Capitolo 4 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Esco dall’appartamento e mi sembra tutto strano, quasi surreale. La vista sfocata distorce la prospettiva dello spazio circostante. Che assurdità, fino ad un attimo fa ci vedevo benissimo. Le scale mi paiono più lontane del solito, ma la distanza non è certo variata in questi ultimi minuti. Ho le traveggole. Sbatto ripetutamente le palpebre per concentrarmi, ma non mi risulta affatto facile. Traccheggio dubbioso sull’uscio e tengo un piede dentro casa e uno sul pianerottolo. Sono piuttosto disorientato, eppure questa semplice operazione la compio ogni santo giorno. Questa volta però è diverso. Io sono diverso.
Ho paura ad uscire. Mi è venuta la sindrome della capanna. Non voglio allontanarmi dal mio rifugio. In qualche modo le mura domestiche mi proteggono dal mondo là fuori e custodiscono il mio orribile segreto. Mi sento un pesce fuor d’acqua, spaventato dall’imprevedibile reflusso delle onde e tremo al solo pensiero di separarmi da Erik. La paranoia domina il mio stato d’animo insicuro, ma alla fine l’istinto di sopravvivenza prevale. Devo farmi forza e varcare questa cazzo di soglia. Mi sono imposto di proseguire con la normale quotidianità e ci riuscirò. Dopo molti sospiri ed imprecazioni, finalmente supero la crisi e scendo in strada.
Monto in macchina ed accendo la radio senza ascoltarla. L’allarme incessante della cintura di sicurezza slacciata mi provoca una scossa e rammento che per mettere in moto l’auto occorre inserire la chiave nel quadro. Come un automa, raggiungo il botteghino che fa angolo al termine dell’isolato del quartiere dove abito. Non mi accorgo neppure di ingranare le marce. Il cervello ha inserito in default il pilota automatico e i piedi si muovono da soli pestando a memoria acceleratore e frizione.
Aziono le quattro frecce e parcheggio in zona di carico e scarico merci con l’intenzione di soffermarmi il meno possibile. La coscienza mi sta già richiamando all’ovile, o meglio, è la fobia di venire scoperto che mi urla di tornare.
Il cartello appeso sulla vetrata d’ingresso della biglietteria ricorda ai passanti l’orario di chiusura alle venti. Mancano ancora trenta minuti. Il tempo vola quando si ripulisce un cadavere, ma almeno le stagioni di C.S.I. sono servite a qualcosa.
Da fuori lo stabile è parecchio trascurato e decadente, ho la percezione che si regga in piedi per miracolo. Le mura sono cosparse di crepe ovunque e l’intonaco avrebbe bisogno di una bella sistemata. Non mi recherei mai all’interno di questo posto se non fosse necessario, ma ho un tremendo bisogno di quei biglietti e solamente qui li potrò trovare.
Entro in punta di piedi nell’esercizio e mi accerto per l’ennesima volta di non avere macchie di sangue addosso. La prudenza non è mai troppa. Il pavimento sotto ai miei piedi scricchiola ad ogni passo. Alcuni pezzi di moquette arrotolati su approssimativamente tentano invano di ricoprire dei listoni di legno ammuffiti. Al centro della stanza si intravede benissimo una macchia verdognola grande quanto un pallone da calcio, dettaglio non da poco, sfuggito al proprietario. I rattoppi improvvisati, invece che migliorare l’ambiente, aggravano solo la situazione. Anche il portaombrelli accanto alla porta è raffazzonato alla meno peggio. In precedenza forse fungeva come cestino per le immondizie.
L’eccesiva polvere accumulata sulle scaffalature alle pareti mi provoca uno starnuto. Accidenti a me che ho avuto la brillante idea di fare questo regalo ad Anna. Purtroppo è tardi per avere dei ripensamenti, quindi paziento e mi incolonno dietro ad un giovanotto coi capelli lunghi legati in un chignon. D’acchito lo avevo scambiato per una ragazza.
Davanti a me attendono il proprio turno in coda tre persone, di cui due probabilmente sono assieme, considerato che si scambiano opinioni ad alta voce riguardo al calcio mercato estivo.
«Chissà che bidone comprerà l’Inter quest’ anno», ironizza uno.
«Vedrai che vinceremo lo scudetto», ribatte l’altro.
«Ti piacerebbe eh? Si e no che arrivate in Europa League.»
Discorsi normalissimi da bar intrapresi da persone qualunque. In questo momento però mi urtano parecchio. Perché loro possono ciarlare di argomenti frivoli, mentre io sono costretto a preoccuparmi di risolvere un problema più grande di me? Non è giusto, ma ovviamente parlo per invidia. Chi è causa del suo mal pianga sé stesso, ripeteva sempre la mia saggia nonna. Mi piacerebbe molto unirmi a loro e magari offrirgli anche da bere. Vorrei anche io vestire i panni di uno qualunque. Invece indosso gli abiti di un assassino.
Respiro in modo irregolare, sono a corto di fiato senza praticare alcun tipo di attività fisica. Il brusio delle chiacchiere mi disturba e giunge alle mie orecchie attraverso un suono ovattato. La testa rimbomba, ma cerco comunque di origliare cosa dice il titolare del botteghino e mi par di capire che gli restano solo tre biglietti per Tiziano Ferro. Disperato, mi auguro che i clienti qui presenti non siano venuti esclusivamente per il concerto. Tamburello spazientito il piede a terra e senza volerlo sollevo un mucchio di polvere che mi sale fino alla gola. Mi schiarisco la voce ed aggiusto nervosamente il colletto della camicia che mi sta troppo stretto. Soffoco, mi manca l’aria.
