Capitolo 22 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Ero convinto di trovarmi di fronte la mia vicina impicciona, la baby pensionata, invece con mio grande stupore il testimone oculare che mi ha colto in fallo è un signore distinto con addosso giacca firmata e cravatta a pois. L’abito inamidato che indossa lo fa sudare vistosamente, ma non gli passa nemmeno per la testa di levarselo. Evidentemente è uno che ci tiene all’etichetta.
Si chiama Tommaso Costa e abita dall’altro lato della strada rispetto al mio appartamento. Non lo conosco di persona, ma so bene chi sia. Tutti lo sanno. È il vice sindaco di Udine. Quello che ignoravo era che vivesse a pochi passi da me.
La sua dimora lussuosa è dotata di telecamere all’avanguardia e una di esse punta dritta verso la terrazza di Modonutti. L’immobile è talmente grande e sfarzoso che fa gola a molti malintenzionati, per questo motivo il proprietario ha deciso di prendere delle precauzioni. La sorveglianza visiona le registrazioni ogni fine settimana e durante l’ultimo controllo uno degli addetti si è accorto della mia arrampicata rocambolesca. Prontamente lo ha segnalato a Costa, il quale si è rivolto subito alla polizia. Un cittadino modello che dà il buon esempio. Il ruolo che ricopre gli impone di comportarsi in modo inappuntabile. Propri lui dovevo beccare, accidenti alla mia proverbiale iella.
Romita si è fatto consegnare tutte le registrazioni, anche quelle delle telecamere laterali, in modo da poter confermare ogni mio movimento. Per fortuna queste ultime sono di proprietà del comune di Udine e quindi occorre del tempo per recuperare tutti quanti i filmati e visionarli, inoltre serve una richiesta scritta al procuratore che però al momento si trova in ferie alle Maldive con la propria famiglia. Il suo secondo non sa bene come destreggiarsi con un tale casino ed ha temporaneamente respinto l’istanza dell’ispettore. I vantaggi di quando si uccide d’estate.
La burocrazia mi sta salvando, almeno per ora. Percepisco la rabbia e la frustrazione di Romita. Si accende la terza sigaretta nel giro di cinque minuti. Da quando siamo arrivati in centrale ha litigato con chiunque, mandando a quel paese perfino una segretaria di passaggio, colpevole solo di essergli transitata accanto nel momento sbagliato.
Me la rido sotto ai baffi, tuttavia ho poco di che gioire visto che la persona che testimonierà contro di me a processo veste una carica di tutto rispetto. Temo che la sua parola conti molto più della mia. Per non parlare di quando Romita avrà in mano i filmati completi.
«Accidenti! ma chi è questo pagliaccio?» Grida l’ispettore riferendosi al vice procuratore. «Possibile che ci voglia così tanto tempo? È ridicolo, qui stiamo parlando di un omicidio.»
Giuliani e gli altri assentono in silenzio. Meglio non contraddirlo quando si altera o rischiano anche loro di ricevere un bel vaffa.
«Venga con me signor Costa, metta la sua testimonianza per iscritto per favore.»
«Non bastano le riprese delle telecamere?»
«Mi deve confermare che autorizza la presa in visone dei filmati da parte nostra ed in caso di processo verrà a testimoniare. Basta compilare questo modulo.»
Gli spinge il figlio sotto al naso e spegne la sigaretta nel bicchiere del caffè.
Costa appare titubante, la parola "processo" lo spaventa.
«Non mi faccia perdere tempo la prego, è solo una formalità.»
Romita non ne può davvero più. Mi rendo conto solo adesso di quanto sia difficile svolgere il suo mestiere.
«Portatemi un altro caffè lungo», ordina in cagnesco.
Mentre l’ispettore questiona animatamente con tutti quelli che gli si avvicinano, io mi arrovello le meningi su come spiegare il mio ingresso furtivo a casa Modonutti. Il cicaleccio di voci attorno a me non fa altro che distrarmi, ma forse una idea mi è venuta comunque.
Dopo aver esplicato le pratiche, Costa se ne va via quasi pentito. Tira dritto di fretta senza mai guardarmi in faccia. Ha provato in tutti i modi ad evitare di venire messo in mezzo alla faccenda, il suo nome potrebbe uscirne infangato anche se non c’entra assolutamente nulla. In ogni caso nell’immaginario della gente verrà ricordato come una persona che partecipa ad un processo per omicidio e questo influirà sulle prossime elezioni che si terranno il prossimo autunno. Lui lo sa molto bene, per questo era riluttante ad apporre la propria firma.
