Capitolo 28 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
In men che non si dica Romita ha ottenuto l’autorizzazione dai suoi superiori a procedere. Tutti i telegiornali trasmettono come prima notizia il ritorno a casa della ragazzina scomparsa. Anche le radio locali ne parlano. Non sono trascorse nemmeno dieci ore che il finto ritrovamento è sulla bocca di qualsiasi giornalista.
Le autorità devono essere proprio ai ferri corti per esporsi in questa maniera.
Mi immedesimo per un istante nei genitori della sventurata e davvero non li invidio. Ascoltano il servizio consci che è tutto un bluff. Chissà quanto hanno pregato perché il rinvenimento fosse realmente accaduto.
I sottotitoli scorrono velocissimi in sovraimpressione ed in alcuni di questi si legge che il killer ha i minuti contati. Chiedo cortesemente all’infermiera di turno di alzare il volume e vengo subito accontentato.
Dopo soli due giorni di degenza conosco quasi tutto il personale che mi assiste. La signora più anziana, quella che adesso maneggia con il telecomando, si chiama Maria ed è la capo sala. Non solo per esperienza, ma anche per bravura. È decisamente la più in gamba di tutte. Si vede subito che svolge il proprio lavoro con passione. Mi domanda spesso se ho bisogno di qualcosa e si premura a soddisfare ogni mia esigenza. Ieri sera per esempio le ho chiesto un cruciverba e siccome non ce ne erano a disposizione nella sala comune, è andata a comprarmelo di persona al tabacchino qui di fronte, spendendo di tasca propria. Le ho prontamente restituito i soldi ed offerto un caffè che abbiamo bevuto insieme seduti sul mio letto d’ospedale.
Poi c’è Rosalia, una donna del sud tutta grinta e lentiggini. Ne ha il naso costellato. Lei ne va fiera, sostiene che sono sexy e non fa nulla per nasconderle. Nel momento in cui viene a cambiarmi le lenzuola mi parla sempre della sua amata Sicilia. Oltre che essere generosa ed una buona forchetta (a pranzo mi ha allungato una porzione di pasta in più), è anche una chiacchierona. Durante le sue brevi visite discutiamo di ricette, in particolare di dolci. Secondo lei la migliore cucina d’Italia è sicula. Ovviamente. Non posso certo darle torto. Quando tempo fa sono stato in vacanza a San Vito Lo Capo ho mangiato come un re. Se ne avete occasione andate al "Ammuri». Fidatevi, non ve ne pentirete.
Infine come infermiera di reparto, incaricata più che altro a controllare la mia mobilità, c’è Rita, una giovane laureanda di origine sudamericana specializzata in fisioterapia.
Le prime volte sembrava la più diffidente a concedere qualche commento, ma dopo poche ore, trascinata dalle colleghe esuberanti, si è lasciata andare pure lei. Convive con il suo fidanzato da dieci anni e, da poco, lui le ha chiesto di sposarla. Mentre lo raccontava le brillavano gli occhi. Mi ricorda tanto una coppia di mia conoscenza. In un momento di debolezza mi sono confidato e le ho abbozzato qualche mia vicissitudine.
Rita era davvero dispiaciuta per la mia triste storia e per tirarmi su di morale mi ha persino invitato al suo matrimonio. Ho subito declinato per l’imbarazzo e siamo scoppiati a ridere. Non avrei mai pensato di trovarmi così bene in un ospedale. Mi trattano con i guanti e io faccio del mio meglio per non creare problemi. Secondo il primario sono un paziente modello perché non mi lamento mai. A differenza mia, gli altri assistiti tormentano le infermiere per qualsiasi capriccio.
Come premio mi dimetteranno questa sera stessa, con una mezza giornata di anticipo. Considerate anche le mie buone condizioni cliniche, non c’è motivo di soffermarsi ulteriormente. Dovrò indossare un busto per un mese e mezzo per evitare di muovere il bacino e spalmarmi delle pomate antinfiammatorie prima di coricarmi a letto, ma secondo i dottori non ci impiegherò molto a ritornare a pieno regime. Ringrazio l’intera equipe che mi ha seguito gustandomi l’ultima cena sciapa insieme a Rosalia, che me la ha appena servita sul comodino.
«Ho rubato dalla sala mensa per te un budino alla cioccolata», mi strizza l’occhio complice.
«Grazie.»
Mia madre sarebbe fiera di lei. Diventerebbero subito amiche.
Purtroppo non ho fame, ma mi spiace deludere Rosalia, quindi mi impegno a finire il rancio. Non tengo appetito anche perché l’orologio segna solamente le sei di sera, ma divoro comunque in pochi secondi il purè di patate accompagnato da una mela cotta. Le dosi non sono mai abbondanti. Sfrutto questa opportunità per buttare giù un paio di chili. Il budino al cioccolato invece me lo godo fino in fondo.
I miei vicini di stanza sono praticamente anoressici oltre che schizzinosi. Si permettono addirittura di lasciare del cibo nel piatto. Nei giorni precedenti avrei mangiato anche i loro avanzi, ma non sarebbe stato molto igienico.
Anna è venuta a farmi visita più o meno ogni tre ore e mia madre idem. Come al solito mio padre preferisce restare in disparte e si presenta sporadicamente ponendomi qualche domanda di circostanza sempre a distanza di sicurezza. Le cose tra me ed Anna stanno migliorando a vista d’occhio, ma quando mi prende per mano rifiuto ancora il contatto. È ancora troppo presto. La considero sempre la donna della mia vita, ma solo il tempo potrà cancellare la delusione e il risentimento.
