Capitolo 9 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Anna è ritornata da qualche minuto dall’ufficio, ma non le chiedo nulla riguardo alle sue commissioni. Meno male che anche lei non ha voglia di parlare. Sono quasi le nove di sera e mi informa che è molto stanca. Non la biasimo, la mia fidanzata al contrario di me ha un impiego vero. Preso dai miei problemi di matrice criminale mi sono dimenticato di preparare la cena, non ho nemmeno apparecchiato la tavola. Anna sbuffa senza preoccuparsi di nasconderlo troppo e si mette svogliatamente a spignattare. Accende controvoglia i fornelli e intanto controlla che cosa offre il frigorifero. Per evitare brutte figure prima di passarla a prendere all’aeroporto sono andato a fare la spesa. Quanto meno ho limitato i danni riempiendo le mensole del minimo indispensabile.
Il week end sta per cominciare e una coppia giovane come noi, quando sopraggiunge il venerdì sera dovrebbe fare i salti di gioia, invece il mio volto ritrae perfettamente la tristezza e l’apprensione mentre su quello della mia compagna vi è dipinta la rassegnazione.
Sono tentato di chiamare la polizia per la minaccia appena ricevuta da un tizio dall’identità ignota, ma se lo faccio rischio io stesso di finire in carcere. Quell’uomo misterioso sostiene di sapere cosa ho fatto e di possedere addirittura delle prove. Non mi conviene seguire l’istinto e confessare tutto alle forze dell’ordine, non capirebbero che in fondo sono innocente. Quanto meno fino al momento dell’occultamento di un cadavere, che di fatto mi rende colpevole.
Mi scervello per capire come cavolo uno sconosciuto possa avere ottenuto il mio recapito telefonico. È assurdo, contro ogni logica! Forse mi ha seguito fino sotto casa? Magari ci è addirittura entrato mentre ero a Venezia con la mia fidanzata? Mi vengono i brividi al solo pensiero e di getto apro la finestra per controllare la strada ed il vicinato.
«Ma che stai facendo?» Mi domanda Anna mentre sminuzza delle zucchine alla julienne e allo stesso tempo rosola della pancetta in padella.
«Prendo una boccata d’aria.»
Ruoto velocemente la testa a destra e a sinistra come una civetta, ma non noto niente di strano. Solo un passante solitario che porta a spasso un bulldog francese al guinzaglio. Lo seguo con lo sguardo fino a che non volta l’angolo e scompare dalla mia visuale.
Il cielo è nuvoloso, ma si intravede uno spicchio di luna attraverso il grigiore. Un ombra sospetta staziona nei pressi dei bidoni della spazzatura, ma strabuzzando meglio gli occhi mi accorgo che è solo un lampione. Vedo cose che non esistono.
Accendo la televisione e faccio zapping fino a trovare ciò che mi interessa. Un notiziario regionale.
«Parlano ancora di quella ragazzina?» Domanda Anna con le lacrime agli occhi per via della cipolla che sta affettando. Per cena sono previste mezze maniche con zucchine e speck per me, mentre per la mia ragazza un minestrone congelato di verdure servito freddo. La prova costume è in agguato e Anna ci tiene molto alla linea, anche se non ne ha assolutamente bisogno. A dire il vero non segue una dieta precisa, ma vuole dimagrire a tutti i costi. Una fissa che le è venuta da circa tre mesi.
La conduttrice del TG ripete per l’ennesima volta che la vittima è stata identificata a fatica per colpa del volto tumefatto ed aggiunge particolari raccapriccianti riguardo allo stato in cui è stata ritrovata. Descrive con accuratezza gli sfregi e i lividi presenti sul corpo e rimango allibito per come racconti il tutto con grande distacco. Mi auguro che i genitori della poveretta non siano in ascolto.
Per il momento non ci sono altri aggiornamenti. Il servizio seguente mostra la zona incriminata ed inquadra diversi uomini in divisa perlustrare la zona transennata per evitare che qualche giornalista troppo curioso la oltrepassi in cerca di uno scoop. Praticamente tornano a trasmettere gli stessi report mandati in onda all’ora di pranzo.
Il fatto in parte mi consola, significa che la stampa non ha in mano altro.
Vedere tutti quei poliziotti nei paraggi del corpo di Erik mi fa venire la nausea. Digrigno i denti per la sofferenza. «Andatevene via da lì», vorrei gridargli.