Mi riconducono nella stanza degli interrogatori. I miei genitori ed Anna sono seduti sugli sgabelli della sala pausa vicino ai distributori automatici. Appena si accorgono che passo di lì, mi corrono incontro.
Mi aspettavo un mare di domande, ma invece mi abbracciano senza dire nulla. Romita ci concede qualche secondo di intimità e si fa da parte. Lo ringrazio con lo sguardo per la sua umanità.
È mia madre a rompere gli indugi per prima. «Hanno capito che sei innocente vero tesoro?»
Le accarezzo la guancia e chino mesto il capo.
«Ma come possono pensare che tu sia un assassino?» Sul volto ha dipinta l’amarezza.
Si dimena scompostamente ed inveisce contro Romita. Quest’ultimo gira gli occhi da un’altra parte. Evidentemente è abituato a queste scenette colleriche.
«Mio figlio è innocente, non farebbe del male ad una mosca», sbraita disperata.
«Calmati o arresteranno anche noi», dichiara mio padre impassibile.
Anna sembra non fare parte della famiglia. È un corpo estraneo. Rimane immobile dietro alle spalle possenti di mio padre. L’ho profondamente delusa. Non riesce più a guardarmi in faccia e lo stesso vale per me. Vorrei abbracciarla e allo stesso tempo respingerla. Sono molto combattuto.
«Seguimi, dobbiamo andare», intima Romita mentre si toglie via della polvere invisibile dal petto.
Li saluto trattenendo le lacrime e rientro nell’ormai familiare stanzino con la specchiera.
Non faccio in tempo a sedermi sulla seggiola di ferro che Romita mi aggredisce.
«Sentiamo che cosa ti inventi adesso. Le immagini parlano chiaro.» Ringhia come un pitbull al quale hanno rubato l’osso. Il viso gli diventa paonazzo per l’ira.
«Lo ammetto sono entrato senza chiedere permesso in casa di Erik.»
«Questo mi pare ovvio.»
«Non è un reato grave introdursi in casa altrui», minimizzo in attesa della reazione dell’ispettore. Invece lo è eccome, ma se non altro non al pari di un omicidio.
«Hai ucciso in quel momento Modonutti? Oppure lo hai freddato prima nel tuo appartamento?»
«Io non ho ucciso nessuno.»
A furia di ripeterlo mi sembra impossibile di averlo fatto per davvero.
«Spiegami allora.»
Romita si accende l’ennesima sigaretta, di questo passo gli verrà come minimo un tumore. L’odore di tabacco mi infastidisce, ma non oso certo dirglielo.
«Sono andato a riprendermi i miei soldi.» Di meglio non mi è venuto in mente altro come scusa.
«Giurasti di non avergli prestato nulla.»
«Ho mentito.»
«E per quale motivo? E chi mi assicura che non stai mentendo anche adesso?»
«Me ne vergognavo, non volevo che la mia ragazza mi vedesse debole.»
«Nemmeno in sua assenza hai cambiato la tua versione però», commenta scettico.
«Una volta che si racconta una bugia non si torna più indietro. Non mi avreste più creduto e così ho mantenuto quella linea.»
Più o meno questo è il succo di tutta quanta la mia vicenda. Mi ci sono trovato in mezzo e ho negato qualsiasi cosa fin dall’inizio, complicandomi la vita. Forse sarebbe bastato chiamare subito una ambulanza e tutto questo non sarebbe mai successo. Magari avrebbero creduto alla storia dell’incidente. Chi può dirlo. Il senno di poi non è mai stato il mio forte.
«Lo sai che è punibile penalmente quello che hai fatto?»
Sempre meglio che un omicidio penso io.
«Lo so e me ne scuso, ma appena ho visto Erik e la sua compagna uscire di casa mi sono detto, coraggio Alex, riprenditi i tuoi soldi.»
Con mio grande stupore Romita mi toglie le manette e con un gesto della mano fa cenno di accomodarmi.
Scricchiolo i polsi anchilosati e li ruoto su sé stessi. Ispiro a fondo ed accavallo le gambe. Inizio a trovarmi a mio agio in questa situazione. Che ironia della sorte.
«Posso farvi una domanda?» Azzardo.
«Sei proprio impertinente, di solito sono io che gestisco l’interrogatorio. Comunque fa pure, tanto oggi non è giornata.»
