Capitolo 30 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Sono minuti interminabili quelli che scorrono durante l’attesa dell’arrivo di Emma, l’ultima ragazzina rapita … da me. Ma come cavolo è possibile che abbia menzionato il mio nome? Deve trattarsi per forza di un altro trucchetto del killer. Vuole ledermi il sistema nervoso fino alla fine e ci sta riuscendo alla perfezione.
«Non crederete mica a questa burla vero?» Sbotto verso gli agenti agitando le braccia al cielo.
«Mettiti seduto», intima Giuliani. Lui sembra proprio godere della mia colpevolezza.
«Non escludo nulla a questo punto», interviene Romita giunto oramai al decimo caffè.
«Ma siete impazziti? È assurdo, sono rimasto sempre con voi.»
«La bimba però è prigioniera da giorni, non significa niente la tua presenza qui adesso», ringhia Giuliani.
«Ma il corpo di Modonutti allora? Ne siete tutti testimoni. La minaccia di morte nei miei confronti poi, ve la siete già scordata?»
«Per quanto mi riguarda potresti essertela fatta da solo per depistare le indagini. Chi ci assicura che non sia stato tu ad organizzare quella messa in scena e ad ammazzare in precedenza Modonutti? Un’ idea davvero geniale, te lo concedo. Non esiste alibi migliore al mondo per un assassino, che guadagnarsi dei testimoni oculari come degli agenti di polizia.»
«Ma vi ha dato di volta il cervello per caso?» Giuliani sta letteralmente delirando e ascoltarlo mi fa andare in escandescenze.
«Adesso rilassiamoci tutti quanti. Avremo presto delle risposte», stempera un Romita estremamente imperscrutabile. Non riesco a decifrare la sua mimica. Praticamente non muove un muscolo. Chissà se crede a questa stronzata o meno!
Anna mi abbraccia così forte che quasi mi stritola. Con la coda dell’occhio scopro sul suo cellulare che il suo amante la sta chiamando, ma lei lo ignora premendo il tasto rifiuta. Successivamente elimina il contatto dalla rubrica.
Certo quel gesto non basterà a farlo sparire dalla sua vita per sempre e ancor meno non servirà a cancellare il tradimento, ma è comunque un primo passo.
Mi arrovello le meningi su come quella ragazzina possa conoscermi. Ha fornito alla polizia i miei dati personali. È assurdo. Mi ha chiamato per nome e cognome porca puttana, non può trattarsi di una coincidenza.
All’improvviso una coppia sui quaranta anni entra tutta trafelata nel corridoio della centrale. La donna ansima di brutto e il suo compagno domanda a chiunque gli capiti a tiro dove si trova l’ispettore Romita.
«Sono qui, venga si accomodi, desiderate un caffè?»
«Dove è mia figlia? Mi hanno assicurato che sta bene. È così, vero!?»
La donna, una signora distinta alta circa un metro e settanta e con un fisico asciutto da atleta, non la smette di agitarsi nemmeno per un secondo e si guarda in giro stralunata. È talmente in ansia che inciampa perfino su sé stessa. Non casca a terra solo perché il marito la sorregge con una invidiabile prontezza di riflessi. Come biasimarla. Una madre alla quale hanno rapito la propria figlia deve trovarsi in uno stato confusionale che non auguro a nessuno.
«Sarà qui a minuti», la rassicura Giuliani. Per fortuna si risparmia di aggiungere che il rapitore sono io. Dal suo sguardo intuisco che muore dalla voglia di sbattermi in prigione.
A tratti il padre appare persino più svampito della moglie. Evidentemente non è abituato a frequentare questo genere di ambienti. Ogni due secondi si passa la mano tremolante fra i capelli brizzolati e si stropiccia il naso come se dovesse starnutire. Stanno per riabbracciare la propria figlia e comprensibilmente sono tesi.
Qualche secondo più tardi compaiono quattro agenti in divisa. Uno di loro tiene per mano la piccola Emma, la quale non resiste nemmeno per un istante e si fionda fra le braccia dei propri genitori.
«Ciao tesoro, come stai? È tutto finito, adesso ci siamo qui noi!»
La mamma le accarezza i capelli e il padre si inginocchia per sbaciucchiarla dappertutto.
«Nessuno ti ha fatto del male vero?» Chiede la madre asciugandosi le lacrime.