«Prendi i bicchieri dalla credenza per favore», mi sollecita Anna, riportandomi sulla terra
Obbedisco subito e dispongo i calici sul tavolo alla destra del tovagliolo, come esige la mia fidanzata. Ci tiene molto all’ordine e al galateo. A me non importa niente se il coltello finisce a destra o a sinistra rispetto alla forchetta, l’importante è cenare, ma per rispetto assecondo le sue manie.
Dopo dieci minuti scola la pasta e la impiatta con l’aiuto di un mestolo.
Metto in bocca svogliatamente due mezze maniche e una volta inghiottite mangiucchio i rebbi della forchetta. Non ho nemmeno fame. Anche lo stomaco è concentrato su ben altri dilemmi.
Consumiamo il pasto in religioso silenzio, tengo la testa bassa sul piatto e sento le labbra di Anna aspirare la minestra col cucchiaio. Il rumore mi fa sorridere, quando ci siamo conosciuti era fonte di imbarazzo fra noi. Con gli anni ci siamo abituati a dinamiche ben peggiori.
Per non sporcarmi i vestiti, poso un tovagliolo di stoffa sopra i pantaloni e mi accorgo che un bagliore illumina la tasca. È il cellulare di Erik. Un messaggio da parte di Monica; si trova in stazione, ma ovviamente non ha incontrato il suo ragazzo.
«Dove diavolo sei? Sono ore che ti cerco», chiede aggiungendo tre punti esclamativi.
Mi giro di schiena per non farmi scoprire da Anna e rispondo: «Devo sparire per un po’, perdonami. Poi ti spiego, abbi pazienza, mi sono cacciato nei guai.»
Lo so non è granché, ma è la migliore scusa che ho trovato nel giro di due secondi e per fortuna funziona.
«Sei sempre il solito. Non cambierai mai», commenta lei arrendevole.
Per un po’ non dovrò preoccuparmi di lei. Un problema in meno.
Ripongo il cellulare in tasca è lo rimetto in modalità silenziosa.
«La tua pasta si sta freddando, è tutto a posto? Solitamente ingurgiti il cibo con una voracità degna di un leone.»
«È solo che non ho molto appetito.»
«Mi è scappato per caso troppo sale?»
«Ma no, non è quello.»
«E allora cosa c’è?» Sei incredibilmente distaccato stasera.
Ha ragione. Solitamente spegniamo anche la televisione per chiacchierare del più e del meno e capita spesso che andiamo avanti per ore. Però c’è da dire che anche lei fino a poco fa era assorta nei suoi pensieri, probabilmente sul lavoro non fila tutto liscio, ma è troppo orgogliosa per ammetterlo.
«Programmi per domani?» Domando giusto per imbastire un discorso. «Ricordati che dobbiamo incontrarci con i nostri amici per l’aperitivo.»
«Dovrò rimettere in ordine casa.» Mi guarda di sottecchi. Non si degna nemmeno di rispondermi. Eppure credevo di avere già sistemato tutto. Evidentemente una donna ha un altro concetto di «ordine».
Non provo nemmeno a giustificarmi, tanto sarebbe una battaglia persa in partenza. Finisco alla svelta la mia pasta e mi alzo per sparecchiare. Se le dimostro che sono volenteroso, forse si lamenterà un po’ di meno.
«Vuoi un caffè?»
«Si grazie», risponde sbadigliando.
La TV nel frattempo procede imperterrita con la sua scaletta. È giunta l’ora del film in prima serata. Danno «The Truman show», un film trito e ritrito, ma sempre piacevole da riguardare. Mi domando se anche tutta la mia incredibile storia sia banalmente un «Ermacora show», dove tutti sanno quello che sta succedendo tranne il protagonista.
«Scegli un canale, per me è indifferente», le propongo passandole il telecomando.
«Mi pare ci sia il sequel di «Fast and Furious.»
«Quello dove Vin Diesel alla fine si getta dalla macchina in corsa?» Domando confondendo i vari film della saga.
Ad Anna piacciono molto le scene di inseguimento. Più sono spettacolari e più lei si esalta.
«Indovinato. Comunque guarda ciò che vuoi, io crollo già dal sonno.»
Mentre con la mano destra inserisco la cialda nella macchinetta, con la sinistra controllo se il cellulare di Erik si trova ancora nella mia tasca. Ho l’ossessione che mi caschi dai pantaloni. Sono ben conscio che sia impossibile, ma sto diventando paranoico.
Anna sembra non badare a me. Cazzeggia su internet scorrendo il display con il dito indice alla velocità della luce.
«Domani mattina presto vado a lavare la macchina», avviso mentre le porgo la tazzina con accanto lo zucchero di canna.