Un altro mio visitatore accanito è l’ispettore. Non mi perde mai di vista. Mi ha tenuto aggiornato sugli sviluppi delle indagini, ragguagliandomi sulle novità. Anche se a dire la verità sono ben poche. Si è fidato della mia intuizione ed ora ascoltiamo insieme il notiziario, in trepida attesa di un passo falso del killer. Lo scopro con le dita incrociate dietro alla schiena. Sta rischiando molto con questa operazione, non la smette per un secondo di farmelo presente.
«Speriamo in bene», sospira sorseggiando un caffè che si è preso al bar di sotto.
Giuliani e Fontana entrano nella stanza con il volto sconvolto.
«Capo i carabinieri hanno ritrovato la ragazzina, come mai non ne sapevamo nulla?» Domanda Giuliani.
«Già come mai?» Aggiunge Fontana incredulo. Sembra molto scosso per la notizia.
«Ad essere onesti si tratta di una operazione combinata con i colleghi dell’arma. I miei superiori hanno raccomandato massima riservatezza.»
«A noi poteva dircelo», protesta Giuliani leggermente indispettito.
«Non essere sciocco, qui non è questione di prendere dei meriti, l’importante adesso è la salute della bambina.»
Si volta verso di me rivolgendomi un cenno di intesa. È stato di parola e non ha riferito nulla nemmeno ai suoi collaboratori più stretti.
«Beh non mi risulta un bell’epilogo dissotterrare una bambina morta», commenta Fontana.
«Nessuno ha parlato di morti qui», si agita l’ispettore che quasi si rovescia il caffè addosso.
«Ah, mi sembrava di aver capito questo dal telegiornale.»
«Mi pare che sia chiaro il fatto che la hanno ritrovata viva. Ultimamente sei molto distratto», lo rimprovera Romita «magari hai bisogno di un po’ di ferie.»
«In effetti sono parecchio stanco. Ritornando alla ragazzina, almeno nessuno si è fatto male questa volta», glissa con la coda fra le gambe.
Romita ce la ha ancora con lui per non aver presidiato a dovere l’ingresso della stanza dove sono allettato.
«Quindi i carabinieri lo stanno per catturare quello stronzo?» Chiede Giuliani. «Oppure anche questo è confidenziale?» Lo pungola con un sorrisino stampato sulle labbra.
«Siamo sulla buona strada, domani vi aggiornerò su come procedere.»
«Il paziente qui come sta?» Domanda Fontana. Trovo insolito che si preoccupi per la mia salute.
«In miglioramento», taglia corto Romita.
«Bene capo allora ci aggiorniamo», conclude Giuliani salutando entrambi.
«C’è qualcosa che non torna», confida l’ispettore una volta usciti i suoi uomini.
«Del tipo?»
«Non lo so, ma è tutto strano, fin dall’inizio.»
È ovvio che sia ancora convinto del mio coinvolgimento, ma non si spiega in che modo. Meglio così. Provo a cambiare discorso. «Stasera potrò tornarmene a casa vero?»
«Si, hai già la scorta assegnata.»
«Spero non Fontana», ironizzo.
«Ci sarà chi deciderò io», risponde scontroso. «a proposito tieni questo nuovo telefono, ti servirà se il killer si fa vivo. Grazie al nostro software e alla collaborazione della compagnia telefonica mobile siamo riusciti a mantenere lo stesso numero.»
Mi appoggia accanto al letto uno smartphone di ultima generazione. Non bada a spese la polizia.
Lo ammiro estasiato ed inizio a prendere confidenza con le varie applicazioni. Sono sempre stato un minimalista, i miei cellulari precedenti non erano dotati di tutte queste app inutili. A me basta chiamare ed inviare messaggi. Fatico tremendamente solo a sbloccarlo.
«I contatti in rubrica non sono variati», mi anticipa, prima che io vada a controllare.
Alla faccia della privacy. La mia vita si è trasformata in una specie di «grande fratello» e io mi trovo sempre in confessionale. L’esempio calza proprio a pennello. Non sono più padrone di me stesso.
«Prepara i tuoi effetti personali, subito ce ne andiamo.»
«Ok», rispondo quasi dispiaciuto per la mia linea. Una volta a casa recupererò tutte le calorie perse.
«Ti aspetto qui fuori.»
Neanche un secondo dopo che Romita esce dalla stanza il cellulare vibra.
Numero sconosciuto. Leggo trattenendo il fiato.
«LA RAGAZZINA E’ ANCORA NELLE MIE MANI. NON ILLUDERTI. SE AVVISI LA POLIZIA CHE TI HO SCRITTO, LA UCCIDO. SONO MOLTO DELUSO DA TE. CAMBIO DI PROGRAMMA, STANOTTE CON UNA SCUSA ESCI A BUTTARE L’IMMONDIZIA, SARO’ IO A FARMI VIVO. ELIMINA QUESTO MESSAGGIO O LA BAMBINA MORIRA’ »
Rimango a fissare il testo e lo rileggo più volte indeciso su come comportarmi. Valutando alla svelta le alternative decido di accontentarlo. Cancello il messaggio e non dico niente a Romita. Questa volta sono certo che non bluffa perché siamo stati noi a farlo prima di lui. La ucciderà veramente. È piuttosto incazzato, lo si percepisce (come sempre) dalle lettere maiuscole presenti nel messaggio.
Se viene lui da me si metterà in trappola da solo. Questa volta gioco in casa, nel vero senso della parola, o almeno è quello che spero.