Capitolo 24 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
«Scusate, ma io tolgo il disturbo, mi sono ricordato di avere un impegno», improvvisa Marco il collega di Anna, anch’egli in evidente imbarazzo. La solita frase che si usa in queste circostanze. Capirai che fantasia.
Non è il solo a provare disagio. Mi sono ammutolito e non riesco a reggermi in piedi. Mi sento improvvisamente stanco, spossato. Anche l’unica certezza che mi era rimasta nella vita, in un batter di ciglia non esiste più. Anna mi tradisce!. Ripenso inevitabilmente alle parole di Erik «Qualcuno si scopa la tua ragazza».
Lo sapevano tutti tranne il sottoscritto. Un classico. Il cornuto ne viene a conoscenza sempre per ultimo. Chissà da quanto tempo va avanti la storia. Non ho bisogno di una confessione, si capisce benissimo che i due sono intimi. Lo palesano i loro occhi complici ed i movimenti goffi che compiono per giustificare quella insolita dinamica.
Se ospito un estraneo in casa con il quale non sono in confidenza, non lo invito certo a sedere sul divano accanto a me. E sicuramente non gli poso una mano sopra alle spalle.
Che stronza, penso fra me e me, proprio mente io combattevo per non finire in prigione. Dopo tutti gli anni trascorsi insieme non doveva comportarsi in questo modo. Ecco perché insisteva tanto riguardo alla mia presunta pazzia, voleva eliminare il problema alla radice togliendomi di mezzo. Senza il mio ingombro poteva dedicarsi completamente alla sua nuova fiamma. Le mie supposizioni appaiono piuttosto veritiere e spiegano diversi atteggiamenti. Che rabbia, mi viene voglia di rompere qualcosa.
«Ok ci sentiamo per quella cosa allora», esclama Anna salutandolo rapidamente.
Si parlano perfino in codice quegli stronzi. Si prendono gioco di me. La mia presenza non gli scalfisce nemmeno. Provo invidia, gelosia e collera allo stesso tempo. Risultato di tutte queste emozioni messe insieme? Autodistruzione totale. I muscoli non rispondono ai comandi del cervello. Mi pare ancora peggio che essere accusato di omicidio.
«Arrivederci», si congeda il bel Marco. Non esce subito, anche perché mi trovo ancora di fronte alla porta e gli impedisco di passare. Non mi sono mai mosso da lì. Sembro una statua di marmo.
Lo soppeso con uno sguardo. Ricco, viziato, figlio di papà, incapace e fanfarone.
Oggettivamente non è nemmeno bellissimo, si tinge i capelli per coprire la ricrescita e diverse rughe gli solcano la fronte; queste ultime vengono messe in risalto dalle lampade abbronzanti che probabilmente effettua un giorno sì e uno no. Sfoggia un naso importante e le sue labbra sono molto sottili, si intravede perfino un doppio mento. Eppure Anna ha visto qualcosa in lui. Un particolare interessante, un dettaglio piacevole, tutte caratteristiche che io non colgo affatto. Forse riesce ad arrivare dove io manco. La riempie di regali costosi, la porta fuori a cena in posti raffinati e la corteggia in modo romantico. Sicuramente è così.
Riassumendo, Marco è tutto quello che non sono io. Per un attimo mi sento perfino in colpa. Ho perso la fidanzata da solo. Non facciamo l’amore da mesi oramai e sono sempre assente con la testa, preso dai miei cazzo di libri, per forza che Anna ha cercato un altro.
Dopo tutti questi brutti pensieri finisco per reagire come i bambini. Inevitabilmente penso a quando scopano. È più bravo di me? Più passionale? Più intraprendente? Ce l’ha più lungo? Di sicuro Marco è di più.
Io in questa recita interpreto la parte del segno meno, la riserva, il rincalzo. Anna non mi ha ancora mollato solo per compassione, ma mi vede più come un amico che come un compagno. E allora tutti quei bei discorsi sull’allargare la famiglia e trasferirci in una casa più grande? Tutte balle. Del resto chi sono io per giudicare, dopo tutte le bugie che ho raccontato.
«Permesso», mormora il coglione.
