Capitolo 21 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
«Vuoi bere un sorso d’acqua?» Chiede la dottoressa inginocchiandosi accanto a me. Percepisco il suo profumo fruttato ai lati del collo ed inevitabilmente penso ad Anna. Mi manca, vorrei tanto che fosse qui adesso.
La Giacomini mi dà improvvisamente del tu. Dopo la scenata a cui ha appena assistito le sembrerà di avere a che fare un bambino. Come darle torto.
Mi pulisco il naso aiutandomi con il colletto della camicia, sono ancora ammanettato e non posso muovere le mani liberamente. Il moccolo penzola vergognosamente su e giù dalle nari appiccicandosi alle guance, ma questo è l’ultimo dei miei problemi.
Ho convinto tutti riguardo alla mia pazzia, anche me stesso. Non lo ho fatto apposta, ma ci sono riuscito in pieno.
Tracanno come un animale l’acqua che mi ha passato la psicologa. Per la foga alcune gocce finiscono fuori dalla bocca e ballonzolano da sotto il mento. Fontana non perde una occasione così ghiotta e mi scatta una foto. Il ritratto di me che ne viene fuori immortala perfettamente la persona che sono diventato. Una bestia, un parassita sociale pronto per il ricovero. Già immagino i titoli sui giornali con sotto incorniciata la mia emblematica caricatura. Il mondo intero riderà di me.
«Quando hai finito di frignare, ci puoi dire dove diavolo si trova Modonutti?» Domanda Romita calpestando una foglia secca, caduta in anticipo sull’autunno. La spiaccica contro il terreno come se stesse spegnendo una cicca. Evidentemente ad un fumatore incallito viene spontaneo effettuare quel gesto.
«Era qui», confesso continuando a fissare la ragazza. Alcune mosche le ronzano intorno ed una di esse si posa irrispettosamente sul suo volto. Mi viene da vomitare, ma mi trattengo, anche perché ho ben poco dentro allo stomaco. L’ultimo cibo consumato è stato proprio il panino richiesto da mia madre alla mensa della polizia.
Non sopporto quella orrenda visione e non capisco perché il corpo si trovi ancora lì in attesa di essere mangiucchiato dagli insetti. La considero una profanazione. Una mancanza di riguardo per la vittima.
Giuliani notandomi indignato, mi spiega il motivo.
«La scientifica ha rilevato nei pressi del cadavere delle impronte che non corrispondono alle tue. Non abbiamo ancora dato notizia alla stampa del ritrovamento. Volevamo essere sicuri e abbiamo fatto sorvegliare il corpo nel caso l’assassino si fosse ripresentato. Questo ti dimostra che seguiamo tutte le piste»
Di colpo riprendo entusiasmo e mi rialzo in piedi con l’aiuto della dottoressa. Quelle parole suonano come musica per le mie orecchie.
«Per forza, non lo sono.»
Ho ritrovato un po’ di coraggio finalmente.
«Se hai un complice è il momento di togliere la maschera», suggerisce Romita.
«Avete voglia di scherzare spero. A chi pensate? Alla mia compagna forse? O al mio amico immaginario? Svegliatevi, state prendendo un abbaglio colossale. Scommetto che le impronte di cui parlate appartengono ad una persona molto alta.»
Romita e Giuliani cincischiano e si lanciano un cenno d’intesa. «Vai avanti», mi incitano in coro. Lo sapevo, ci ho azzeccato.
Ho la loro attenzione. Mi concentro per un attimo ed inizio la mia arringa. «Mi avete arrestato senza alcun tipo di prova schiacciante, disponete solo di indizi circostanziali. La stampa pretendeva un colpevole e io ero la via più facile. Non vi biasimo per carità (sorrido ironico), ma non sono io il vostro uomo. »
Riporto tutti i pensieri che mi sono venuti in mente durante i momenti di solitudine e sconforto. Dalle loro espressioni esterrefatte credo di essermela cavata abbastanza bene. Sarei un bravo avvocato, di sicuro meglio del mio che si premura unicamente di aggiornare il suo stato su Facebook.