«No, ma ho avuto molta paura, era tanto buio.»
«Appena te la senti ci racconterai tutto. Ti aspettiamo di là quando sei pronta», sussurra con delicatezza Romita provando ad essere gentile.
«Aspettate un attimo dannazione», abbaia la madre. «Non vedete che è sconvolta? Concedetele un po’ di tempo per riprendersi, è solo una bambina.»
«Ci serve che fornisca dei particolari ora. Rimandare è altamente sconsigliato, potrebbe dimenticarsi alcuni dettagli importanti.»
«Dai tesoro non ti preoccupare, nostra figlia è forte.»
Il padre prova a mediare la situazione, ma il tentativo è inutile.
«Non se ne parla nemmeno. Emma viene a casa con noi.»
«Mamma non ti preoccupare sto bene, ce la faccio.»
«Sei una bambina speciale lo sai?» Afferma Romita, «Ti piace il gelato?»
«Si. Cioccolata e fragola grazie.»
Scoppiamo tutti a ridere. Muovo un passo in avanti per guardare negli occhi la bambina che conosce il mio nome. Incrociamo lo sguardo e inizia ad urlare a squarcia gola, nascondendosi dietro alle gambe del padre.
«È lui. È lui il cattivo. Ho paura, non voglio tornare là.»
«Ma che stai dicendo, io non ti conosco nemmeno.»
«Giuliani per Dio portalo via da qui», ordina l’ispettore.
«Ehi piccola, sicura che sia lui?» Domanda la madre.
«Si», singhiozza rumorosamente e mi si spezza il cuore.
«Te la senti di raccontarmi tutto?» Romita la prende per mano e la bimba annuisce.
Giuliani mi trascina di forza lontano da Emma e ne approfitta per assestarmi una gomitata sul fianco.
Ovviamente non partecipo al colloquio fra Romita ed Emma, ma in seguito ho saputo cosa si sono detti.
«Hai nove anni giusto?»
«Si, appena compiuti.»
«I tuoi genitori mi hanno confidato che a scuola sei bravissima.»
«Me la cavo.»
Romita sorride. «Io invece ero un vero asino, odiavo la matematica.»
«A me invece piace molto.»
«Ti va di descrivermi come hanno fatto a portarti in quel posto?»
«Stavo andando al centro estivo come succede tutti i giorni, papà mi ha accompagnato parcheggiando l’auto a pochi metri dal cancello d’ingresso. Camminavo tranquilla verso l’entrata quando un signore alle mie spalle mi ha presa in braccio contro la mia volontà e mi ha caricata in macchina. Mio padre era troppo lontano e coperto da troppe persone per poter assistere alla scena.»
«E gli altri genitori non si sono accorti di nulla?»
«Probabilmente pensavano che fosse un mio parente.»
«Non hai urlato per cercare aiuto?»
«Ci ho provato, ma di colpo mi è venuto tanto sonno e credo di essere svenuta per la stanchezza.»
«Quel signore ti ha appoggiato qualcosa sulla bocca?»
«Mi pare di ricordare una specie di panno umido.»
«Molto bene signorina, stai andando benissimo. Riusciresti ad identificare l’uomo che ti ha prelevata?»
«Si era quello seduto nell’altra stanza.»
«Ne sei sicura?»
«Si»
«Ok. Per caso rammenti anche la macchina che guidava?»
«Non mi intendo di auto, sono una bambina.»
«Era grande? Colorata?»
«Scura, ma non gigante, come quella di papà»
«Bene, mi sei stata molto di aiuto. Subito arriverà anche il gelato.»
«Speriamo. Altrimenti il cioccolato si scioglie.»
«Sei molto in gamba per la tua età lo sai?»
«Me lo dicono anche mamma e papà.»
«C’erano altre persone nel posto dove ti trovavi prigioniera?»
«No, solo quel cattivo signore.»
«Ti ha fatto del male? Usava la violenza per trattenerti lì con lui?»
«Era maleducato, ma no, non mi ha mai picchiata. Mi teneva legata ed imbavagliata ad una sedia e andare al bagno era un problema. Spesso si assentava, costringendomi a trattenerla a lungo. Quando passano tante ore non è facile resistere.»
«Mi dispiace, non deve essere stata una bella esperienza, comunque sono certo che la supererai. Sei una ragazzina forte.»