Non lo degno di una risposta e mi scanso per farlo uscire. Il codardo calpesta le gerbere e fugge via di corsa. Non mi dispiace affatto per i fiori, che vada a fare in culo il regalo. La sorpresa l’ho ricevuta io.
Devo assolutamente parlarle, non si può continuare a fare finta di niente e proseguire come se niente fosse con la nostra relazione.
Mi secca solo che Romita e i suoi uomini ascoltino tutto, ma scalpito per conoscere tutta la verità.
«Da quanto tempo va avanti?» Domando senza girarci troppo intorno.
Anna non prova neppure a negare. Si acciambella sulla poltrona infilandosi la gamba sinistra sotto al sedere e sorseggia un bicchiere di vino rosso. Prima di appoggiarci sopra le labbra lo fa decantare per bene.
Quasi come se con quel gesto ritardasse il momento della confessione. Forse sta riordinando i propri pensieri per trovare le parole giuste. Dubito tuttavia che esistano le parole giuste in questi casi.
«Da circa sei mesi», afferma senza il coraggio di guardarmi negli occhi.
Apprezzo la sua sincerità, anche perché non l’ho colta in flagrante. Poteva provare a mentire, ma la situazione parlava da sé e probabilmente lei non sopporta più di vivere nella menzogna. Al contrario di me, ha imboccato subito la strada della verità.
«Sei innamorata di lui?» Chiedo sforzandomi di non piangere.
«Non lo so.»
«Che significa non lo so?»
«Vuol dire che non lo so e basta», esclama con gli occhi lucidi.
«Quindi mi tradisci solo perché quel vecchio ha un pisello più grande del mio? Oppure perché è ricco?»
Mi vergogno a ridurre in questi termini la conversazione, ma sono ferito nel profondo e la rabbia domina i miei sentimenti. Il minimo che posso fare è cadere nei cliché.
«Io desidero da sempre una famiglia con te, sei tu che non hai le stesse mie idee.»
«Ma che cosa stai blaterando? Dovevamo comprare casa perché ci serviva più spazio per nostro figlio dannazione!.»
«Parole. Solo belle parole. Ti piace sognare, ma di concreto non fai mai nulla.»
«Non è vero», protesto agitando le braccia in aria, ma in realtà so che ha ragione. In ogni caso le mie mancanze non giustificano certo un tradimento.
«Lo sai bene che è così. Non mantieni mai le promesse. Sono anni che giuri di cercarti un lavoro serio e invece ti intestardisci coi tuoi cavolo di inutili libri.»
«Mi hai sempre sostenuto senza lamentarti della mia passione, come mai hai cambiato idea?»
«Un conto è credere in te e un altro è portare a casa la pagnotta.»
«Dunque ci ho azzeccato, si tratta solo di soldi.»
«Alex io ti voglio bene, ma penso di non amarti più.» Le ultime sillabe le ha pronunciate singhiozzando. Le costa sofferenza sputarmi addosso quelle cattiverie.
Mi bruciano gli occhi, ma cerco di mantenere un atteggiamento severo ed autorevole.
«Non pensi di amare me, non sai se ami quell’altro. Insomma che cosa dovrei fare io?»
«Sono confusa, ho bisogno di tempo.»
«Nel frattempo che richiedi i tuoi spazi, continuerai a scopare con quel vecchio?»
Anna ignora la provocazione e butta giù tutto di un fiato il bicchiere di vino.
«Devo riflettere.»
«Devi riflettere? Porca puttana, sono accusato di omicidio e qualcuno potrebbe addirittura uccidermi. Come se non bastasse ho appena scoperto di essere cornuto e ora lo sa anche il mondo intero e tu vuoi isolarti con i tuoi pensieri? Sai che cosa c’è? Me ne vado, così potrai rimuginare sulla grande cazzata che hai appena fatto.» La attacco senza pietà e mi duole il cuore vederla piangere, ma in questo caso sono io la vittima.
Raccolgo le gerbere dal pavimento e gliele lancio addosso. «Ecco tieni il tuo cazzo di regalo.»
«Dove stai andando?»
«A berci sopra.»
«Non fare stupidaggini ti prego» mi raccomanda con un filo di voce.
Esco sbattendo forte la porta. Tutti devono sapere che sono arrabbiato.