«Ma che fissa hai con questa dannata macchina? Ti ho fatto il pieno anche se non serviva e mi pare in ottime condizioni.»
Mi osserva in modo indecifrabile. Non la conosco sotto questo aspetto. Sembra come incazzata con me per non so quale motivo.
«Volevo tirarla a lucido per il concerto.»
«Come se a Tiziano Ferro importasse della tua auto. Fa come credi, io domani ho intenzione di starmene a letto fino a mezzogiorno», grugna irritata.
Non ho tempo adesso per i suoi capricci, devo sbrigare delle incombenze.
Cambio completamente argomento per provare a sollevarle l’umore.
«Che ne dici, nei prossimi giorni mettiamo l’annuncio che vendiamo il nostro appartamento?»
La proposta cattura subito la sua attenzione. «Ottimo, provvedo io, non ti preoccupare, tu pensa ai cartoni per il trasloco.» Finalmente un mezzo sorriso.
Ci piace sognare insieme e fantasticare un pochino. Così facendo, le angosce quotidiane che ci turbano passano in secondo piano.
«Ricordiamoci però anche di comprare l’altra casa», aggiungo come se fosse un dettaglio marginale.
«Basta andare in banca ed aprire un mutuo», minimizza lei sollevando gli occhi verso il soffitto.
«Prima bisogna proporre un offerta tramite l’agenzia immobiliare.»
«E quindi? Devo fare sempre tutto io?» Protesta alzando il tono della voce.
«Ma che cavolo hai? Ti ho fatto qualcosa e non me ne sono accorto?»
«Rimandi ogni volta. Parliamo sempre a vuoto e non facciamo mai niente.»
«Non dobbiamo mica acquistarla questa sera. Ho tirato fuori il discorso tanto per dire qualcosa. Ma che ti prende?»
«Niente lascia stare, scrivi pure il tuo libro.»
«Quindi è questo il problema? Tu hai un lavoro e io no?»
«Basta, non ne voglio discutere.»
«Tanto lo so che è così.»
«Voglio solo andarmene da qui e ingrandire la famiglia», soggiunge con gli occhi arrossati. Quando gioca la carta della persona fragile mi intenerisco.
Le vado incontro per abbracciarla, ma lei mi scaccia via in malo modo.
«Domani andrà meglio, sono solo stressata, abbi pazienza.»
La osservo dirigersi in camera da letto scuotendo la testa. Proprio non la capisco ed è la prima volta che accade. Di solito basta una mezza occhiata od un semplice gesto e torna tutto a posto. Questa volta è diverso. Noi siamo diversi.
Mi distendo sul divano ed appoggio i piedi sul bracciolo. In sottofondo sento Jim Carry che sta litigando con la sua finta moglie. Spengo il cellulare di Erik e con riluttanza prendo in mano il mio. Non oso riguardare le foto che mi ritraggono in prima persona, ma devo farlo, magari dietro a quelle immagini posso scovare qualcosa che mi torna utile.
Dopo la centesima volta che le analizzo con attenzione mi convinco che a scattarle è stato di sicuro un professionista. La messa a fuoco, i dettagli accurati, una macchina fotografica comune non è in grado di realizzare un campo focale così nitido.
Sono tentato di scrivere un messaggio a quello psicopatico, ma rischio di peggiorare le cose. Come a leggermi nel pensiero è proprio lui a precedermi. Accidenti che tempismo. Non è solamente il sottoscritto a pensare a lui, ma anche viceversa.
«QUANTO TEMPO CREDI CHE CI METTA LA POLIZIA A RISALIRE A TE?»
Questo tizio mi logora il sistema nervoso. Rispondo di getto, mi ha fatto arrabbiare.
«Vuoi dei soldi? Lasciami in pace e fatti gli affari tuoi, sporco assassino.»
Respiro affannosamente e le tempie mi pulsano provocandomi un forte mal di testa improvviso.
«DA CHE PULPITO VIENE LA PREDICA»
Provo a rintracciare il numero di telefono su Google e sulle pagine gialle, ma la ricerca non produce nessun esito. Ci vorrebbe un software più potente, come per esempio quelli in dotazione alla polizia. Ipotesi che ho già scartato per ovvi motivi.
«Non scrivermi mai più o ti denuncio.» Tento di spaventarlo.
«NON HAI NEMMENO IDEA DI CHI SONO, MENTRE IO SO TUTTO DI TE»
«Tu non sai niente di me.»
