Capitolo 12 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Butto giù la quarta di copertina in meno di venti minuti. Sono molto ispirato e a ragion veduta. Ultimamente dispongo di molti spunti e vorrei ben vedere considerato che sto vivendo di persona un thriller da brividi. Rileggo una ultima volta, giusto per sicurezza. Non si sa mai di incappare in qualche errore grossolano. Capita anche ai più bravi, figuriamoci al sottoscritto.
Tutto a posto, niente refusi. Incrocio le dita ed invio. Il mio romanzo non sarà un best seller, ma credo che con un po’ di fortuna un po’ di copie riuscirò a piazzarle.
Mi sono ristabilito. Prima al bar non mi ero sentito per niente bene. Dio benedica l’acqua. Appena salito su in casa mi sono attaccato al tubo del lavandino per dissetarmi e rinfrescarmi il viso. Le congetture sul nome del futuro figlio di Angelo mi hanno completamente mandato in tilt.
Non ho aggiornato di proposito Anna riguardo alla lieta novella. Sarebbe ovviamente contenta per Sara, ma inevitabilmente ricondurrebbe il discorso a noi due e adesso sono troppo debole per affrontare un argomento così delicato. Rimando ad un occasione più opportuna.
Cerco di tenermi impegnato, i tempi morti mi devastano. La mia mente è come una calamita impazzita e il magnete si chiama Erik.
Da buon appassionato di gialli so molto bene che l’assassino torna sempre sul luogo del delitto, ma io non mi considero certo così stupido. Non voglio cacciarmi nei pasticci e fare la figura dello sprovveduto e fino a questo momento me la sto cavando abbastanza egregiamente. Nessuno sospetta di me, tranne ovviamente il vero killer. Anzi lui sa proprio tutto.
Un prurito inspiegabile mi spinge verso il parco del Cormor, ma il buon senso mi trattiene a casa. È sabato sera e Anna vuole andare fuori a cena. Glielo avevo promesso e lei ci tiene alla parola data. Si è pentita di non essere venuta da Gianni e ora vuole rimediare. Anche io desidero fare pace dopo averla delusa stamattina con gli agenti di polizia.
Mi sono già vestito con tanto di giacca e cravatta e sto patendo tremendamente il caldo. Temporeggio a calzare le scarpe perché ho paura ad uscire, il killer potrebbe ripresentarsi da un momento all’altro ed ucciderci o, peggio ancora, manifestarsi da dietro l’angolo e confessare i miei peccati ad Anna.
Preferirei morire piuttosto che mortificarla con quella notizia. Già immagino i suoi occhi che mi condannano, più severi di una sentenza giudiziaria in sede tribunalesca.
Controllo in continuazione il mio telefono e quello di Erik. Non è per niente saggio maneggiare il suo cellulare, dovrò disfarmene al più presto e ho già in mente come. Nei pressi di casa nostra scorre un canale artificiale chiamato «Ledra». Non è molto ampio e il livello dell’acqua non raggiunge i due metri di profondità, ma comunque si presta benissimo come nascondiglio introvabile ed irraggiungibile per chiunque.
Da piccolo, io e i miei amichetti ci lanciavamo dentro per gioco le bucce delle angurie. Ci divertivamo a vederle fluttuare e fingevamo che fossero delle barche a vela in una regata. Gli scarti del frutto ovviamente rimanevano a galla mentre un aggeggio piccolo come un telefonino affonderebbe subito. Semmai qualcuno per una assurda coincidenza astrale lo ritrovasse, l’acqua danneggerebbe sicuramente i chip e la scheda madre e per le forze dell’ordine sarebbe impossibile risalire ai miei tabulati.
Ancora nessun messaggio. Questo prolungato tacere mi preoccupa. Perché non mi contatta più? Forse procrastina fino al momento del concerto per poi farsi vivo nuovamente? Oppure mi sta braccheggiando dalla finestra e osserva i miei movimenti? La sensazione è orribile, disgustosa. Vago scalzo per le stanze e mi muovo come un automa. Dal nervoso mi mangiucchio le pellicine delle dita fino a farle sanguinare.
