Capitolo 11 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Come capita puntualmente una volta al mese ha luogo la rimpatriata di classe, ovvero una bevuta al bar fra me e i miei amici di sempre, Simone ed Angelo. Mi hanno scritto sul gruppo di non fare tardi e non intendo deluderli. Se non mi presento mi tempesteranno di domande e soprattutto la prossima volta mi costringeranno a pagare tutti i giri che consumeremo. E poi mi sono ripromesso di continuare a vivere normalmente. Sarebbe assai più complicato giustificare il fatto che io non esco di casa, sia ai miei amici, sia ad Anna. Sono ancora un po’ scosso dalle domande della polizia, ma me ne devo fare una ragione. Non sospettano neanche lontanamente di me, posso stare sereno. Almeno per il momento.
È sabato pomeriggio e non voglio avere crucci per la testa. Anna si è rifiutata di partecipare al nostro raduno mensile, è ancora arrabbiata per la bugia che le ho raccontato e quindi mi ritrovo da solo di fronte alla porta di ingresso del solito bar. Oggettivamente non è un locale bellissimo, ma ci siamo affezionati. Ci rechiamo qui da più di venti anni, praticamente da quando abbiamo terminato le scuole elementari. Le prime volte ci accontentavamo del gelato che ci compravano i nostri genitori per farci stare buoni, mentre adesso che siamo cresciuti viaggiamo a birre da mezzo.
Sull’insegna del bar lampeggia la scritta «The Crocodile Dundee» ma tutti noi lo chiamiamo «da Gianni», perché è il nome del proprietario. Ha voluto intitolare così il suo locale perché è un assiduo frequentatore dell’Australia. L’arredamento infatti rispecchia il suo amore per la vecchia terra oceanica. Sulle pareti vi sono appese delle voluminose teste di animali esotici imbalsamati, mentre sul bancone in legno della mescita è incisa in maniera stilizzata la cartina geografica di Sidney. Perfino nei sottobicchieri vi sono raffigurate delle icone caratteristiche di quei luoghi, come canguri e koala, rappresentati anche in alcuni quadri appesi qua e là sulle pareti dell’ambiente.
Solitamente nel mese di dicembre Gianni affida la gestione del «Crocodile Dundee» alla propria figlia, nonché moglie del mio amico Angelo, e si esilia nella capitale australiana fino all’anno venturo. Angelo e la sua dolce metà si sono conosciuti proprio qui e anche il sottoscritto ha invitato Anna in questo posto durante il nostro primo appuntamento serio. Insomma «da Gianni» non è solo un bar, è una specie di luogo sacro per noi. Una love boat per innamorati.
I ricordi affiorano alla mente come un treno in corsa. Alcuni più offuscati di altri, ma pur sempre intensi. Inevitabilmente in queste occasioni si finisce sempre per ricadere a raccontarsi aneddoti riguardanti il passato. Di solito è piacevole, ma oggi non sono proprio dell’umore adatto per rivivere certe emozioni nostalgiche.
Sto quasi per voltare i tacchi e tornarmene a casa, quando una voce squillante alle mie spalle richiama la mia attenzione.
«Ehi Ken Follett, che fai non entri? Angelo e Sara sono già dentro. Hanno detto che ci sono grandi novità, ne sai qualcosa per caso?»
Il buon vecchio Simone non cambia mai. L’eterno Peter Pan. Siamo coetanei, ma dimostra almeno dieci anni meno di me. Non è altissimo e questo lo aiuta a sembrare più giovane, ma il suo punto forte è sicuramente la pelle del viso, liscia come quella di un bambino. Non gli cresce nemmeno la barba se non qualche pelo matto sotto al mento. Simone era il mio compagno di banco ed il mio migliore amico, poi abbiamo intrapreso due percorsi diversi. Io quello del fancazzismo e lui quello del cuoco. È diventato uno chef coi fiocchi e un giorno spera di aprire un ristorante tutto suo. Al momento lavora per una azienda di catering, ma sta mettendo da parte dei risparmi per realizzare il suo sogno. Conoscendolo ce la farà senza problemi. È sempre stato un tipo determinato. Quando si mette in testa un obiettivo lo raggiunge. Anche a scuola era così. A metà anno la pagella assumeva le sembianze di un colabrodo, completamente cosparsa di buche, ma con la dedizione e molti sacrifici, alla fine del secondo semestre recuperava tutte le insufficienze.
