Capitolo 26 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
«Prima di farti venire in testa strane idee, ti avverto che se ti agiti e chiami aiuto, ucciderò Anna. Soggiorna felicemente da me in questo istante, ma se non vado subito a liberarla annegherà.»
Il pazzo siede sul letto accanto a me e mi minaccia con la stessa flemma di un pensionato che sta leggendo il giornale. Possiede una calma olimpica. Incredibile come abbia eluso la sorveglianza ed ingannato tutti. Ne ha di coraggio nel presentarsi qui il bastardo.
«Stai bluffando. Anna è con i miei genitori.»
«Come credi. Allora forza , chiama l’ispettore Romita. Non è molto distante da noi.»
L’assassino che da vicino mi sembra ancora più alto, pare molto sicuro di sé. Si sforza di stare gobbo, forse per camuffare la sua statura imponente. Di solito tale caratteristica viene considerata un pregio, ma quando sei un killer seriale tale virtù può trasformarsi in un bel problema. Indossa una parrucca bionda coi capelli a caschetto e appena sotto al mento si intravede l’attaccatura di una protesi. Il suo travestimento non è perfetto, ma sufficiente per girare indisturbato nell’ospedale senza fornire un identikit alla polizia.
Valuto se mettermi ad urlare e nel frattempo prego perché qualche infermiera di passaggio entri nella stanza e mi salvi. Sono terrorizzato dalla sua presenza. Se solo volesse potrebbe soffocarmi sotto al cuscino o strangolarmi con i fili penzolanti accanto al letto. Temo soprattutto la seconda ipotesi, visto che ama sgozzare le proprie vittime.
Mi sforzo di rimanere impassibile. Non voglio regalargli la mia paura.
«Come potrebbe annegare Anna se tu sei qui?» Chiedo guardandolo dritto negli occhi. Due iridi scure come la notte. Chi lo sa se sono veramente sue od usa delle lenti a contatto colorate. Il mio amico Simone qualche settimana fa mi aveva detto che vanno molto di moda fra gli influencer in questo periodo. Le utilizzano per venire meglio in foto. Io ero all’oscuro della loro esistenza, ma il killer evidentemente no.
Il folle gongola soddisfatto per la domanda. È riuscito ad insinuare il dubbio dentro alla mia testa. Lo fa sempre.
«La tua ex ragazza si trova legata ed imbavagliata dentro ad una vasca che si sta lentamente riempiendo. Secondo i miei calcoli ha a disposizione ancora venti minuti. Al liceo ero il migliore della classe in matematica», sogghigna.
Non gli credo, mi sembra una storia troppo inverosimile, ma non posso assolutamente permettermi di correre rischi. Si tratta di Anna, dannazione. «Cosa vuoi ancora da me? Lasciala andare, non ti abbiamo fatto niente di male.»
«Se ti comporti bene corro subito a liberarla, come ti ho già detto non si trova molto lontano da qui, ma il tempo scorre inesorabile.» Dalla sua bocca esce un alito di liquirizia. Non mi aveva mai parlato standomi così vicino e solo adesso ci faccio caso.
«Ti ascolto», rispondo esausto.
«Tra tre giorni, quando ti dimetteranno, presentati senza la polizia al parco del Cormor. Io ti aspetterò dove hai parcheggiato l’ultima volta.»
«Come fai a sapere che uscirò dall’ospedale tra tre giorni?»
«Ho chiesto al dottore che ti ha in cura. Sono tuo zio ricordi?»
Razza di farabutto. Possibile che riesca sempre a farla franca? Sorride sghembo e protende il collo verso di me come usa fare spesso. Sembra una giraffa in cerca di foglie sugli alberi più alti. Oramai lo conosco bene quel mostro.
«Perché dovrei obbedire?»
«Se non lo fai, Anna morirà.»
«Non ti seguo. La polizia mi ha arrestato e mi crede colpevole, ma tu hai continuato ad uccidere e a rapire altre ragazzine. Ti sei dato la zappa sui piedi. Potevi smettere e ne saresti uscito pulito.»
«Io non posso smettere», esclama con rabbia. Per la prima volta da quando è entrato manifesta un segno di debolezza. Ha perso la sua pacatezza. Forse sta cedendo ed è impaziente di portare a termine i suoi piani. Respira affannosamente e gli occhi gli diventano improvvisamente lucidi. Dietro ai suoi travestimenti si nasconde un uomo turbato in cerca di attenzioni. O di aiuto.