Non mi sono mai drogato in vita mia, ma credo che il mio stato d’animo attuale si avvicini molto a quello che prova un tossico quando si sballa. Le percezioni sensoriali sono andate tutte a farsi benedire.
Sento gli occhi di tutti addosso. Mi osservano, giudicano il mio comportamento. Appaio forse agitato? Sembro un delinquente? Certo che no, è solo la paranoia che sta acquisendo la maggioranza dei voti da parte dei miei neuroni. Ho la visone storpiata di una realtà che non esiste. Di questo passo rischio di impazzire. Perdere la ragione ora non è affatto una buona idea e quindi respiro contraendo a comando il diaframma, in modo da rilassarmi.
Finalmente è giunto il mio turno e il ragazzo capellone che mi precede, un nerd con le lenti spesse quanto un vetro di bottiglia, ha comperato dei CD musicali anni novanta ed ordinato un disco in vinile non presente in negozio. Meno male, la sorpresa per la mia ragazza è in salvo.
«Prego mi dica, desidera un alibi?» Domanda l’avventore dietro alla sua antiquata scrivania in legno di mogano.
«Come scusi?»
«Io non ho parlato. Si sente bene? È un po’ pallido.»
Ma che cazzo, l’immaginazione mi fa pure sentire le voci. Stringo forte i pugni delle mani e con le unghie mi graffio la pelle fino a recarmi del dolore fisico. Voglio verificare se il cervelletto controlla ancora gli impulsi del corpo e mi assicuro di essere sveglio. Non si sa mai che si tratti solo di un brutto sogno. Purtroppo no, è tutto vero. Percepisco nitidamente il pizzicore. Comunque l’escamotage funziona. Non sono matto, ma solamente sconvolto e sotto choc.
«Signore, tutto ok?» Insiste il titolare notandomi provato.
«Si, per favore mi dia due biglietti per Tiziano Ferro.»
Ancora una volta la mia voce sembra quella di un estraneo.
«Tenga, sono centocinquanta euro.»
Saldo il conto tramite carta di credito e firmo con la mano tremolante la copia della ricevuta.
Scordo per un istante persino il mio cognome. L’esitazione non sfugge al titolare che mi chiede un documento per accertarsi che sia veramente io il reale possessore della carta. Dannazione sono un assassino, non un borsaiolo. Gli mostro la patente ed appena chiarita la mia titubanza mi scuso e sgattaiolo fuori dal locale vergognandomi di me stesso. Non mi riconosco più. Ho perso il lume della ragione e temo che se vado ancora un po’ in giro rischio di cacciarmi nei guai.
Un cadavere mi attende chiuso nel bagno. Erik mi reclama ed è un richiamo primordiale, quasi ancestrale. Non resisto. Non posso andare avanti così. Devo provvedere immediatamente a disfarmi di lui.
Rientro in casa furtivo, come un banale ladruncolo. Poso i biglietti sul tavolo e fisso la porta che mi separa dalla vista di Erik. Non vorrei aprirla, ma non posso più rimandare.
Presto il sole inizierà a tramontare. È giunto il momento fatidico. Prima di mettere in atto il mio piano, però, decido di chiamare Anna.
Al terzo squillo risponde.
«Ciao tesoro come stai?»
«Ciao amore. Sono molto stanca, ma felice che fra poche ore ci rivedremo. Ti racconterò di quanto è bella Barcellona. Prima o poi ci dovremmo andare insieme, anche se lo so che sei restio a prendere l’aereo. Mi sei mancato lo sai?»
Come sempre parla a mitraglietta. Non riprende quasi mai fiato. Ascoltarla mi consola. Ci voleva proprio una voce amica dopo tutta questa confusione.
«Anche tu mi sei mancata. Domani è un grande giorno cara la mia vecchietta», esclamo entusiasta buttando l’occhio sul tavolino dove si trovavano i biglietti per il concerto.
«Già, non ci voglio pensare.»
«Non sei contenta?»
«Si ma a trenta anni vorrei avere una famiglia, le mie coetanee sono già al secondo figlio.»
Rimango in silenzio. Non dispongo della forza necessaria per affrontare un discorso così serio dopo questa assurda e spossante giornata.
«Se il tuo capo è d'accordo, io sono pronto», dico tanto per sdrammatizzare.
«Ne abbiamo già discusso e sai bene come stanno le cose. Dovrei rinunciare ai benefit e lo stipendio non sarebbe più lo stesso, ma comunque non perderei il lavoro e guadagnerei abbastanza bene per vivere in tre.»
«E non dimenticare gli incassi del mio nuovo libro», sorrido amaro.
«I tuoi cadaveri ti porteranno al successo.»
Esito per un istante, «In che senso scusa?»
«Pronto???? Mi riferivo ai protagonisti delle tue storie. A che pensavi scusa? Ti sento strano.»
Non sfugge mai niente alla mia ragazza. Possiede il radar quando si tratta di cogliermi in flagrante. Dovrò recitare bene la mia parte per convincerla.
«Niente sono solo stanco anche io.»
«Puntuale domani all’aeroporto mi raccomando.»
«Zi padrona», la scimmiotto.
«Sciocco. Buonanotte, un bacio.»
«Buonanotte.»
Spengo il telefono e mi specchio sul display del cellulare. Coraggio Alex, è giunta l’ora di agire.