«Eccolo il gelato finalmente.» Giuliani serve la coppa ad Emma.
La piccina giustamente non si crea scrupoli e trangugia il contenuto con avidità sporcandosi fin sopra le guance. È pur sempre una bambina.
«Molto buono grazie.»
«Ti davano da mangiare?»
«Si, due volte al giorno.»
«Per caso, l’uomo cattivo ti ha spiegato perché si comportava in quella maniera?»
«A mio parere quello è malato di mente. All’inizio pensavo che volesse uccidermi e avevo tanta, tanta paura.»
Scoppia a piangere e Romita le porge un fazzoletto di stoffa.
«Si divertiva a spaventarmi.»
«In che modo?»
«Si sedeva di fronte a me e restava in silenzio a fissarmi.»
«Quindi hai ben impresso nella mente il suo volto.»
«Veramente indossava sempre un passamontagna che gli copriva tutto la faccia.»
«Ma come? Fino ad un attimo fa eri convinta che il signore di là fosse il tizio che ti ha rapita.»
«Si era lui.»
«E come fai a dirlo scusa?»
«Ho guardato le sue foto.»
«Non capisco.»
«Me le ha fatte vedere proprio lui.»
«Proprio non ti seguo. Prova a spiegarti meglio per favore.»
«Mi ha confidato di essere un appassionato di fotografia, si è sbilanciato anche nel mostrarmi un suo autoscatto, anzi più di uno. Mi ha perfino rivelato il suo nome. Per quel motivo temevo di morire. Nei film succede sempre che quando il rapitore dice come si chiama, poi alla fine ti uccide.»
«Ma allora non lo hai mai visto in faccia?»
«Effettivamente no, ma l’uomo nella foto era il signore in corridoio.»
«Non significa però che siano la stessa persona. A noi servono delle prove concrete.»
«Mi sorge un dubbio.»
«Quale?»
«Adesso che ci penso meglio, anche da seduto il tipo con il passamontagna era molto più alto rispetto a quello che ho incontrato poco fa.»
«Devi esserne certa Emma, altrimenti un innocente rischia di finire in prigione.»
«Mi spiace, ma forse mi sono confusa per colpa di quelle foto.»
«Non ti preoccupare, avrebbe ingannato anche me.»
Finalmente li vedo uscire dall’ufficio di Romita. L’ispettore sembra arrabbiato, appoggia una mano sulle spalle della piccola Emma, la quale mi osserva scrupolosamente.
«Non è lui, troppo basso.»
«Ok, adesso puoi tornare dai tuoi genitori.»
Mentre la bimba saltella di gioia attorno alla madre, il chiacchierio di un gruppo di agenti in fondo al corridoio attira la sua attenzione.
«Riconosco questa voce», esclama spaventata.
«Ma che stai dicendo tesoro?»
«La voce dell’uomo cattivo. Lui si trova qui.»
Tratteniamo tutti il fiato e ci guardiamo attorno terrorizzati. La frase di Emma rimbomba ancora fra i muri della Questura come un monito.
«Sicura di non confonderti anche adesso?» Chiede Romita con espressione truce.
«Si, non sono stupida», risponde offesa la bambina drizzando il naso all’insù.
«Nessuno ha detto questo, ma anche in precedenza eri convinta che quell’uomo fosse il tuo rapitore», controbatte l’ispettore indicandomi.
«Ma le sembra il modo di trattare mia figlia? Dopo tutto quello che ha passato?»
La madre ringhia come una belva ferita e se non fosse per il tempestivo intervento del marito che la tiene ferma per un braccio si aizzerebbe contro Romita per sbranarlo.
Giuliani cerca invano di calmarla, spiegandole che tutti quanti desiderano il bene della piccola e la prega di non arrabbiarsi. Ancora una volta è la stessa Emma a sbrogliare la spiacevole situazione.
«Riconoscerei quella voce fra mille. Mi fa venire i brividi», proclama la ragazzina con estrema sicurezza.
Ma a chi si riferisce? stavano parlando troppe persone e poi non ha alcun senso quello che afferma. I presenti, per la maggior parte, rivestono tutti la divisa da poliziotto. Inoltre di timbri vocali simili ne esistono a centinaia, lo so per esperienza. Un mio vecchio compagno di classe per esempio imitava spesso il professore di latino e lo faceva talmente bene che ci cascavamo ogni volta.