«Non vedo comunque come io possa esserti utile.»
«Tu esalti la mia fantasia, sei come benzina per me.»
«Ma che significa?»
«Mi stimoli a perseverare, sei una sfida per il mio intelletto e voglio scoprire come andrà a finire. Finché tu ci sarai, gli sbirri conserveranno sempre il dubbio su chi sia il vero assassino. Siamo uniti da un legame indissolubile io e te.»
Mi rifiuto di capire, con i pazzi non si ragiona e ho la sensazione che lui voglia solo giocare al gatto col topo.
«Attendo la tua visita tra tre giorni appena il sole tramonta. Non mancare e ricorda di venire da solo o sarà peggio per te.»
Se ne va dalla porta principale senza voltarsi indietro. Come accade nei film, appena esce, entra Romita. Accidenti che tempismo. Neanche ci fosse stato un copione scritto.
«Era qui», sbraito a squarcia gola.
«Chi?»
«Lui, il serial killer, indossava un travestimento, ma era lui, mi ha parlato.»
«Ma come diamine è possibile? Che aspetto aveva? Come ha fatto ad entrare? I miei uomini si trovano qui fuori di guardia. Chi cazzo piantonava l’ingresso?» Esplode l’ispettore all’auricolare. Romita mi tempesta di domande, ma anche io ne ho una di fondamentale importanza per lui.
«Come sta Anna?»
«Lei è al sicuro non ti preoccupare, ora descrivimi l’uomo. Non abbiamo un minuto da perdere.»
«Prima voglio parlare con Anna. Mi ha detto di averla rapita.»
«Ma è una bugia.»
«Voglio parlare con Anna!!» Mi impunto ed incrocio le braccia.
«E va bene, ma sbrigati.»
Mi passa un cellulare e compongo il numero. Mi tremano le dita. Al terzo squillo risponde. Sentire la sua voce è una consolazione.
«Stai bene? Dove sei?»
«Sono con tua madre, perché? Qualcosa non va?»
Non rispondo nemmeno e riaggancio. Mi basta sapere che non sta annegando. Quel pezzo di merda mi ha mentito. Necessitava a tutti i costi di riferirmi le coordinate del nostro prossimo incontro ed ha architettato un astuto e subdolo stratagemma.
«Non lo troverete mai», affermo convinto.
«Portava un travestimento quindi?» Chiede Romita come un disco rotto e nel frattempo impartisce ordini ai suoi uomini.
«Si, una parrucca bionda con i capelli a caschetto ed un mento finto.»
«Se è davvero così alto, anche se si è levato quegli accessori posticci, forse abbiamo qualche speranza.»
Due agenti compaiono dietro di lui e iniziano la caccia all’uomo.
«Chi era di guardia?» Domanda l’ispettore su tutte le furie.
«Fontana signore.»
«E dove cazzo sta ora?»
«Non lo sappiamo.»
«Eccolo che arriva», gracchia la radiolina.
Fontana si presenta come se niente fosse con una tazza di caffè in mano ed un paio di cornetti.
«Ma sei impazzito!?» Sbotta Romita, «sono anni che svolgi questo mestiere. Perché diavolo ti sei allontanato?»
«Mi sono perso qualcosa?» Risponde il poliziotto negligente che già in altre occasioni aveva dimostrato molta superficialità.
«Ne parliamo dopo in centrale. Il killer era qui mentre tu stavi gozzovigliando in giro.»
Fontana rimane a bocca aperta. Sa di averla combinata grossa e Romita è uno che perdona una volta sola.
«Muovetevi, non state li impalati.»
Gli agenti si sparpagliarono in tutte le direzioni mentre Romita si accomoda sul bordo del letto.
«Che cosa ti ha detto?»
Esito per un istante. Poi decido di raccontare la verità. Ho potuto constatare che Anna non rischia di morire, quindi non ha più senso inventarsi scuse e onestamente sono arcistufo di mentire.
«Tra tre giorni al tramonto dobbiamo incontraci al parco del Cormor.»
Terminata la frase mi sento di nuovo in pericolo.