Capitolo 10 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Rientro nel mio appartamento carico di dubbi. Ma come diavolo fa a sapere del concerto? Resta un vero mistero. Forse è riuscito ad entrare in contatto con Anna? Magari addirittura la conosce di persona? Ha piazzato delle cimici nel nostro appartamento? Ribalto tutte le stanze sotto lo sguardo severo e accusatorio della mia ragazza che gira come un fantasma per il soggiorno. Indossa ancora il pigiama ed impugna una tazza di caffè fumante. Nel vedermi indaffarato si insospettisce e si frappone fra me e il sofà. Mi trattiene bruscamente per un braccio impedendomi di proseguire con la mia attività investigativa.
«Si può sapere che diamine stai combinando?»
«Sto cercando una cosa», glisso con noncuranza mentre sfodero i cuscini del divano.
«E pensi di trovarla all’interno di quei poggiatesta?»
«Si», taglio corto. Non mi importa di ciò che pensa. Se ci sono davvero delle microspie dentro casa nostra siamo tutti in serio pericolo.
«Temi che Erik abbia imbucato dell’altra droga per caso?»
Ottima idea. Non ci avevo nemmeno pensato. Brava la mia fidanzata, un genio.
«Si, non si sa mai.» Colgo ovviamente la palla al balzo.
«E come avrebbe fatto a nasconderla così bene in tua presenza?»
«Me la ha fatta sotto al naso una volta, non sarò tranquillo fino a che non avrò controllato dappertutto.»
«Mi pare improbabile che sia riuscito a piazzare della droga dentro a dei cuscini non credi? Quanto tempo è rimasto qui?»
«Poco», sillabo brevemente. È la verità.
«Dai ti do una mano, ma promettimi che poi ci godremo il fine settimana e da lunedì inizieremo a muoverci sul serio per cambiare dimora.»
Tutto sommato un aiuto mi fa comodo e quindi la invito a partecipare alla caccia al tesoro. Frughiamo dovunque, ma ogni ricerca si conclude con un pugno di mosche. Mi sembra eccessivo svitare anche le lampadine per verificare se dentro vi siano delle cimici. Anna chiamerebbe immediatamente lo psichiatra per mandarmi dritto in cura.
Un sms illumina il mio display. Nella foga ho scordato il cellulare in bella vista sul tavolo da pranzo. Grosso errore. Anna legge il messaggio. Prego il signore che non sia lui e vengo accontentato.
«È la tua casa editrice, chiedono lumi sulla quarta di copertina», esclama Anna, cominciando pazientemente a sistemare il caos che abbiamo appena causato.
Con tutti i grilli che ho per la testa me ne sono completamente dimenticato. «Rispondi per piacere che gliela invio questa sera stessa.»
«Ok ma non pensare di andare a sdraiarti sul divano adesso. Hai messo in disordine e adesso rimedi», intima sprimacciando con estrema energia un cuscino sgualcito.
Dopo due secondi un altro messaggio. Per fortuna questa volta lo apro io. È lui.
«STANNO ARRIVANDO», recita il testo.
Arrivando chi? Nel dubbio cancello alla svelta tutte le conversazioni degli ultimi giorni e corro in bagno per nascondere il cellulare di Erik. Lo tengo sempre nella tasca dei pantaloni. Oramai è diventato un prolungamento della mia gamba. Lo infilo nel cestino della spazzatura e lo immergo sotto a tutto. Mi sento nudo senza quell’aggeggio addosso.
«Sei diventato incontinente che fuggi così alla toilette?» Sorride divertita Anna.
Per fortuna non si rende conto che non sto affatto scherzando.
Il campanello trilla improvvisamente. Stanno arrivando, metteva in guardia il mio amico assassino. A chi si riferiva? Di chiunque si tratti aveva ragione. Sto per scoprire a chi alludeva.
Do una occhiata allo spioncino e scorgo due uomini sul pianerottolo. Uno dei due esibisce un tesserino all’altezza dello spioncino. È la polizia. In questo momento vorrei sparire dalla faccia della terra. Non so come comportarmi, ma di certo non posso cacciarli via.
Anna, vedendo la mia titubanza apre la porta al posto mio.
«Buongiorno», saluta alquanto stupita da quella visita.
«Buongiorno, scusate il disturbo. Polizia, siamo della Questura. Ci troviamo qui per eseguire un controllo», annuncia quello più alto ed abbronzato. Dall’accento immagino sia siciliano.
«Prego entrate», li invita Anna. Io sono immobilizzato dalla paura.
«Come possiamo esservi utili?» Chiosa la mia ragazza accondiscendente.
«È sparita una persona», comunica l’agente siculo mangiandosi quasi tutte le vocali.
«Chi?» Domando alzando esageratamente il tono della voce a tal punto da sembrare un idiota. I due sbirri mi scrutano perplessi.
«Erik Modonutti.»
Quel nome mi fa andare fuori di testa. Monica deve aver denunciato la sua scomparsa.
«Siamo passati solo per un accertamento», aggiunge il signore più basso con i capelli grigi.
«Prego, accomodatevi. A vostra disposizione», balbetto. Mi è venuta perfino la pelle d’oca.
«Non ci siamo ancora presentati, io sono l’ispettore Romita mentre lui è il mio secondo, il vice ispettore Giuliani.» Il tipo più minuto mi mostra il distintivo.
«Piacere, io sono Alex e lei è Anna», dico come se fossimo al bar per fare amicizia.