«Hai bisogno solo di riposare», minimizza il padre, sistemandole una ciocca di capelli che le casca sulla fronte.
«Voglio andare via da questo posto. Lui è vicino ed è un uomo cattivo», piagnucola Emma avvinghiandosi nuovamente alle gambe di suo padre.
«Certo amore. Siamo rimasti qui fin troppo», esplode la madre, fulminando Romita con lo sguardo, il quale non ha il coraggio di replicare.
«Tenetevi a disposizione», riesce a vociferare prima che la coppia sbatta violentemente la porta dietro di sé.
«È normale capo che siano nervosi, la bambina è ancora sotto choc», tenta di consolarlo Giuliani.
Romita scuote le spalle. Ha terminato le sigarette e probabilmente anche le monete per il caffè.
«Qualche altra brillante idea?» Sposta su di me l’attenzione.
«Mi prende in giro?»
«A questo punto mi aggrappo a tutto. Oppure se preferisci ti sbatto dentro e getto via la chiave.»
«Non si inalberi con me. Rimango pur sempre il bersaglio principale del killer. Nemmeno io me la passo bene.»
Rassegnato si richiude in ufficio a ricontrollare per l’ennesima volta i video dell’ospedale.
«Dunque come procediamo?» Domando ad un infastidito Giuliani. Sembra quasi dispiaciuto che la bambina si sia sbagliata nei miei confronti.
«Adesso scatta il programma di protezione.»
«E che significa?»
«Che senza di noi non andrai nemmeno a pisciare.»
«Ci dobbiamo trasferire?» Domanda Anna, ignorando il termine scurrile.
«Rafforzeremo la scorta e vi trasferiremo in una casa sicura.»
«E dove?»
«Meglio non discuterne qui.»
«Ma io non ho niente con me», protesta Anna.
«Porterete via solo lo stretto necessario. Vi assicuro che non avrete bisogno di nient' altro.»
«E per quanto tempo dovremmo stare lontani da casa?»
Conosco già la risposta, ma spero in un’alternativa.
«Fino a che non cattureremo l’assassino.» Come volevasi dimostrare.
Romita spalanca la porta di colpo e quasi mi colpisce in faccia.
«Ha chiamato la scientifica. Sotto alle unghie di Modonutti risultano presenti tracce di DNA che non appartengono alla vittima.»
«E di chi sono?» Domanda Giuliani, mentre io sto quasi per svenire.
«Ancora non lo sappiamo, ma ci servirà analizzare al più presto il tuo sangue, Ermacora.»
L’ispettore mi fissa senza battere ciglio.
«Ti conviene collaborare», aggiunge inclinando il capo.
«Sempre che tu non abbia niente da nascondere», incalza Giuliani.
«Non c’è problema», azzardo, augurandomi che le tracce ematiche siano del killer e non mie. Magari ha commesso un errore di superficialità e non ha usato i guanti. Quante possibilità esistono che abbia sbagliato lui e non io?
Un professionista fino adesso impeccabile, contro un dilettante sprovveduto che non ne ha combinata una giusta. Sono spacciato, non mi resta che confidare in un miracolo.
Vengo condotto di gran fretta in una stanza adibita a laboratorio tecnico informatico, stranamente posta nell’ala della Questura, dove ero stato rinchiuso. Probabilmente una sistemazione provvisoria, usata per alcune mansioni di base. La sede centrale della polizia scientifica, infatti, si trova fuori città.
Mentre superiamo le due celle di transito prigionieri, riconosco il mio vecchio vicino di stanza che dorme sdraiato su di un di lato. Si sveglia di soprassalto e si precipita addosso al cancello, osservando con attenzione il nostro passaggio. Inarca comicamente le sopracciglia e mugugna sommesso qualche frase incomprensibile. Quell’essere mi dà sui nervi e Romita prova lo stesso mio disgusto. Mi domando come mai si trova ancora lì. Forse questo posto non è poi così passeggero come credevo. Affrettiamo il passo e raggiungiamo lo stanzino che fa al caso nostro.