«METTIMI ALLA PROVA» Mi sfida in maniera arrogante.
A questo punto spengo il telefono. Ne ho abbastanza. Sono le dieci di sera e le forze mi stanno già abbandonando, anche se dubito di dormire stanotte. Chiudo anche il televisore e rimango al buio da solo con le mie paturnie. Espiro ed inspiro lentamente. Mi sforzo ad immaginare cose belle, me lo avevano insegnato tanto tempo fa. Quando hai dei problemi, prova per un attimo a riporli in un cassetto del cervello e concentrati solo su episodi felici.
Oggi tuttavia sembra non funzionare, sono troppo agitato. Le lancette dell’orologio a muro ticchettano insolenti, fregandosene della mia voglia di pace. Ad interrompere il mio percorso da eremita è lo squillo del telefono fisso di casa. Salto letteralmente giù dal divano con un balzo felino.
Chi diavolo può essere a questa ora?
Anna si precipita in soggiorno anticipandomi di una frazione di secondo. Dopo il quinto squillo solleva la cornetta.
«Pronto?»
Silenzio. Mi fissa impaurita ed inclina il capo con espressione sbigottita.
«Pronto chi parla?» Ripete. «Non dice niente nessuno, avranno sbagliato numero», dichiara rivolta a me.
«Dammi qua.» Le scippo bruscamente la cornetta di mano e preso dall’ansia la spintono involontariamente. La foga mi trasforma in una persona violenta.
«Rilassati», mi ammonisce mandandomi platealmente a quel paese.
Non ci faccio caso e tendo l’orecchio in ascolto. «Pronto? Con chi parlo?»
Nessuna risposta. Si avvertono in lontananza alcuni respiri e dei lievi sbuffi che probabilmente fuoriescono dalle narici.
«Chi sei?» Esclamo irrequieto e Anna mi incenerisce con lo sguardo.
«Dai riaggancia per favore. Non serve accanirsi in questo modo.»
Obbedisco. Sono scosso. Sicuramente si trattava del killer misterioso. È a conoscenza anche del mio numero fisso e si permette pure di spaventare la mia ragazza. Non si mette per niente bene.
«Dai torna a dormire, io arrivo subito.»
Perplessa per il mio comportamento Anna si congeda con uno sbadiglio.
Riaccendo il mio cellulare. Compaiono due messaggi non letti.
«TU SEI ALESSANDRO ERMACORA E LA TUA CONSORTE SI CHIAMA ANNA.»
A dimostrazione che quel tipo sa tutto di me.
Non ho il coraggio di leggere il secondo sms, ma proseguo per inerzia.
«HAI UCCISO UNA PERSONA, MA LEI ANCORA LO IGNORA. CHE NE DICI SE GLIELO RIFERISCO IO?»
Quel pazzo sta giocando al gatto col topo. L’ultima frase mi leva ogni dubbio. Era proprio lui al telefono poco fa.
«Non permetterti di rivolgerti a lei. È al di fuori di tutto questo e ci deve restare.»
«TU L’HAI MESSA IN MEZZO !»
«Io non ho fatto proprio niente, smettila.»
«NON SPEGNERE PIU’ IL TELEFONO O RICHIAMO SUL FISSO», minaccia. Scrive sempre in maiuscolo,ottima scelta per incutere terrore. Gli do atto che ci sta riuscendo in pieno.
«Senti, farò tutto quello che vuoi, ma ti prego non coinvolgere la mia ragazza.»
«COSI’ MI PIACI, BRAVO CUCCIOLINO !»
Sono in trappola e senza via di scampo. Quel bastardo mi tiene in scacco. Fa leva sulla mia debolezza, sa bene che non posso denunciarlo, altrimenti lui farà altrettanto con me. In qualche modo siamo uniti da un legame indissolubile. Questa nostra inusuale connessione mi condurrà direttamente all’inferno.
Eseguo la sua richiesta e non spengo il cellulare. Mi corico sotto le lenzuola. Fa molto caldo, ma la mia temperatura corporea è scesa di brutto per colpa dell’angoscia. Anna se la russa già alla grande, quindi mi giro dall’altra parte, posizionandomi sul bordo del letto. Non distolgo mai lo sguardo dalla schermata iniziale, ma non posso tenere in mano il cellulare per tutta la notte. Lo appoggio sul comodino e con un occhio riposo, mentre con l’altro controllo se il killer mi torna a scrivere. Non lo fa. È stato quasi un peccato passare la notte in bianco per niente.