In quanto a poco gusto nel vestirsi però non è affatto cambiato. Indossa una polo super attillata di colore azzurro opaco ed un paio di pantaloni marrone scuro con il risvolto. I mocassini concludono la sua variopinta mise, che andrebbe di moda soltanto alla prima della Scala in quel di Milano.
«Mi dispiace deluderti, ma non so nulla», riferisco sogghignando per il suo abbigliamento eclettico.
«Subito lo scopriremo. Dai entriamo, fa caldo qua fuori.»
Lo osservo da dietro e mi scappa un sorriso. Ha persino l’etichetta della polo girata verso il fuori. Con la scusa di dargli una pacca sulla spalla gliela sistemo per evitare di fargli fare brutte figure.
La campanella dorata appesa sopra alla porta d’ingresso avvisa il gestore e tutta la gente seduta ai tavoli che qualcuno sta varcando la soglia. Gianni ce l’ha agganciata perché se è occupato con dei clienti in fondo alla sala, almeno sa che al locale si è aggiunta una persona e quindi deve tornare in fretta al banco. Tempo addietro sua figlia si era ammalata assentandosi per diverse settimane per colpa di una brutta polmonite e quindi il Crocodile Dundee si trovava sotto personale. Per questo Gianni si è attrezzato con quella campanella. I commensali oramai ci sono affezionati e da quella volta non la ha mai più levata.
«Ehi, ciao ragazzi», ci saluta Angelo già posizionato con l’avambraccio sul bancone. Finge di stringerci la mano, ma poi la ritrae e se la sfila fra i capelli.
«Ah ah ah. Ci cascate ogni volta», si sganascia compiacendosi della propria marachella.
Non ha mai perso il vizio di prenderci per il culo. È un gran mattacchione, ma ogni tanto esagera. Soprattutto quando eccede con l’alcol. Gli piace alzare il gomito nonostante sua moglie sia astemia. Accade spesso che litighino perché beve troppo e poi diventa molesto. Oltre a questa debolezza Angelo è una persona straordinaria. Una sorta di vulcano in piena attività. Pratica sport di ogni tipo. Nuoto, bicicletta, corsa, sci e perfino tiro con l’arco. Tutti con discreto successo. Nel tempo libero lavora come avvocato civilista.
Del trio quello sfigato sono io. Il mio curriculum è ridicolo in confronto al loro. Non ho mai combinato niente di buono nella vita.
«Ma che hai fatto sulla guancia? Non ti diletterai mica con il sadomaso assieme alla tua fidanzata?»
«Ma smettila, mica mi graffia. Tu vedi troppi film a luci rosse.»
Angelo se la ride sotto ai baffi.
«Allora quante copie hai venduto?» Mi domanda alla sprovvista mentre ordina tre birre ed una aranciata. «Sara è andata un attimo al bagno, ma ci raggiunge subito.»
«È ancora in fase di stampa. Anzi aspettano la mia quarta di copertina», preciso come se quel dettaglio fosse fondamentale.
«Allora sarà meglio prenotarlo prima che vada a ruba.»
«Ti dovrai impegnare per la dedica. Voglio commuovermi», aggiunge Simone assestandomi una manata affettuosa sulla nuca.
Sara compare alle nostre spalle e ci esibisce un sorriso smagliante. Indovino subito dal suo profilo a quale novità si riferiva prima Simone.
Angelo intuisce dai nostri sguardi estasiati che abbiamo già scoperto lo scoop. «Ebbene si, diventerò padre», esclama al settimo cielo. Gli occhi gli brillano di commozione.
«Ma sei sicuro che sia tuo? Sei troppo brutto per una come lei,» lo derido.