Prendo l’auto di Anna dal garage e corro via, lontano da lei. Lontano da tutti. Non ho certo bisogno di chiederle permesso per usare la sua macchina. Lei non mi ha chiesto il permesso di scoparsi un altro.
Guido come un pazzo, scordo anche di allacciare la cintura, ma forse lo faccio apposta. In questo momento non mi importa granché della mia vita. Non ho nulla da perdere oramai.
Giro in tondo per almeno un’ora, fino a quando il serbatoio segna una tacca di benzina, poi inchiodo fermandomi nel parcheggio di un supermercato. La rabbia poco alla volta sbolle per lasciare posto alla depressione. Anna mi ha tradito, ferito nell’orgoglio, trattato come una ruota di scorta, abbandonato nel momento del bisogno e riempito la testa di dubbi, ma una cosa è certa. Mi manca già da morire.
Abbasso il finestrino per prendere una boccata d’aria fresca. Non fa poi così tanto caldo come nei giorni precedenti. Regolo il sedile all’indietro sollevando la leva sotto di esso e cerco di rilassarmi. Intreccio le braccia dietro alla testa e provo a scaricare su Anna tutta quanta la colpa di quello che è successo, ma non ci riesco. Se la nostra storia è giunta ad un punto di non ritorno dipende soprattutto da me. Mai dare per scontata una relazione. Mi servirà di lezione per la prossima volta. Io però non voglio che ci sia una prossima volta. Non mi immagino nemmeno insieme ad un'altra. Sono sempre stato con la stessa donna fin da adolescente e mi sono illuso che sarebbe durata per sempre. Alex ed Anna forever. Ora invece all’elenco si è aggiunto anche Marco. Non me ne capacito. Sbatto la testa contro al volante ed alcuni clienti del market, che vanno a riporre il carrello per recuperare il gettone, mi osservano allibiti. Un bimbo spaventato si avvinghia alle gambe della madre. Adesso terrorizzo anche i fanciulli. Sono diventato un mostro.
Dagli specchietti retrovisori intravedo una sagoma familiare. È Fontana, lo sbirro fotografo. Si trova dentro alla sua auto vestito in borghese e comunica via radio coi suoi colleghi. Non possedendo la vista di un falco mi è impossibile leggergli il labiale da qui. Probabilmente se la sta ridendo con Romita riguardo ai miei problemi sentimentali. Un’altra vettura gli si affianca e l’uomo alla guida apre la portiera per confabulare di persona con Fontana. Puntano lo sguardo verso al sottoscritto e gesticolano animatamente. La scorta mi sta alle calcagna. Non dispongo più di nessuna privacy, ma in questo momento non mi interessa minimamente.
Il via vai della gente che fa la spesa mi infastidisce. Sembrano tutti spensierati e senza problemi, mentre io non so dove sbattere la testa … se non sul volante. Ignoro tre chiamate di fila di Anna, se rispondessi peggiorerei ulteriormente il nostro rapporto, rischiando di sfogarle addosso tutta la mia frustrazione.
La quarta chiamata invece non posso rifiutarla. È mia madre. Da quando sono uscito dalla Questura non l’ho ancora sentita.
«Tesoro come stai?»
«Ciao mamma tutto bene», rispondo di circostanza. Vive già abbastanza in pensiero per me e non voglio allarmarla ulteriormente, appesantendola con le mie beghe amorose.
«In centrale mi hanno detto che ti hanno lasciato libero», esclama con gaudio, ma colgo nella sua voce anche un filo di delusione per non averla avvisata subito della bella notizia.
«Chiedi loro se la cosa è definitiva e se hanno arrestato il vero colpevole», le sussurra mio padre, che sicuramente stava origliando la conversazione. Ha sempre avuto un tono di voce profondo, crede di parlare sottovoce, ma in realtà tutti lo sentono.
«Adesso, adesso, non pressarmi. Senti volevo sapere se ...»
«Ancora no. Ma presto lo cattureranno», l’anticipo.
Incredibile come entrambi non si rendano conto di gridare. Non è mai stato il loro forte bisbigliare. Da bambino fingevo di non sentirli e traevo vantaggio dalla situazione. Per esempio se ascoltavo frasi negative riguardanti la mia pagella scolastica mi defilavo prontamente in camera mia e cambiavo discorso spostando la conversazione su altri argomenti tipo il calcio e la formula uno. Settori che compiacevano mio padre. Cambiava letteralmente espressione quando chiacchieravano di sport.