«Sei agitato per il libro?» Domanda Anna mentre si prepara per uscire.
«Anche», rispondo laconico e tampono con un fazzoletto di carta la ferita che mi sono appena procurato strappandomi via un lembo di pelle dal dito medio.
«Cosa ti assilla? Da quando sono tornata da Barcellona è come se fossi un’altra persona.»
Lo sono eccome. Uccidere ti cambia. La mia anima è dannata. Come vorrei che mi capisse.
«Un periodo un po’ così, succede ogni tanto.»
«Dai vieni qui.»
Mi abbraccia stampandomi un bacio sulla bocca, ma non con la stessa intensità di sempre. Non percepisco il suo solito sapore lieve e vellutato. Non ci ha messo sentimento e onestamente nemmeno io.
La nostra relazione sta subendo un mutamento e purtroppo non si tratta di un miglioramento. Certamente non aiuta il fatto che io debba coprire un omicidio. Troppe gatte da pelare per dedicarsi come si deve alla propria fidanzata. Spero che con l’acquisto di una nuova abitazione e il mettere al mondo un bambino risolva i nostri problemi. Il feeling tra Angelo e Sara pareva rafforzato per la lieta novella del nascituro. Mi auguro che sia così anche per noi.
«Finisco di truccarmi e poi andiamo, va bene?»
Quando si spalma il rossetto diventa irresistibile. Effettua quel movimento in maniera talmente naturale ed ingenua che risulta tremendamente sexy. Mi piace che si palesi in modo così vulnerabile quando lo fa. Dentro di me cresce un senso innato di protezione. Quando si trucca le compare sul volto una espressione concentrata e qualche giovane ruga di espressione spunta da sotto agli zigomi. Adoro vederla invecchiare e mi ritengo fortunato di poter conoscere ogni sua piccola nuova sfumatura.
Mi scopre a fissarla e si imbarazza coprendosi il volto fra le mani. Arrossisce come un peperone e prosegue con il make up socchiudendo la porta. Si umetta le labbra con disinvoltura. Spiarla attraverso lo specchio è il mio passatempo preferito. Se dovessi stilare una classifica sulle dinamiche che mi eccitano di più, beh quel gesto sarebbe decisamente al primo posto. Devo tenermela stretta una così. Oltre all’aspetto fisico è anche bella dentro. Mi considero un uomo privilegiato, ma la fortuna aiuta gli audaci e un diamante del genere va preservato. Ultimamente sono distratto per ovvi motivi, ma anche durante gli ultimi mesi ho mancato sotto tanti aspetti. Non le riserbo più le stesse attenzioni di una volta. Ho dato sempre il nostro rapporto per scontato, ma non lo è affatto. Lei si merita di più. Mi toccherà rispolverare un po’ di romanticismo se voglio che le cose tra di noi vadano per il verso giusto.
Le parole di Erik continuano a riecheggiare nella mia mente come monito; «qualcuno se la scopa.»
Più ci penso e più mi convinco che non è possibile. Anna non mi tradirebbe mai, non è il tipo di persona che fa queste stronzate. Riflettendoci meglio però, nemmeno io mi credevo capace di commettere un omicidio, eppure l’ho fatto.
Mi assicuro per l’ennesima volta di avere ancora entrambi i cellulari nelle tasche. Spulcio chiamate e messaggi. Silenzio totale. Niente di nuovo sul fronte orientale.
Con l’inizio della prossima settimana penso di recarmi in un centro specializzato e cambiare numero di telefono. Ad Anna racconterò una scusa qualunque, della serie che non voglio essere più importunato dagli operatori dei call center che ti contattano solo per venderti delle improbabili promozioni. In parte è anche così, perché in effetti uno sconosciuto mi tormenta per davvero.
Mi interrogo in continuazione su come quel tizio riesca a sapere tante cose. È un vero rompicapo per me e mi assilla sempre di più ogni minuto che passa. Mi scervello, ma non riesco a trovare risposte sensate. È stato perfino in grado di localizzare con facilità il corpo di Erik e strappargli via di dosso un brandello dei suoi pantaloncini rossi. Pazzesco.