«Perché non sono stato trasferito nelle carcere di Tolmezzo?»
L’ispettore distoglie lo sguardo e allora approfitto del suo momento di debolezza. «c’è qualcosa che non mi dite vero? È successo un fatto che vi ha costretto a cambiare opinione su di me. Sbaglio forse?»
«Sei molto arguto Ermacora. Ti porgo i miei complimenti.»
Tendo le orecchie in attesa che prosegua.
«Non mi capacito di come ogni pista mi conduca a te, ma alla fine vengo puntualmente smentito.» Gli scappa un mezzo sorriso. «Eppure abbiamo molte prove a tuo carico e sei sempre presente sul luogo del delitto e adesso viene fuori addirittura che sei entrato di soppiatto a casa di Modonutti poco prima che lui sparisca. E potrei aggiungere altre mille coincidenze.»
Nel sentire il suo riassunto mi viene la pelle d’oca. In effetti, ragionandoci sopra, è proprio assurdo che non mi arrestino.
Impaziente gli rivolgo la fatidica domanda; «Come mai non sono dentro allora?»
«Proprio questa mattina presto, mentre tu soggiornavi qui da noi è scomparsa un’altra ragazzina più o meno della stessa età delle precedenti. Non puoi essere stato tu, visto che eri detenuto qui.»
Involontariamente mi si spalanca la bocca per la felicità.
«Se è così lasciatemi andare, che ci faccio ancora qui?»
«Mi serve il tuo aiuto per ritrovarla.»
«Il mio aiuto?»
Ma di che cosa parla? La sua richiesta mi coglie impreparato.
«Voglio essere schietto con te Ermacora. Tu non mi piaci. È chiaro che in qualche modo sei coinvolto in tutto questo. Devo solo capire se stai coprendo qualcuno, oppure tieni un complice là fuori. Ultima improbabile ipotesi che mi balena in testa, è che non ricopri i panni di un assassino, ma comunque ne sai più di quanto tu voglia farmi credere. Per ora non riesco a far combaciare la quadra, ma sono sicuro che mi aiuterai a ritrovare quella ragazzina. Ne va del tuo futuro. A buon intenditor, poche parole».
Vorrei dirgli che si sbaglia in tutti e tre i casi, ma lo lascio parlare. Mi fa comodo che non si avvicini neanche lontanamente alla verità.
«E in che modo? La sfera di cristallo la sfregano solo i veggenti. Non so nemmeno chi sia questa fantomatica ragazza.»
«Dimostrami che non sei immischiato in questa merda. Supponiamo per un momento che tu non sia schizzato..»
«Non lo sono», lo interrompo bruscamente. Ne ho piene le scatole delle continue offese riguardo al mio stato mentale.
«D’accordo allora contatta il vero assassino e tendiamogli una trappola. Hai affermato di conoscerlo giusto?»
Conoscerlo è davvero un termine inappropriato. Non so quasi niente di lui. Senza ombra di dubbio è l’artefice di tutto quello che mi sta accadendo. Nonostante ciò è ancora in libertà. Romita non mi ritiene colpevole, questo lo avevo intuito fin da subito. Tuttavia non è affatto uno sprovveduto e fiuta un comportamento sospetto. Il mio odore di malandrino si percepisce lontano un miglio. Non riuscirò ad ingannarlo a lungo continuando così. Devo giocare bene le mie carte.
«Vorrei cooperare lo giuro, ma non ho idea di come fare.»
«Se ciò che sostieni è vero, il killer non tarderà a farsi vivo nuovamente.»
«Ma non possiedo più il suo contatto telefonico e poi non avete stabilito che mi sono inventato tutto? Asserendo anche che la scheda era usa e getta e non apparteneva a nessuno?»
«Potrei essermi sbagliato e avere forzato la mano per coglierti in castagna. Forse sono stato cieco e non ho preso in considerazione altre piste. Purtroppo non posso rimediare al passato, ma voglio provvedere al futuro. Ascoltami Ermacora, non c’è un minuto da perdere. Si tratta della vita di una ragazzina innocente, dannazione.»
La sorta di outing che ho appena ascoltato mi lascia esterrefatto. L’ispettore si è messo a nudo davanti a me e lo apprezzo, dico davvero, ma allo stesso tempo le confidenze che mi ha appena rivolto urtano il mio sistema nervoso. Per la sua leggerezza ho rischiato l’ergastolo cazzo, non posso certo farmi scivolare tutto addosso come se niente fosse. Tuttavia comprendo perfettamente la smania di risolvere il misfatto e provo a spremere le meningi. Se non altro per cercare di evitare un’altra strage.
