Capitolo 20 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
«Su forza scendi e fai attenzione alla testa.»
Le premure di Romita mi sembrano alquanto eccessive e fuori luogo, si preoccupa per la mia incolumità. Il suo riguardo mi lusinga, ma credo che tutte quelle attenzioni dipendano soprattutto dal fatto che sull’ultima volante, ovvero dove sono stato accomodato anche io, siede il mio avvocato. Il puntiglioso ispettore non lascia nulla al caso e si tutela da eventuali appigli giuridici da parte del mio legale. Tuttavia quest' ultimo pare quasi disinteressato dalla faccenda e si dilunga con decine di chiamate di lavoro. Da come disquisisce e gesticola deduco stia argomentando riguardo a cavilli burocratici. Ha menzionato svariate volte delle pratiche insolute da risolvere. Da quando siamo partiti non ha mai staccato l’orecchio dallo smartphone.
«Facci strada», ordina Giuliani spintonandomi verso la stradina di ghiaia ed infischiandosi delle buone maniere. Tra gli agenti, lui è decisamente quello meno garbato.
Appena smontato dall’auto noto uno stormo di corvi gracchiare a bassa quota. Volteggiano minacciosi attorno ad una quercia. Due di loro stanno litigando a suon di beccate per il possesso di un ramoscello. Brutto segno. La giornata non presagisce nulla di buono. D’altronde c’era da aspettarselo.
Effettuo un giro su me stesso di trecentosessanta gradi e sento gli sbirri confabulare fra loro. Staranno spettegolando sul sottoscritto, riguardo alla mia aria spaesata. Penseranno che ho perduto il senso dell’orientamento, ma si sbagliano. Il fatto è che alla luce del giorno mi appare tutto diverso. Perfino i sassolini della strada principale dell’ippovia mi sembrano più fini e biancastri. Anche il verde degli alberi e dell’erba circostante è nettamente più vivido rispetto a come lo ricordavo. Nei miei incubi sognavo questo posto addirittura di colore scuro. La notte è davvero ingannevole.
Dietro di me si trova il deserto più totale. Delle campane in lontananza rintoccano le otto, non c’è ombra di scambisti o trafficanti del sesso. Nemmeno un corridore in bicicletta o qualche signore a spasso con il cane. Che ironia penso fra me e me. Quando desideravo non ci fosse nessuno, mi è capitato di incontrare molteplici individui. Il solito fortunello. Non me ne è andata dritta una. Comunque è normale che questa zona adesso non sia battuta.
Le attività losche hanno luogo soltanto col favore delle tenebre. E poi è lunedì mattina presto. La città si deve ancora svegliare.
«Quindi?» Mi esorta Giuliani schioccandomi arrogantemente le dita sotto al naso. Mi ero imbambolato a fissare il paesaggio. Forse perché credo sia uno degli ultimi che vedrò dal vivo. Lo ignoro e respiro a pieni polmoni. Mi voglio godere questi ultimi istanti di libertà. Alle mie spalle tutti i presenti chiudono in sincrono le portiere delle proprie auto e l’unica rappresentante del sesso femminile appartenente alla nostra singolare comitiva si avvicina posizionandosi di fronte a me.
La osservo per bene. Se ne infischia di trovarsi in minoranza ed intuisco subito che è abituata a certi commenti sgradevoli da parte dei suoi colleghi maschilisti. Lo capisco dalla sua camminata spavalda. Una donna minuta, ma sicura di sé. I suoi occhi color nocciola sono gentili, ha delle belle labbra carnose che non si chiudono bene al centro della bocca lasciando intravedere degli incisivi appena sporgenti. Rimane comunque una bella signora di mezza età che sa il fatto suo.
«Buongiorno Alex, va bene se ti chiamo Alex?»
Annuisco col capo, non comprendo tutte queste formalità. Conosce benissimo il mio nome.
«Sono la dottoressa Giacomini in servizio al centro sanitario di Viale Venezia e collaboro con l’unità speciale omicidi della polizia. Mi trovo qui in merito al ritrovamento di Giulia Cosatto e vorrei assicurarmi che tu stia bene.»