Ci abbracciamo tutti quanti congratulandoci con loro e brindiamo sollevando i calici al cielo.
«Che dice Gianni?» Domando a Sara che nel frattempo si è seduta sulle gambe di Angelo.
«Non vede l’ora di diventare nonno.»
«Ci credo. Chi non lo vorrebbe.»
«Sapete già se è maschio o femmina?»
«Preferiamo conoscere il sesso all’ultimo.»
«E il nome?»
«Michela se femmina e Javier se è maschio», afferma Angelo attendendo la reazione della sua compagna.
Angelo è un interista sfegatato e Zanetti, il capitano del biscione, è da sempre il suo idolo. Per quello ha tirato in ballo Javier.
«Non ci penso neanche lontanamente. Piuttosto lo chiamo Gianni come mio padre.»
Scoppiamo tutti a ridere. Simone non perde tempo e si fa portare dalla cameriera appena assunta altre tre birre ed un’aranciata.
«Carina la tipa», apprezza Simone.
«Ma smettila, sei ultra fidanzato», lo rimprovera Sara.
«Le pupille sono fatte per guardare.»
«Dici così solo perché Marta non c’è», lo redarguisco.
«Ma quindi mi avete bocciato così il povero Javier? Non è giusto.» Mette un broncio che è tutto un programma.
«Mai e poi mai. Dovrai passare sul mio cadavere.»
Quel termine uscito dalla bocca di Sara mi fa quasi cascare il boccale dalle mani. Mi appoggio al bancone e tracanno tutta la birra di un fiato. Accidenti, mi stavo divertendo in santa pace ed Erik era solo un ricordo. Illuso. È stato sufficiente quel vocabolo a farmi rivedere i fantasmi. A quanto pare distrarsi non basta per superare il trauma.
«Che ne pensate di Erik?» Propone Simone con la schiuma ancora sulle labbra.
«Pulisciti, sembri un lattante», lo sbeffeggia Sara.
«Cosa avete detto?» Domando allontanandomi da loro.
«Ehi ma che hai? Sei diventato improvvisamente bianco come un cencio. Non reggi più l’alcol?»
Simone scuote la testa e mima il gesto delle manette. «Secondo me finge di sentirsi male per tornarsene a casa. Amico se non puoi stare lontano da Anna neanche per un ora potevi portarla qui.»
Angelo annuisce e mi irride a sua volta.
«Dai smettetela, non vedete che sta veramente poco bene?» Sara si avvicina e mi aiuta a sedermi sullo sgabello. Effettivamente sto barcollando. Anche le luci troppo forti del locale mi infastidiscono.
«Avete per caso detto Erik?» Domando come un’idiota.
«Ma che ti prende?» I miei amici mi guardano seriamente preoccupati.
«Perché quel nome!? Alzo il tono della voce.
«Alex rilassati, era solo una ipotesi di un eventuale nome del pargolo.»
Angelo si volta ed ordina un altro giro.
«Per me basta così grazie.»
«Ma dai, non fare la fighetta», mi ammonisce Simone.
«Ancora una birra, così ti riprendi», rincara Angelo.
«Ragazzi lasciatelo in pace. Se non vuole, non vuole.»
Meno male che a questo mondo esistono le donne. Il sesso forte.
«Scusate devo avere fatto indigestione. Mi vergogno, ma sono costretto ad abbandonarvi. Pago tutto io.»
«Non se ne parla, oggi offre il sottoscritto. Che cavolo, divento papà, lasciatemi fare.»
«Accontentatelo ed approfittane», sorride Sara.
«Grazie allora, ci sentiamo. Ciao ragazzi alla prossima.»
«Ciao Alex, rimettiti», mi salutano in coro.
Esco dal locale e la campanella tintinna come al solito. Questa volta però il suono mi sbatte in faccia la realtà. Non ce la farò mai a superare gli scheletri che nascondo dentro all’armadio. Ritorno a casa con in testa un solo pensiero fisso. Erik.