«Che fine ha fatto quella scheda telefonica?»
«Non esiste. È stata distrutta, oppure scollegata, in ogni caso risulta irraggiungibile. I nostri tecnici informatici stanno estendendo le ricerche anche sul mercato nero del dark web, ma occorre del tempo per capirne qualcosa in più riguardo alla sua provenienza.»
«Questo conferma che sto raccontando la verità?»
Osservo intensamente l’ispettore. Mi sforzo ad immaginare che uomo si nasconda dietro a quella divisa. Secondo me è un ottimo padre di famiglia, ligio al proprio dovere e rispettoso delle istituzioni. Insomma, uno che non sgarra mai. Da quel poco che ho avuto a che fare con lui di una cosa sono sicuro, non molla la presa neanche dopo morto. Ha sete di giustizia ed andrà fino in fondo a questa storia. Sfidarlo è un grosso rischio.
«Non dimostra proprio un bel niente. Abbiamo ottenuto tramite la polizia postale i tabulati telefonici e spulciando le conversazioni tra i due numeri, compaiono solo i tuoi messaggi inviati e nessuna risposta.»
«Ma non lo trova strano? È ridicolo, non ha alcun senso. A mio parere vi è stato più facile giudicarmi fuori di testa senza la minima cognizione di causa.»
Sono molto adirato. Fin dall’inizio la versione di Romita presentava troppe lacune per accusarmi. Ha esagerato a trattarmi in quel modo, negandomi per giunta l’opportunità di difendermi in maniera adeguata.
Intuendo la mia disapprovazione l’ispettore si avvicina con fare minaccioso. «Io mi limito ad analizzare i fatti», chiosa aprendomi con arroganza un fascicolo davanti agli occhi. Lo sbatte bruscamente sul tavolo e col suo bel dito affusolato indica una pagina con sopra annoverate tutte le prove a mio carico. Ce ne sono una infinità, tutte evidenziate in giallo fluorescente. In alto a sinistra c’è persino incollata una mia foto segnaletica. Ignoro di come ne siano entrati in possesso, probabilmente Fontana me la ha scattata a mia insaputa durante il primo interrogatorio.
«Ok, ok, va bene ho capito, ma ritorniamo a noi», glisso riportando il discorso sul tema principale. «Ha in mente un piano? E soprattutto, una volta ritrovata la ragazza, posso considerarmi libero?»
«Questo lo vedremo in base all’evolversi degli eventi.»
Sono nauseato a furia di sentirmi ripetere questa frase, ma non ho alternative se non quella di seguire le sue direttive.
«Dunque cosa vuole che faccia? Si ricordi che non abbiamo il suo numero..»
«Ma lui ha il tuo. Eccome se ce l’ha », enfatizza Romita con un lampo negli occhi.
«Il formidabile piano quindi sarebbe quello di rimanere in attesa che uccida ancora chissà quante altre persone?»
L’ispettore non gradisce il mio sarcasmo. Richiude con cura il fascicolo e lo ripone sopra uno scaffale impolverato.
«Due vittime nell’arco di pochi giorni e adesso potrebbe essercene una quarta. La terza è più che plausibile che sia Modonutti, ma fino a che non abbiamo il corpo possiamo solo ipotizzare che si aggiungerà presto alla lista», si limita a bofonchiare non dando adito alla mia sterile polemica.
«Ma che significa?» Domando spaesato.
«Vuol dire che se effettivamente non sei tu il colpevole, il vero killer non resisterà all’impulso di spargere altro sangue e se rispetta il modus operandi delle scorse volte si metterà presto in contatto con te o la tua ragazza.»
Rifletto sull’ osservazione dell’ispettore. «Ma allora Anna è in pericolo.»
«Non ti preoccupare, è sorvegliata a vista da quattro agenti e inoltre non si allontana mai dalla stazione di polizia.»
La sua vicinanza conferma che mi ama ancora. Lo speravo con tutto me stesso ma non ne ero per niente sicuro. Soprattutto per via del nostro ultimo incontro. Sapere che Anna non mi abbandona mi infonde la forza necessaria per andare avanti.
«Forse ho una idea», annuncio alzandomi in piedi.
Romita rimane sorpreso dal mio slancio improvviso.
«Ti ascolto.»