I due sbirri si guardano attorno sbalorditi ed Anna spiega il motivo di quella baraonda. «Stavamo pulendo casa, non badate alla confusione.»
Gli agenti la ignorano e proseguono noncuranti con la loro tiritera.
«Il ragazzo che stiamo cercando è già noto alle forze dell’ordine per episodi poco piacevoli», esordisce Romita incrociando le braccia. Si sforza a parlare lentamente, ma il suo accento palermitano ogni tanto lo tradisce.
«Ha diversi precedenti di spaccio e resistenza a pubblico ufficiale. Lo teniamo sotto controllo da tempo, ma da un paio di giorni è svanito nel nulla. La sua compagna conferma di non vederlo da più di 48 ore», incalza Giuliani fissandomi diritto negli occhi.
Non devo mostrare segnali di cedimento. Non sono venuti qui per me, ma per Erik. Monica non è andata da loro a sporgere denuncia di scomparsa, ma gli ispettori si chiedono comunque dove sia finito.
«Erik è il nostro vicino di casa, ma in realtà non ci siamo nemmeno mai parlati», confessa Anna.
«Se non per lamentarci dei suoi festini rumorosi», aggiungo io ringalluzzito.
«Lo sappiamo bene. Siamo intervenuti parecchie volte per sedare gli animi, alternandoci ai nostri colleghi carabinieri.»
Quando Romita vuole farsi capire, scandisce con calma ogni singola lettera. Un uomo tutto di un pezzo che incute molta soggezione.
«Come possiamo aiutarvi agente?» Chiedo fingendomi disponibile.
«Ispettore», mi corregge Romita.
Taccio e abbasso la testa in segno di rispetto. Accidenti che caratterino.
Giuliani, il suo secondo, prova a stemperare il clima di tensione che si è appena creato. «Ci risulta che Erik sia stato qui l’altro ieri.»
Io e Anna incrociamo lo sguardo, ma la precedo prima che lei gli riferisca della droga. Non voglio altri problemi.
«In effetti si, mi ha chiesto dei soldi.»
«E lei glieli ha dati?»
«Assolutamente no.» Scuoto la testa. Il mio linguaggio del corpo è inconfutabile.
«Solitamente si domanda del denaro a chi si conosce bene», storce il naso Romita.
«Non in questo caso.» Rimango fermo sulla mia versione. Del resto sto dicendo il vero.
«Erik non ha accennato qualcosa su dove potrebbe essere andato?»
«No, abbiamo parlato molto poco.»
«Quale è stata di preciso la vostra conversazione?»
«Beh, ecco, lui mi ha chiesto dei soldi e io ho rifiutato.»
«Tutto qui?»
«Si, tutto qui.» Sbircio con la coda dell’occhio Anna. So che la sto deludendo molto, omettendo il fatto della droga. Non me lo perdonerà.
«Bene, se si dovesse ripresentare fatecelo sapere, è un soggetto pericoloso», sentenzia Romita aggiustandosi il colletto della giacca. Spero proprio di averlo convinto.
«Certamente ispettore.» Sto bene attento a non sbagliare il grado che riveste per non offenderlo.
«Noi intanto porremmo qualche altra domanda ai vicini, rimanete a disposizione per favore.»
Già, se sanno che Erik ha bussato alla mia porta, qualcuno glielo deve pur aver riferito. Speriamo che Romita non ottenga altre informazioni dagli altri condomini.
«Ok», sussurra Anna con un filo di voce. Anche lei al pari mio è scossa per la visita inaspettata.
I due poliziotti si congedano e io tiro un enorme sospiro di sollievo.
«Perché non hai accennato niente riguardo alla cocaina e ti sei inventato la storiella dei soldi?» Abbaia subito Anna all’attacco.
«Per evitare guai, rischiavo di non essere creduto se tiravo in ballo il discorso dello zucchero. Non mi pareva proprio il caso.»
«E perché mai? Se uno è innocente non ha nulla da temere.»
Il problema è proprio quello, non sono innocente, ma non posso certo ammetterlo.
«Oppure non me la racconti tutta?»
«Ma cosa vai a pensare!?»
«Non lo so, magari la faccenda dei soldi è vera.»
«Non ti ho mentito», protesto senza un minimo di dignità.
«Sarà meglio per te. Speriamo che vada tutto bene, ma ricordati che la verità viene sempre a galla.»
Mi auguro che quel proverbio si sbagli.
Torniamo alle nostre occupazioni. Mentre riposiziono i soprammobili al proprio posto rimugino su quanto è appena accaduto. Il killer sapeva dell’arrivo della polizia. Ma come? Cimici non le abbiamo trovate. Quasi sicuramente mi controlla da vicino, lo dimostra il fatto che si è presentato al mio cospetto camuffato con abiti invernali a pochi metri da dove abito.
Odio la sensazione di essere spiato. Lo stronzo cammina un passo avanti a me. Devo escogitare uno stratagemma per mettermi quanto meno in pari. Il concerto di Tiziano Ferro potrebbe rivelarsi l’occasione giusta. Ho intenzione di smascherarlo e scattargli una foto. Così potrò ricattarlo anche io.
Non ho ancora ben definito un piano preciso. Non ce ne è stata la possibilità. Troppe variabili ed altrettanti imprevisti. Agirò di istinto.
Mi scappa un sorriso amaro. L’ultima volta che lo ho fatto, una persona è morta.