Sputa fuori le parole come una mitraglietta, ad occhio e croce si è imparata la tiritera a memoria. Chissà quante volte al giorno dovrà ripeterla con il mestiere che svolge. Gli altri agenti sono visibilmente seccati dalla sua presenza. Probabilmente la considerano di intralcio. Credo di intuire che la sua figura sia solo una proforma. Nonostante gli sguardi ostili che ha puntati addosso, recita il suo copione con discreta professionalità ed ogni tre parole si sposta una ciocca di capelli che le finisce puntualmente in bocca.
«Lei è consapevole di dove stiamo andando?» Insiste con il proprio canovaccio.
Esito per una frazione di secondo e mi guardo attorno. Tutti mi squadrano accigliati, pronti ad impugnare le proprie pistole, neanche fossi Hannibal Lecter. Manca solo che mi infilino la museruola.
«Risponda alla dottoressa per favore», interviene Giuliani dandomi un buffetto sulla guancia.
Romita lo fulmina con lo sguardo e la Giacomini lo fa subito allontanare. Evidentemente a Giuliani sto proprio antipatico e Romita teme che il suo collega commetta qualche atto impudente. Il mio legale se ne frega altamente di quel gesto sgradevole e continua imperterrito con le sue chiamate. Per precauzione Giuliani viene defilato nelle retrovie. Lo vedo masticare amaro per l’ammonimento appena ricevuto.
«Certo che so dove mi trovo, e so che cosa stiamo facendo.» Non sono rincoglionito, vorrei aggiungere.
«Se non se la sente possiamo rimandare», vocifera garbatamente la donna. La sua gentilezza mi tranquillizza. Vorrei tanto illudermi di poter contare su di lei, ma so bene che sta solo svolgendo il proprio lavoro, ovvero quello di mettermi a mio agio. Devo ammettere però che in questo è piuttosto brava.
«Ce la faccio», sospiro infondendomi coraggio.
Il mio avvocato finalmente ha riposto il cellulare nelle tasche, ma resta sempre qualche passo dietro di me e non apre bocca.
«Portaci da Modonutti», intima Romita impaziente.
Mi incammino lungo la stradina ghiaiosa e tutti mi seguono.
Oltrepassiamo la zona transennata che delimita l’area dai non addetti ai lavori. Pochi metri più avanti sono costretto ad abbassare la testa per superare i nastri di color giallo nero che impediscono ai curiosi di percorrere quel sentiero. Le zanzare sono già in piena attività e ci accompagnano nel sopralluogo pungendoci in ogni dove. Le volte precedenti ero talmente preso che non sentivo nemmeno prurito.
Riconosco subito il faggio altissimo. Quante volte mi è apparso in sogno senza preavviso. Di notte mi sembrava ancora più gigantesco. Sfiorava la luna con le fronde. Il mio subconscio lo rievoca in questo modo.
Mentre intraprendo la via che conduce ad Erik mi viene in mente che è in ballo il mio futuro. Devo decidere in fretta se recitare la parte dello squilibrato o meno.
Opto per non forzare troppo la mano, tanto i presenti mi ritengono matto comunque. Non serve ostentare nulla.
«Vedo che conosci bene la strada», si compiace Giuliani stringendomi il braccio così forte che mi provoca dolore. Non protesto e soffro in silenzio. Non voglio fare la vittima, me lo merito. Lamentarsi significherebbe dargliela vinta.
«Stia lontano da lui», abbaia la dottoressa.
«Va bene, va bene, mi assicuravo solo che non inciampasse», la sbeffeggia.
Romita sbuffa e solleva gli occhi al cielo.
Cerco il tronco gigante come punto di riferimento, ma dall’ultima mia visita, l’erba è cresciuta ancora per colpa delle piogge notturne. Scorgo poco più avanti altri nastri divisori e di istinto mi dirigo da quella parte. Un passero vola via impaurito disturbato dalla nostra presenza. Non si aspettava certo di incontrare degli umani da queste parti.
Tutti mi stanno alle calcagna in religioso silenzio, la pantomima è soltanto una messa in scena per mettermi alla prova. Vogliono avere la conferma che sia io il colpevole, semmai ci fossero ancora dubbi. Una sorta di caccia al tesoro praticata da chi ha nascosto il tesoro.
