Capitolo 31 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
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«Capo, capo il killer si è messo in contatto con noi», ansima un agente entrando con il fiatone. Nel giro di cinque secondi un capannello di sbirri circonda Romita. Hanno condotto anche Anna con loro, per proteggerla e chiedere istruzioni sul da farsi.
«Che significa? Un altro biglietto accanto ad un cadavere?»
«No, è al telefono.»
Dannazione quel figlio di puttana ne possiede di fegato. Comincio ad avere seriamente paura ed Anna è più spaventata di me. Mi corre incontro e mi abbraccia, cercando aiuto, non capendo bene cosa stesse succedendo.
«Se è al telefono almeno non si trova qui no?» Provo a tranquillizzarla.
«Intercetta la telefonata e registrala. Cerchiamo di capire da dove chiama quello stronzo.»
Romita prende in mano la situazione e, mentre esce in corridoio, ordina a Giuliani di non perdermi di vista.
«Appena avremo un indirizzo lo andremo a prendere. Chiama subito un esperto, proverò a tenerlo in linea il tempo necessario. Nel frattempo tieni pronte le volanti e raduna più uomini possibili.»
Non fa in tempo a terminare la frase che capitombola sul pavimento colpito da un proiettile. Lo sparo lo abbiamo udito a mala pena e d’istinto ci gettiamo tutti a terra.
«Ma che cazzo succede?» Grida un agente riparandosi dietro ad un attaccapanni.
«Uomo ferito grave, chiamate una ambulanza presto.» Giuliani striscia sui gomiti fino al suo capo. Io sono paralizzato dalla paura. Cerco di capire da dove è partito lo sparo. Al secondo colpo comprendo. Il proiettile sfonda il vetro della finestra e manca di poco un altro agente. In pochi secondi si diffonde il panico. Anna urla a perdifiato e i poliziotti in servizio invitano a mantenere la calma, ma loro stessi non sanno come difendersi da quell’attacco inaspettato.
Non capita tutti i giorni di trovarsi in una situazione del genere. La telefonata era sicuramente una trappola, una scusa per far uscire allo scoperto l’ispettore e metterlo nel mirino. Sento che il prossimo obiettivo del killer sono io.
«Non andate verso quella cazzo di finestra», esclamo a gran voce.
Giuliani giunge contemporaneamente alla mia stessa conclusione e, tenendosi carponi, volta Romita su di un fianco come insegnano nei corsi di primo soccorso.
«Attenzione alla testa», lo avverto da dietro. Un terzo proiettile sfiora la sua spalla destra e termina di rimbalzo sulla parete, creando una piccola crepa.
«Capo tieni duro, presto arriveranno i paramedici.»
L’ispettore non dà segni di vita. Nonostante Giuliani lo scuota non si muove.
«Resisti per Dio.»
Anna resta accucciata dietro di me e singhiozza rumorosamente.
«Non dobbiamo fornirgli un bersaglio facile, il killer è là fuori da qualche parte e ci tiene sotto controllo. Evidentemente è un cecchino provetto. Non usciamo, se rimaniamo riparati nella stanza non può colpirci.» Cerco di credere a quello che dico.
«Protocollo emergenza», urla Giuliani alla ricetrasmittente, «presto, chiamate i rinforzi dalle altre sedi, ma non transitate per nessun motivo davanti alle finestre.»
Altri tre raffiche di spari frantumano una vetrata e un agente rimane ferito di striscio all’altezza dell’addome. Con eroismo si erge sulle ginocchia e spara a sua volta a casaccio.
«Resta giù cristo santo, non sappiamo neanche dove sia appostato.»
Giuliani lo richiama all’ordine e il giovane sbirro temerario si accascia al suolo premendo il braccio contro la ferita. Un suo collega gli passa la giacca e lui se la lega stretta attorno alla vita per fermare l’emorragia. Nel vedere tutto quel sangue macchiargli la divisa mi viene da vomitare.