Alle sei e trenta del mattino scendo dal letto più stanco di prima e vado in cucina per fare colazione. Necessito di energie. Mi bevo un caffè americano accompagnato da dei biscotti col burro. Ingurgito tutto alla velocità della luce e per sbaglio macchio anche la tovaglia. Una volta sazio, resto imbambolato a fissare il vuoto.
Attendo disperatamente sue notizie, oramai sono completamente dipendente dal cellulare e soprattutto da quell’ uomo. Vivo in balìa degli eventi.
Approfitto del fatto che Anna dorme ancora profondamente per portare il borsone in pulitura. Un passo alla volta mi ripeto e poi la situazione si sistemerà. Almeno me lo auguro, ma io stesso non ci credo molto.
Arrivo fuori dalla lavanderia dieci minuti prima dell’apertura e aspetto che aprano.
Una signora assonnata di mezza età alza le saracinesche e capovolge un cartello con la scritta "open". Finalmente! Mi fiondo dentro, le porgo la sacca e saldo in anticipo.
«Ci vorranno almeno quaranta minuti», mi informa seccata la donna, una cinquantenne dall’aspetto trasandato che pare turbata dal mio impeto. Sono il primo cliente di giornata e secondo me le sto già antipatico a prescindere.
«Non ho fretta», rispondo accomodandomi su delle seggiole di plastica site in fondo alla stanza. Nonostante sia sabato e siano solamente le sette di mattina, l’ambiente si sta già affollando. Diversa gente entra per lasciare i propri panni sporchi.
Un omone alto e ben piazzato ritira un abito da matrimonio per la figlia che si sposa nell’indomani. Per la maggior parte dei casi le persone consegnano cappotti invernali e tappeti da esterno. Insomma la signora dietro al bancone ha il suo bel da fare per accontentare tutti. Mi sa che ci vorranno ben più di quaranta minuti.
Un vecchietto con i baffi a manubrio si siede accanto a me ed attacca bottone.
«Ogni volta che vengo qui mi sembra di essere dal dottore», commenta lisciandosi il pelo ben curato ai lati della bocca.
«Come mai?» Gli rivolgo la parola giusto per non apparire maleducato.
«La sala comune qui dove ci troviamo, la gente che attende il proprio turno e la proprietaria che chiama quando tocca a te.»
In effetti non ha tutti i torti. Sorrido di circostanza e abbasso la testa fingendo di essere occupato, ma il chiacchierone ha altre idee su come trascorrere il tempo.
«Vedo che ha depositato un borsone, pratica per caso palestra?»
Mi volto di scatto per guardarlo dritto negli occhi. Possibile che questo impiccione sia proprio il tizio che mi ricatta? Ovvero un pericoloso assassino? Nelle sue pupille non colgo nulla. Mi riserva uno sguardo indecifrabile, nessun cenno, niente segni di intesa.
Rimane impassibile e continua a gesticolare. O è un bravo attore, oppure si tratta del classico ciarlatano nullatenente che vuole fare amicizia per ingannare l’attesa. Lo soppeso in pochi secondi, basso di statura, tarchiato e con un filo di pancia tipico di chi beve molta birra. Le gambe sono così corte che non riescono a raggiungere il pavimento. Il suo viso pacioccone e l’aspetto simile a Buffalo Bill non lasciano spazio ad ulteriori dubbi. Non sembra affatto uno spietato assassino. Certo l’abito non fa il monaco, ma non ha alcun senso che il vero killer si trovi qui in questo momento a conversare con me. Tuttavia di secondo nome faccio San Tommaso e decido comunque di metterlo alla prova.
«Lei sa come mi chiamo?» Domando a brucia pelo.
L’uomo mi guarda stupito. «Certo che no, perché dovrei?»
Mi pare sincero, quindi mi scuso e torno a chinare il capo verso la punta dei piedi.
La domanda bizzarra ha funzionato e lo sconosciuto si ammutolisce improvvisamente. Sicuramente mi considera matto da legare. Meglio così, non ho nessuna voglia di socializzare oggi.
Dopo quaranta minuti esatti ritiro il borsone e vado a lavare la macchina. Il mio alibi così risulterà perfetto. Anna non avrà nulla da ridire se una volta a casa, troverà il bolide splendente.
Siccome l’auto era già pulita non ci metto molto. Acquisto anche il giornale nel tabacchino di fronte all’autolavaggio. Le prime pagine come ovvio, sono interamente dedicate al killer del parco. I titoli scritti a caratteri cubitali infondono soggezione e mi inducono a mandar giù un boccone amaro. Secondo un articoletto in fondo a destra, la polizia è sulla buona strada. Lo spero con tutto me stesso, così mi toglierei dai piedi quello psicopatico.