Urto contro una pietra e quasi casco a terra, ma Giuliani prontamente mi sorregge.
«Peccato che non sei caduto ed hai rotto i denti», alita dentro al mio orecchio.
«Adesso basta, ma che ti prende? Lo rimprovera Romita sbirciando con la coda dell’occhio il mio avvocato.
«Scusa capo.»
Chiudo gli occhi ed annuso il profumo dell’erba. Immagazzino questa emozione e la conservo in un cassetto del cervello. Approfitto di ogni bella sensazione. In carcere fiuterò solo l’odore di sudore degli altri detenuti o del rancio della mensa. Ammiro il panorama, ma non riesco ad orientarmi. Incredibile come non sia in grado di scovare il posto dove ho imboscato il cadavere. Per puro caso riconosco la singolare specie di mangrovia alla mia sinistra. Spalanco gli occhi per lo stupore quando trovo a pochi passi da me, appena oltre i nastri della polizia, il cespuglio dove ho nascosto Erik. Di notte le distanze mi parevano diverse. Alla luce del giorno cambia totalmente la prospettiva.
Un vero colpo di fortuna, o forse no? Il ritrovamento combacia con la mia fine.
«Eccolo», esclamo indicando l’arbusto o quel che ne resta. Le ramaglie attorno ad esso si stanno espandendo a dismisura. I sensi di colpa mi mordono lo stomaco, ma allo stesso tempo mi sento sollevato. È finita. Finalmente posso smetterla di raccontare bugie.
«Ma ci prendi per il culo? Ma porca di quella puttana.», impreca Romita mentre ordina a Fontana di posare la macchina fotografica.
«Ma sei rimbambito? Risparmia il rullino, non vedi che è il corpo della ragazzina?»
Strabuzzo gli occhi. Sotto al cespuglio, circondata da dei conetti di plastica disposti dalla scientifica, giace la povera Giulia.
Muovo un passo incerto verso la poveretta.
«Non ti avvicinare pezzo di merda.»
Giuliani mi strattona per la maglietta con violenza, ma la dottoressa lo redarguisce invitandolo a mantenere la calma.
Romita si piazza ad un centimetro da me. Sento lo sbuffo delle sue nari. È a dir poco adirato. «Ti stai per caso facendo beffe di me?»
«Ma no, lo giuro.»
«Allora dimmi dove cazzo hai nascosto Erik Modonutti.»
Osservo incredulo il cadavere della fanciulla. Anche lei ha la gola sgozzata ed in viso è bianca come un cencio. Il suo volto ritrae perfettamente l’espressione della paura. La sagoma versa in maniera innaturale, con le gambe rannicchiate contro all’addome ed un braccio penzolante pieno di ematomi di colore scuro. Dietro quella posa scomposta si nasconde indubbiamente lo zampino del killer del parco.
«Ma perché siete convinti che sia qui?» Domando visto che non so più che pesci pigliare. Lo stronzo ha ben pensato di spostare il corpo. Mi ha fregato per l’ennesima volta. Chissà quante risate si starà facendo adesso alle mie spalle. Si diverte a rendermi la vita impossibile. A questo punto non ho la più pallida idea di dove sia Erik.
«Perché le porti tutti qui le tue vittime?», Domanda Fontana protuberando il collo verso di me.
«Collabora o sarà peggio per te», mi urla in faccia Romita, al quale non sembra importare più niente del protocollo. Per fortuna la dottoressa si frappone fra me e lui evitandomi un cazzotto dritto sul mento.
«Lo spaventa così», mi difende come se fossi un bambino ritardato e in questo momento mi sento proprio così.
«Alex per favore, non ricordi dove si trova Erik?» Ci prova lei con delicatezza.
Seguo il suo labiale, ma la voce mi arriva distorta. Sto per avere di nuovo una crisi di panico. Tremo tutto ed ho i brividi di freddo, non riesco più a dominare gli impulsi primari. Mi raggomitolo su me stesso e inizio a delirare.
«Andate tutti via, voglio la mamma.» Grido infilandomi il pollice in bocca.
Non occorre uno psicologo per capire che sono insano di mente.