E se adesso Erik giacesse in bella mostra? Chi mi garantisce che quello psicopatico non lo abbia tirato fuori dai cespugli in modo che gli sbirri lo ritrovino? Spesso mi meraviglio di come non abbia fatto a pensarci prima. È una costante per me arrivare sempre in ritardo.
Sto per riavere un attacco di panico. Il dubbio mi attanaglia. Non potrò stare tranquillo fino al momento in cui non avrò l’assoluta certezza che Erik sia ancora al proprio posto. Voglio verificare di persona.
In questo preciso istante comprendo perché tutti gli assassini tornano sempre sul luogo del delitto. Non si tratta affatto di follia o inesperienza, ma di insicurezza. Dubitano di avere fatto le cose per bene. Questo è il vero motivo.
Devo proprio andare, non posso esitare un attimo di più. C’è una matassa da sbrogliare. Ma come faccio a giustificare una mia uscita adesso, proprio quando io ed Anna stiamo per recarci al ristorante? Come accade ultimamente è proprio lei a risolvere involontariamente il mio dilemma. Sarebbe una ottima complice, peccato sia all’oscuro di tutto.
«Che dici, prenotiamo?» Mi chiede con la matita del trucco in mano.
Eccola l’occasione che mi serviva.
«Ci vado di persona così non mi annoio. Sai che mi stufo a cazzeggiare. Non mi passa più il tempo.»
«Come preferisci, ma mi sembra ridicolo, da un po’ di anni hanno inventato i telefoni», mi schernisce spruzzandosi al collo del profumo alla fragranza di albicocca.
Per mia fortuna quando si trucca è eterna.
«Lo sai che sono uno all’antica, una volta là mi farò assegnare il posto migliore», esclamo impaziente. Il corpo di Erik mi sta urlando di andare da lui ed è un richiamo impossibile da ignorare.
«Fai un po’ come vuoi, ma torna subito che tra un paio di minuti sono pronta.»
Come no, vorrei replicare, mentre mi infilo le scarpe. Quando afferma un paio di minuti significa almeno mezz’ora. Dispongo del tempo necessario per levarmi ogni dubbio e stare più sereno.
«D’accordo. Allora va bene «da Nando»?»
«Si, ho voglia di mangiare carne questa sera.»
«Molto bene allora vado.»
Esco di casa e corro immediatamente verso la macchina. Non c’è un minuto da perdere. Levo giacca e cravatta e mi rimbocco le maniche della camicia, poi, prima di partire, telefono a Nando e prenoto un tavolino per due. Per precauzione mi assicuro che sia situato in una zona appartata. Ci tengo ad accontentare Anna e soprattutto voglio rimanere lontano da occhi indiscreti. Vivo nel terrore che lui mi osservi. Oramai lo soprannomino "lui", non oso nemmeno menzionarlo , anche perché non conosco il suo vero nome. Per me è solo uno spietato assassino fuori di testa, dal quale meglio girare alla larga.
"Lui" potrebbe essere dappertutto e ho scoperto a mie spese che usa dei travestimenti.
Mentre guido lancio in continuazione occhiate nello specchietto retrovisore. Non sono certo un esperto di inseguimenti, ma non mi pare di scorgere niente di sospetto alle mie calcagna. Accelero come un pazzo rischiando anche di investire un gattino distratto che attraversa la strada senza preavviso.
Mi trovo di nuovo al parco del Cormor e fuori è buio. La luna riflette sulla ghiaia la mia ombra deforme ed allungata. Proprio come quella sera. Sto ripetendo gli stessi errori.
L’assassino torna sempre sul luogo del delitto.