Un signore mi urta per sbaglio uscendo dall'edicola, ma si scusa immediatamente. Sopra alla testa indossa una cuffia di lana decisamente fuori stagione. Lo osservo incuriosito mentre sparisce dietro l’angolo e penso che muoia di caldo con quel vestiario, sudo solo a guardarlo. La gente è tutta strana.
Un messaggio mi fa sobbalzare. Eccolo, di nuovo il mio amico stalker.
«CONTROLLATI I PANTALONI.»
Ma che significa? Ha voglia di scherzare?»
Frugo in preda al panico tra le tasche e in quella di sinistra scopro un pezzo di stoffa di colore rosso. Non mi risulta di mia proprietà. Come cavolo è finito lì?
«NON LO RICONOSCI?»
«No», rispondo sinceramente. Poi capisco. Me lo ha messo lui, cazzo. Sbianco dalla paura. Era il tizio con la cuffia, dannazione. Si trovava a pochi passi da me, porca puttana.
Mi precipito in strada, ma lui è già sparito. Ho la netta sensazione che non sia lontano. Mi spia anche adesso ne sono certo, nascosto dietro qualche porticato. Il travestimento gli serviva per non rivelare la sua vera identità.
«QUELLO CHE TI HO INFILATO IN TASCA E’ UN FRAMMENTO DEGLI SHORTS DI ERIK», rivela spaventandomi a morte.
Ha scovato il corpo di Erik. Per fortuna o mio malgrado, prima della polizia.
«Non so di che cosa parli.» Provo a negare l’evidenza, ma mi rendo subito conto che è inutile. È troppo sveglio per cascarci.
«NON MENTIRMI O SARA’ PEGGIO PER TE.»
«Altrimenti che fai?» Ribatto pavidamente.
«UNA SOFFIATA ANONIMA A CHI DI DOVERE, TANTO PER INIZIARE.»
Rifletto su quanto appena letto. In effetti potrei farla anche io una soffiata anonima, non ho mai preso in considerazione l’idea per evitare ulteriori grattacapi.
Di nuovo intercetta il mio pensiero , «A TE NON DARANNO RETTA, IO INVECE HO LE PROVE, COME PUOI CONSTATARE TU STESSO.»
Ovviamente allude alle foto e al pezzo di stoffa. Inoltre sa dove è nascosto Erik. Se avviso la polizia rischio di venire accusato per entrambi gli omicidi. Quale persona sana di mente darebbe credito alla mia storia? Nemmeno io ci crederei se me la raccontassero.
«ANNA POTREBBE VENIRE A SAPERLO, MI BASTA UNA CHIAMATA PER ROVINARTI LA VITA», ricorda il bastardo. Nel leggere il nome della mia compagna ho un sussulto.
Sono sfinito e non vedo via di uscita.
«Continuo a non capire che cosa vuoi da me», scrivo disperato.
«TE L’HO GIA’ DETTO.»
«Allora perché non vieni qui e mi uccidi?» Grido con la forza del pensiero e invio il messaggio.
«MI VOGLIO DIVERTIRE, SEI UN RAGAZZO SIMPATICO E RICCO DI SPUNTI.»
Esasperato getto il brandello di tessuto in un cassonetto dei rifiuti e risalgo in macchina.
Accendo la radio con un gesto abitudinario e, guarda caso, passano le notizie del giorno.
Gli inquirenti ipotizzano che ad ammazzare Clara Pandolfi sia stato un killer seriale, infatti qualche mese fa sono state ritrovate altre due ragazze freddate allo stesso modo, non molto lontane da Udine. Anche loro con la gola sgozzata ed il volto tumefatto. Il modus operandi combacia. Ne sono convinto anche io, si tratta dello stesso assassino.
La persona che mi ha preso di mira è un disturbato mentale e per giunta abituato ad uccidere. Il senso di impotenza mi opprime, non mi è mai piaciuto restare a guardare gli altri senza potere agire. Spinto da un coraggio di cui non mi credevo affatto capace, faccio una cosa azzardata ed impensabile fino a poco fa. Decido di affrontarlo di persona.
«Incontriamoci», propongo. «Non è corretto che tu sappia chi sono, mentre io non so nulla di te.»
Dopo neanche cinque secondi arriva un messaggio.
«DOMANI SERA AL CONCERTO DI TIZIANO FERRO.»