Capitolo 23 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
«Dunque sarebbe questa la tua brillante idea?»
Romita rimane esterrefatto per la mia uscita e scuote la testa in segno di disapprovazione.
«Si, potrebbe funzionare», proclamo convinto.
«E secondo te, io dovrei lasciarti libero? Geniale per davvero e soprattutto comodo per te. Non se ne parla. Resti sempre il principale sospettato, a meno che tu non mi convinca del contrario.»
«Se metto le radici qui non riuscirò a provare un bel niente. Mi conceda una occasione. La prego. Lo ha suggerito lei stesso che il killer potrebbe mettersi in contatto con me.»
«La mia era semplicemente un’ipotesi, non prevedo il futuro. E poi non intendevo comunque rilasciarti, ma tenere il tuo cellulare sotto controllo. Tale operazione può essere gestita benissimo anche senza che tu te ne vada a spasso per la città», dichiara l’ispettore sfregandosi la lingua fra i denti. Forse sente già la mancanza di una sigaretta.
«Non mi scriverà mai se sospetta che bazzico per la centrale di polizia. E credetemi, lui lo sa. Sa tutto.»
Romita si accende una Camel Silver dietro l’altra e dopo l’ennesimo tiro si ferma a riflettere. Sta calcolando i rischi della mia proposta.
«Quali garanzie avrei in cambio da te? Non mi fido di un bugiardo.»
Non ce la fa proprio a perdonarmi le menzogne raccontate in passato.
«Nessuna», rispondo sincero. «Ma non disponiamo di molte alternative se vogliamo provare a catturarlo. Ogni minuto che stiamo qui a perdere tempo, potrebbe essere l’ultimo per quella povera ragazzina.»
Romita pondera attentamente il mio commento e si dirige verso la porta in maniera dinoccolata. Lo stress gli ha sciolto la muscolatura.
«Ne devo discutere con gli altri», conclude prima di lasciarmi da solo con i miei pensieri.
Il fatto che sia sparita un’altra ragazzina mentre io mi trovavo in centrale mi scagiona senza ombra di dubbio. Eppure Romita continua comunque a ritenermi colpevole. Quantomeno coinvolto nella faccenda. Ha un disperato bisogno del mio aiuto e questo lo distrae dal reperire le prove necessarie per arrestarmi.
Ripercorro mentalmente gli episodi durante i quali mi sono imbattuto nel vero assassino e cerco di ricostruire un profilo del killer. Sicuramente soffre di gravi disturbi mentali e gli piace scherzare con il fuoco. Adora sfidarmi e mettermi alla prova. Inoltre, come sostiene Romita, non resiste al richiamo del sangue. Avrebbe potuto smettere e scaricare la colpa al sottoscritto, ma invece ha proseguito. È come se in un primo momento voglia incastrarmi per farla franca, ma poi non può fare a meno di uccidere di nuovo. Non può rinunciare nemmeno a me, mi costringe a partecipare ad ogni sua impresa.
Dubito fortemente che la sua ultima preda sia ancora viva. Fino adesso non ha mai lasciato feriti dietro di sé.
È un killer seriale. Tale definizione si guadagna dopo l’uccisione di almeno tre persone in circostanze diverse. Chissà quante vittime ha già mietuto quel folle. A mio parere gli ultimi corpi rinvenuti sono solo una punta dell’iceberg. Decide lui le modalità e le tempistiche dei ritrovamenti.
Mi domando come mai Romita non mi abbia ancora chiesto un suo identikit. Penso a come descriverlo, ma a parte sapere che è molto alto, non conosco niente di lui. I suoi travestimenti sono creati a regola d’arte. Non mi sorprenderei se si fosse camuffato anche il naso o il mento durante i nostri incontri. Tutto ciò risulta inquietante. I cattivi dei miei libri in confronto sono degli agnellini.
Romita e Giuliani ricompaiono nella stanza con addosso una maschera di tensione dipinta sul volto.
«Siamo giunti a una conclusione», esordisce l’ispettore sbuffando dalle narici.
«E?» Lo incito a proseguire.
«Ti rilasciamo.»
«Ma ti sarà assegnata una scorta e non ti perderemo di vista nemmeno per un secondo, neanche quando andrai a pisciare, quindi non credere di fare il furbo», aggiunge Giuliani. Risuona più come una minaccia, che una semplice informazione.
«Se mi scopre con attorno la polizia non si farà vivo.»
«Saremo invisibili, nessuno si accorgerà della nostra presenza», promette Romita mentre ordina ad un sottoposto di piazzare una microspia sotto il colletto della mia camicia.
«Con questo aggeggio saremo in grado di captare tutte le tue conversazioni e, nel frattempo, di monitorarti in ogni tuo spostamento», spiega sicuro di sé.
Effettuiamo una prova per verificare se il tutto funziona. Tutto ok, possiamo procedere.
Nel giro di dieci minuti sei uomini in borghese sono pronti a diventare la mia nuova famiglia segreta. Degli angeli custodi. Dovunque andrò, loro ci saranno. Dovrò stare attento a quello che dico. Con il microfono addosso non posso permettermi di parlare a sproposito.