Papà seguiva tutte le partite di serie A e i gran premi trasmessi in televisione. Adorava commentare i risultati e conferire di come la Ferrari aveva effettuato il pit-stop in tempo record. Mamma invece si accontentava di vederci felici.
Li manipolavo a mio piacimento e non se ne sono mai accorti.
Risentirli battibeccare al telefono mi catapulta indietro nel passato. Con la loro ingenuità sono riusciti a strapparmi un sorriso anche durante questo momento particolarmente difficile.
«Ma tu adesso non avrai più a che fare con la polizia vero?»
«No tranquilla», mento buttando l’occhio verso lo specchietto.
Fontana intanto è sceso dall’auto e discute con l’altro uomo. Sembrano molto cupi in volto.
«Hai mangiato qualcosa almeno?»
Eccola la fatidica domanda. Non resiste a non pormela. Soffre se non la fa.
«Si non ti preoccupare», sollevo gli occhi al cielo. Me lo chiederà fino a quando sarà in vita.
La saluto. Prima o poi dovrò raccontarle di me e di Anna, ma una cosa per volta.
Stringo forte il volante fra le mani e piango a dirotto. Credevo di avere terminato le lacrime, ma purtroppo ne possiedo ancora a quantità industriale. Me ne infischio se Fontana e il suo amico mi scoprono fragile. Vorrei vedere loro al mio posto.
Una giovane coppia sistema la spesa nel bagagliaio. I due mi osservano stupefatti. Non si ammira tutti i giorni un uomo che piange in macchina, parcheggiato al supermercato. Decido di mettere fine allo spettacolo penoso e mi defilo in un luogo più appartato. Anche gli agenti alle mie spalle risalgono prontamente in auto e mi seguono. Si unisce alla compagnia anche una terza macchina che prima non avevo notato. Ho riconosciuto però il tizio all’interno dell’abitacolo. Si tratta dell’agente che portava i caffè a Romita. Circumnavigo due volte la stessa rotonda in modo da esserne certo e soprattutto per scoprire come reagiscono. Mi diverto a prenderli per il culo. Romita ha sguinzagliato un intero plotone per starmi alle costole. Considero eccessive le sue premure e non voglio rendergli la vita facile. Chissà come si incazzeranno nel vedermi girare in tondo.
Nel frattempo il cellulare continua a squillare. Dopo la chiamata di mamma l’ho appoggiato sul sedile del passeggero, ma frenando è cascato sul tappetino. Mi allungo per raccoglierlo, ma la cintura di sicurezza non mi facilita nei movimenti. Rallento e sgancio la cinghia. L’allarme mi avvisa che sto commettendo una infrazione. Il suono acuto e penetrante della spia accesa si unisce all’insistente melodia del telefonino. I timpani non sopportano più quella cavolo di suoneria. Ancora una nota di quel dannato motivetto ed impazzisco.
Schivo per un soffio un ciclista che mi manda platealmente a quel paese. Prontamente ricambio la cortesia mostrandogli il dito medio. Litigherei con chiunque pur di sfogarmi un po’.
Riprovo ad agguantare il cellulare reggendo il volante con una mano sola. Lo sfioro di qualche centimetro e per sbaglio urto involontariamente il clacson con il gomito. Impreco per lo sforzo, ma finalmente lo acchiappo. Preso. Finalmente lo spengo. Riprendo il controllo della vettura, ma è troppo tardi. Sono finito quasi dall'altra parte della carreggiata e proprio in quel momento un furgone bianco sta superando un camion. Lo scontro è inevitabile. Pigio deciso sul freno, ma è inutile.
Ricordo solo un boato assordante ed una pressione forte all’altezza del viso per via dell’esplosione dell’air bag. Poi buio pesto. In lontananza odo l’allarme della cintura non allacciata. Tento invano di aprire la portiera, ma perdo i sensi prima di arrivare alla maniglia.
Credo di essere morto perché non sento più niente, nessun dolore, nemmeno un lieve mal di testa. Forse è così che si lascia questo mondo e avviene il trapasso.