L’iniezione di fiducia mi spinge ad insistere.
«Non ho ucciso nessuno, mi sono dichiarato colpevole perché mi avete messo alle strette ed ero in preda al panico. In quel momento sembrava la cosa migliore da fare, anche perché ero già stato condannato. Potevo dire qualsiasi cosa che tanto sarebbe stato inutile.
Il vero assassino è ancora fuori a piede libero e mi ha fottuto per bene. Non sono pazzo, ho solo avuto una crisi di nervi, ma chi al posto mio non crollerebbe? Vi ho raccontato che un tizio mi seguiva e minacciava sia me che la mia ragazza, lei ve lo ha confermato giusto? Allora perché non date la caccia a lui invece che perdere tempo con il sottoscritto? Mi avete condotto fin qui perché non siete certi della mia colpevolezza e adesso ritornate a casa con ancora più dubbi. Come giustificate quelle orme?»
Il monologo ha prosciugato ogni briciolo di energia emotiva dal mio cervello. Mi faccio consegnare un’altra bottiglietta d’acqua e la bevo avidamente.
Gli agenti mi fissano senza battere ciglio. Il silenzio non promette nulla di buono, ma sono certo di aver insinuato nelle loro menti l’ombra del ragionevole dubbio.
«C’è qualcosa che non mi quadra in effetti», ammette Romita.
Non afferro se quell’esternazione l’abbia detta a mio vantaggio o meno.
«Ragazzo ti conviene che tu sia matto perché se quello che affermi è vero significa che un altro killer psicopatico potrebbe uccidere ancora.»
«Quindi mi crede? Chiedo coi lucciconi agli occhi.
«Rimani sempre il sospettato numero uno. Confesso che questa era una prova e non la hai pienamente superata visto che ti sei diretto qui senza difficoltà, scoprendo facilmente il posto dove hanno sgozzato la ragazzina ed inoltre Fontana ti ha colto in flagrante a gironzolare da queste parti appena dopo il ritrovamento di un altro cadavere. È vero, ti ho messo sotto torchio, ma le tue risposte sono state ambigue e non mi hanno convinto del tutto. Ho la netta sensazione che tu mi nasconda qualcosa e per ora resti in stato di fermo, ma ti concedo che tutta questa faccenda è strana, quindi se sai qualcosa ti prego di non omettere più nulla.»
Scuoto la testa. Ho detto la verità. Ignoro dove si trovi Erik. Il killer si è preso la briga di spostarlo chissà dove. Non comprendo il motivo di tale scelta, ma quel tipo adora farsi beffe di me e della polizia, per lui è tutto un gioco. Impossibile indovinare cosa gli passi per la testa.
«Parla», urla Giuliani. Per lui sono colpevole senza ombra di dubbio
Non bado a lui e gli volto le spalle per farlo incazzare ancora di più.
«Io ci ho avuto a che fare con quell’uomo. Non si fermerà.»
Romita mi squadra e colgo della compassione nel suo sguardo. O forse è solo la mia immaginazione. Mi consolo a crederlo.
Un cellulare squilla fra il mutismo generale che si è appena creato attorno a noi, ma nessuno risponde.
«Capo è per lei», avvisa un agente dalle retrovie.
«È così urgente?»
«Novità dalla centrale», sussurra timidamente l’uomo in divisa.
Romita gli strappa di in mano il telefono. È molto seccato.
«Interessante», afferma riagganciando dopo neanche due secondi di conversazione.
«Sei nei guai ragazzo», esclama puntandomi il dito contro.
«Che succede?» Domando con la voce spezzettata.
«Un testimone oculare ti ha visto entrare furtivamente in casa di Modonutti lo stesso giorno della sua scomparsa.»
Mi metto le mani sul volto.
Per l’ennesima volta sono fregato.