranti. Erik sbatte la testa contro lo spigolo della sedia prima di cadere sul pavimento. Mi trovo sopra di lui e desidero colpirlo violentemente, ma purtroppo è svenuto. Gli tiro comunque uno schiaffo perché se lo merita tutto.
Mi rialzo respirando affannosamente e con il pollice asciugo la bava dai lati della bocca. Mi sento un animale, ma in questo momento sono fiero del mio coraggio. Non mi consideravo capace di arrivare a tanto, ma Erik ha fatto leva sui miei punti deboli.
Una fitta al fianco mi impedisce di respirare a fondo e di muovermi come vorrei. Per mitigare il dolore torno a genuflettermi accanto a lui.
«Alzati e scappa se non ne vuoi ancora», gracchio passandomi l’avambraccio sulla fronte sudata.
L’idiota non risponde, non immaginavo si potesse svenire così facilmente. Mi acquatto sopra di lui e lo prendo da sotto le ascelle per sollevarlo da terra. I sensi di colpa bussano alla porta della mia coscienza. Ho decisamente esagerato a reagire in quel modo. In futuro non me lo sarei mai perdonato.
Mentre mi abbasso, noto intorno ad Erik una macchia rossa scarlatta espandersi lungo il pavimento. In cucina vi è posato un parquet di colore chiaro e quindi la chiazza si distingue nitidamente. Osservando meglio mi accorgo che quello che fuoriesce dalla testa del mio nuovo nemico è sangue. Sangue, porca puttana.
Dio santo la questione si fa seria. D’istinto mi allontano dal corpo. Mi si è fermato il battito, lo cerco posandomi una mano aperta sul petto, ma non avverto niente. In preda al panico incrocio le braccia dietro alla nuca. Dio mio che cosa ho fatto. Disperato mi inginocchio a terra sbattendo malamente gli stinchi. Non può essere morto dannazione, non in questa maniera assurda. Devo verificare. Accosto l'orecchio sullo sterno per sentire se respira ancora, ma niente, nemmeno uno sbuffo. Neanche il cuore dà segni di vita. Fisso il corpo inerme ed attendo pazientemente che si risvegli, ma quel figlio di buona donna non si muove.
È morto e l’ho ucciso io. E per giunta pure in casa mia, dopo una violenta colluttazione che di sicuro hanno udito anche i vicini. Come se non bastasse le mie impronte digitali e le sue si trovano dappertutto. Sono spacciato. Cammino su e giù per la stanza senza meta. Non riesco a ragionare.
Dovrei quanto meno chiamare una ambulanza, ma temporeggio. Una volta qui, i paramedici si accorgerebbero subito che Erik non è semplicemente rovinato a terra a causa di un infarto. Realizzerebbero senza difficoltà che sono io il responsabile di quello che gli è accaduto. Di colpo torno a captare i miei battiti del cuore. Ora li sento forte, pulsano all’impazzata, quasi ad esplodermi dentro al petto. Provo a rilassarmi ispirando a fondo e cerco di valutare attentamente la situazione e le eventuali conseguenze.
Ho appena ammazzato una persona e il mio unico problema è quello di pararmi il culo. Medito in fretta su come agire e penso a cosa raccontare quando ritroveranno il cadavere. Legittima difesa? Forse, ma comunque una spiegazione rischiosa e tutta da verificare poi al processo.
Cerco qualche spunto dagli innumerevoli libri gialli che ho letto, ma non riscontro niente che mi torni utile. La vita reale è ben lontana da tutte quelle belle parole sparse oculatamente fra le varie pagine dei miei romanzi ed incombe come una spada di Damocle sopra alla mia testa.
Come posso salvarmi da un contesto del genere? Sono un assassino e pagherò per le mie colpe. La mia vita è finita in pochi secondi, tutto sta accadendo troppo in fretta. Piango rannicchiato su me stesso con la nausea che mi assale la gola. Vorrei ficcarmi un coltello nello stomaco per morire anche io, quando improvvisamente vengo folgorato da un’illuminazione. Perché trascorrere il resto dei miei giorni in galera? In fondo ho ucciso uno stronzo, e per sbaglio poi. A chi può importare di Erik? Un drogato da quattro soldi, un parassita della società e probabilmente anche uno spacciatore. Prima o poi sarebbe comunque morto per overdose in qualche meandro malfamato della città.
Ci rifletto sopra per alcuni secondi e pian piano una folle idea prende forma dentro alla mia testa.
Ho deciso. Non finirò dietro alle sbarre perché nessuno è al corrente dell’omicidio. Nessuno dovrà saperlo. Nessuno.