Accidenti che ansia. Mi sento come al grande fratello. Tutte le telecamere puntano su di me. Non sono per niente entusiasta di avere tutti questi sbirri alle calcagna, ma almeno posso finalmente uscire da qui.
«Ora lasciatelo andare, deve apparire come una scarcerazione di routine, quindi accompagnatelo all’uscita e restituite ad Ermacora i suoi effetti personali. Se il killer ci sta osservando da fuori non deve sospettare nulla o il piano andrà a farsi fottere. Mi sono spiegato bene? Sapete tutti cosa fare?»
«Sissignore», rispondono in coro quelli della scorta.
Giuliani non mi pare affatto convinto di quella scelta azzardata e lo dimostra sfidandomi con lo sguardo.
Per fortuna non è lui al comando.
Varco la soglia dell’ingresso diretto verso la libertà. Il mondo là fuori scorre tranquillo, ignaro di tutto quello che mi sta capitando.
«Tenga la sua carta di identità», dice uno sbirro mentre si assicura che non ci siano curiosi nei paraggi.
Scendo gli scalini della Questura e mi volto indietro. La scorta non mi segue. Apparirebbe troppo plateale che mi si attacchino subito alle caviglie, ma cammino comunque lentamente per facilitare il loro compito.
Temo di restare da solo in balia del killer, ma spero che il mio piano funzioni, altrimenti ritornerò in prigione.
Mi fermo solo per un secondo. Le cicale friniscono senza sosta, eppure non scorgo alberi nelle vicinanze. Un clacson strombazza per attirare l’attenzione di un passante distratto rimasto immobile nel bel mezzo delle strisce pedonali. Odo lo stridore delle gomme mentre una macchina frena di colpo per non investirlo. Il rumore della città mi consola. È proprio vero che si apprezza quello che si ha solo quando ti manca da un po’ di tempo. Butto un occhio prima a destra e poi a sinistra. In realtà non so nemmeno dove andare, anzi la meta è ovvia, ma ho una paura tremenda a raggiungerla.
Inspiro e soffio fuori l’aria dalla bocca. Sono pronto per ritornare a casa.
Anna non si aspetta certo di rivedermi, quindi decido di farle una sorpresa per rimediare ai nostri recenti dissapori. Se possibile, vorrei mettere una pietra sopra a tutto quanto.
Dall’altro lato della strada si trova un fioraio con un vasto assortimento di piante. Le compro un mazzo di gerbere arancioni, i suoi fiori preferiti. A dire il vero ne acquisto solo cinque perché sono a corto di contanti. Non ho avuto tempo di prelevare in questi giorni così tumultuosi.
Passeggio a testa alta, orgoglioso per il mio piccolo gesto romantico. Ultimamente non ho regalato mai niente alla mia ragazza. Diamo tutto per scontato, anzi io lo faccio. Anna invece non la smette mai di stupirmi con le sorprese, come per esempio portarmi la colazione a letto o lasciarmi un bigliettino in soggiorno con sopra scritte delle parole dolci. Nonostante il suo lavoro la costringa a stare per molto tempo fuori casa, non manca mai in niente e mi riempie continuamente di attenzioni. Io al contrario sono molto pigro. Peggioro sempre di più. Praticamente ricopro io il ruolo della donna, la principessa che si fa viziare e coccolare.
È giunto il momento di invertire la situazione. Annuso le gerbere ed immagino il suo splendido sorriso mentre le riceve. Sono quasi arrivato, noto una Mercedes grigio metallizzata nuova di zecca parcheggiata dove di solito la posteggio io.
La mia macchina deve essere rimasta a Lignano, toccherà chiedere a qualcuno di riportarmela a casa visto che la polizia se ne è altamente fregata. Forse l’hanno ribaltata da cima a fondo nella speranza di individuare delle tracce ematiche o chissà cosa. Mi viene male al solo pensiero di rimetterla in sesto.
Ammiro il bolide coi vetri oscurati di fronte a me. Verrà circa sui sessantamila euro. Quanto invidio il suo proprietario. Questa auto è favolosa, chissà se un giorno me la potrò permettere. Stimo al volo quanti libri dovrei vendere per accumulare tale somma, ma preso dallo sconforto ci rinuncio subito. Neanche con due best seller ce la farei.
Giro emozionato la chiave nella serratura e mi cascano le gerbere a terra.
«Ma che ci fai qui?» Sussulta Anna allontanandosi in fretta da un uomo molto più vecchio di lei che gli siede a fianco sul divano. Ho fatto giusto in tempo a notare il braccio appoggiato sulle sue spalle. Fingo di non essermi accorto di nulla e li osservo sbalordito.
«Non mi aspettavo di rivederti.»
Accidenti che accoglienza calorosa. E io che ero così colto da buoni propositi.
«Mi hanno lasciato andare», sussurro fissando intensamente lo sconosciuto in casa mia.
«Lui è Marco un mio collega», presenta Anna vistosamente turbata.
Dal suo abbigliamento distinto intuisco che la Mercedes parcheggiata sul vialetto è sua.
Comprendo anche molte altre cose solo dai loro sguardi.
Ho ottenuto da poco la libertà, ma ho perso definitivamente la mia ragazza.