L’ufficio non è proprio come lo rappresentano nei film, non ha grosse attrezzature, ma dispone comunque degli strumenti strettamente necessari per le incombenze meno complesse. Insomma quanto basta per prelevarmi un campione di sangue. La fortuna non gira certo dalla mia parte. Mentre attendo, mi accorgo che sugli scaffali sono stipati centinaia di documenti cartacei e sulla scrivania, addossata alla parete, giace un computer obsoleto con sopra mezzo dito di polvere. Giusto per intendersi, il pc è uno di quelli con lo schermo gigantesco ed il modem ingombrante sotto al tavolo. A quanto pare la polizia non viaggia in 5G e quella è solo una sistemazione adattata
Due paramedici con addosso il camice bianco lungo fino al ginocchio mi invitano ad accomodarmi su di una seggiola girevole di colore nero. Obbedisco e quando sollevo il capo noto sul soffitto un lampadario di dubbio gusto. Al posto delle lampadine tradizionali vi sono appese alcune bottiglie vuote di gingerino. Ma dove diavolo sono capitato? Questa stanza mi sembra più un laboratorio per cavie che un atelier della scientifica. Rimango allibito. D’accordo che qui rilevano solo le impronte digitali e quelle ematiche per catalogarle successivamente nei vari dossier, ma almeno potrebbero tenere pulito ed arredare il contesto con più impegno.
«Apra la bocca», ordina un tizio che è poco più che un ragazzo. Probabilmente si tratta di un tirocinante, visto che non ostenta nemmeno un pelo di barba sulle guance.
Eseguo da bravo paziente e il giovane imberbe mi ficca un tampone dritto in gola senza troppi convenevoli. Accidenti che delicatezza.
«Ecco fatto.»
Introduce il campione della mia saliva in una provetta e la analizza sotto la luce di un telescopio. La sua collega non pronuncia una parola, ma controlla che il ragazzo svolga la procedura nella maniera corretta. Deve essere la sua insegnante o quella che, come si usa dire, gli «tramanda il mestiere».
«Quanto ci vorrà?» Chiede impaziente Romita che nel frattempo ha trovato una sigaretta nel taschino della giacca.
«Non si fuma qui dentro», lo rimprovera la donna.
L’ispettore non si scompone, aspira un tiro a pieni polmoni e cerca un posacenere.
«Ecco tenga. Lo teniamo esclusivamente per le persone indisciplinate come lei.»
Si capisce subito che tra i due non corre buon sangue.
«Come lei ben sa dobbiamo spedire le analisi a Trieste. Non abbiamo i mezzi necessari qui. Tra due ore avrete il vostro risultato, adesso per favore lasciateci lavorare.»
Noto del risentimento nella donna riguardo alle proprie condizioni lavorative. Sembra evidente che non siano adeguate. Probabilmente la polizia non stanzia soldi a sufficienza per dare un sistemazione decente al suo laboratorio.
Romita si congeda con un cenno della mano e torniamo su di sopra. Durante il nostro passaggio l’uomo dietro alle sbarre ci tiene a riferirci una cosa.
«Avete trovato il vostro assassino ispettore?»
«Non sono affari che ti riguardano.»
«Perché non mi trasferite in carcere?»
«Conosci il motivo. Te lo ha già spiegato il tuo avvocato.»
«Non avete prove sufficienti. Allora liberatemi dannazione.»
Infila il muso fra le inferriate e digrigna i denti.
«Sappiamo entrambi che sei colpevole e presto troverò il modo di sbatterti dentro definitivamente.»
«Voi non sapete un cazzo. Come non siete in grado di arrestare il vero serial killer e perdete tempo con questo pivellino qui. Non occorre essere Sherlock Holmes per capire che non è il vostro uomo.»
«Ma che diavolo ne sai tu? Dai andiamocene.»
Romita mi trascina via di forza tirandomi per un braccio.
«Io so molte cose, ma le vostre orecchie non sono pronte ad ascoltarle.»
«Dai muoviti», borbotta l’ispettore stringendomi il polso.
«È più vicino di quanto pensate. Lui non perdonerà adesso che si sente braccato», urla l’uomo terminando la sua rivelazione con una agghiacciante risata.
In attesa dell’esito del tampone entriamo in un ufficio attiguo. Ho il cuore in gola. Ripenso alle parole del detenuto. «Lui non perdonerà. È più vicino di quanto pensate». Ma che cosa voleva dire? Proprio non me lo spiego. Anche la bimba rapita sosteneva che il killer fosse vicino.
Una brutto presentimento compare all’orizzonte. L’assassino non è lontano da me.