Capto una voce chiamare Giuliani attraverso la ricetrasmittente. «Dimmi, lo avete trovato?» Ma come risposta ottiene un sibilo. Hanno colpito anche lui. Poi le mie orecchie catturano una frase sconvolgente.
«Sta entrando, scappate dal retro. Priorità Alex Ermacora e compagna.. e salvare la pelle. Fate attenzione, è armato fino ai denti.»
Quelle parole mi bastano per darmi una scossa. Sono il primo ad alzarmi da terra ed invito Anna ad imitarmi.
«Ma che cazzo fai? State giù porca puttana.» Giuliani non si separa dall’ispettore e prova a tamponare il sangue che gli esce dal petto.
«Dobbiamo andare, ci ammazzerà tutti se restiamo qui. Qualcuno vada a premere il codice di apertura della porta!»
«Io non posso abbandonarlo.» Grida con voce determinata Giuliani
D’un tratto parte la sirena dell’allarme e si accendono i lampeggianti della porta blindata.
«E’ lui!!« urla il vice ispettore, puntando la pistola verso l’ingresso «Riparatevi dentro!»
Seguono attimi di tensione, dove nessuno fiata.
D’improvviso appare Fontana, alla testa di un drappello di rinforzi. «Seguitemi svelti, ma state giù! Vi condurrò io alla casa sicura.», ci ordina con ampi gesti della mano.
«Finalmente! Pensaci tu Fontana, io ti raggiungo subito. Aspetterò quello stronzo senza indietreggiare. Non può sperare di entrare così e passarla liscia.» Giuliani parla con rabbia. Sono lo spirito di vendetta e l’adrenalina che lo spingono a comportarsi in quel modo così incosciente.
«Ok, ma non fare cazzate», consiglia Fontana che nel frattempo ci scorta fuori da una uscita secondaria.
«Tesoro ho paura», piagnucola Anna.
«Non abbia timore signorina, adesso ci siamo noi a proteggerla», la rassicura Fontana. Usciamo in strada e udiamo in lontananza le sirene di un ambulanza. Speriamo che arrivino in tempo. I passanti nei dintorni fuggono a gambe levate. Hanno intuito dal boato degli spari che è successo qualcosa di grave.
Saliamo su di un auto civetta parcheggiata dall’altro lato della strada e scappiamo da quell’incubo.
Guardo nello specchietto retrovisore e finalmente mi rilasso per un attimo. Nessuno ci segue. Nemmeno una volante della polizia. Siedo davanti, dietro si trovano Anna e un altro agente in borghese mentre Fontana è alla guida.
Penso subito che è molto strano che solamente due uomini siano incaricati di accompagnarci alla casa protetta.
«Tutto ok?» Domanda Fontana vedendomi preoccupato. Mi accorgo che fatica a stare seduto dentro a questa auto così piccola. È troppo alto per il tipo di vettura che manovra.
I suoi abiti puzzano di polvere da sparo eppure non impugnava armi quando ci è venuto a salvare. Inoltre sento nell’aria profumo di liquirizia. Chino la testa verso il basso e sotto ai miei piedi scorgo una macchina fotografica. Ritorno a posare lo sguardo su Fontana. Lo osservo diffidente. Sporge il collo verso di me e si sistema gli occhiali. Un brivido mi fa drizzare tutti i peli del corpo.
«C’è qualche problema?»
Cerco attraverso lo specchietto retrovisore gli occhi di Anna, ma purtroppo non guarda nella mia direzione.
«Nessuno.» Fingo di essere tranquillo, ma tremo di paura. Poi uno sparo mi fa irrigidire del tutto.
Fontana ha brutalmente ucciso l’agente seduto dietro con un colpo dritto alla testa. Anna urla a squarcia gola e Fontana mi fissa sorridente con il calcio della pistola ancora fumante.
«Finalmente ci conosciamo di persona Alex.»