Come la volta scorsa parcheggio abbastanza lontano per non destare sospetti. Cammino lentamente, prestando bene attenzione a dove metto i piedi. Poche ore fa è caduta una leggera pioggerellina e qua e là si è formata qualche mini pozzanghera, in particolare ai lati della stradina ghiaiosa. Le chiazze d’acqua sono facilmente evitabili, il problema si pone dopo, quando dovrò inoltrarmi fra la vegetazione. Per forza di cose le scarpe si inzupperanno e questo sarà un bel problema da spiegare poi ad Anna; difficile che le suole si impantanino andando a prenotare un tavolo al ristorante.
Come al solito ho agito di impulso, non badando alle conseguenze. La mia fidanzata se ne accorgerà sicuramente. È un falco in queste situazioni.
Il cielo è puntinato di cirri color tortora, questo significa che almeno non mi dovrò preoccupare di ulteriori rovesci. Nonostante il temporale fa molto caldo, tutti speravano in una agognata rinfrescata per concedersi un po’ di sollievo, invece si percepisce ancora moltissima afa. L’aria è pesante e non tira un alito di vento. Sui peli delle braccia sono aggrappate delle minuscole goccioline di sudore che si mischiano con l’acqua piovana che scivola dalle fronde degli alberi.
In lontananza scorgo alcune macchine compiere i consueti giri loschi. Anche questa sera le attività furtive la fanno da padrone. Il crimine non si ferma mai, si usa dire, e io ne sono l’esempio perfetto.
Sollevo scrupolosamente la punta dei piedi ad ogni passo e nel frattempo mi accerto che non vi siano attaccate delle zolle di fango sotto alla suola. Cerco di non provocare il minimo rumore e seleziono meticolosamente tutti i sassolini sui quali appoggiare le scarpe.
Raggiungo la zona dove ho nascosto Erik. In linea d’aria mi trovo a pochi metri dal cadavere. Alla mia sinistra riconosco il faggio che si staglia altissimo verso il cielo. Quel dannato albero è stato protagonista di molti miei incubi. Sono sulla strada giusta. Mi addentro nell’erba altissima. Grazie al chiarore della luna che filtra fra le nuvole non incontro difficoltà a camminare tra gli arbusti. Mi tocco i fianchi dei pantaloni per paura di perdere i cellulari.
Mi impegno anche a proteggermi da eventuali graffi, quello che ho sul volto si sta appena rimarginando. Non posso permettermi altri errori.
Sgrano gli occhi in cerca di punti di riferimento. Dritto davanti a me un enorme cespuglio domina il paesaggio, non lo riconosco. Forse ho proseguito troppo oltre, oppure la flora circostante ha subito un leggero cambiamento. La natura inghiotte senza pietà tutto ciò che incontra e non è per niente facile orientarsi. Eppure sono trascorsi solo due giorni dalla mia ultima visita. Ricordavo un tronco spezzato e piegato verso destra, ma non riesco a ritrovarlo, mi appaiono tutti dannatamente uguali. Una volta scovato, dovrò recarmi a sinistra verso un rovo ricco di arbusti sporgenti simile ad un gigantesco broccolo. Poco più là, sotto ad una specie di mangrovia giace Erik.
Giro su me stesso un paio di volte, ma non noto nessun dannato tronco con i rami inclinati ad est. Duole ammetterlo, ma mi sono perso. Decido quindi di ritornare verso il grande faggio e ricominciare daccapo. Mi consolo del fatto che non sarà semplice per nessuno trovare Erik, se nemmeno io ne sono stato in grado. Controllo l’ora sul mio orologio da polso, ho ancora un po’ di tempo a disposizione prima di ritornare dalla mia compagna.
La tasca destra si illumina. È quella dove tengo il mio cellulare. Ovviamente ho impostato la modalità silenziosa. Anna mi starà sicuramente richiamando all’ordine. Devo sbrigarmi.
Invece no. È ancora lui. Mi manda un messaggio indecifrabile.
«PIACIUTO LO SCHERZETTO?»
Ma di cosa parla? Non capisco. Quale scherzo? Quell’uomo è un enigma, forse gli piace trastullarsi con i rebus. Passano pochi secondi e inizio a comprendere.
Mi fischiano le orecchie, ma non me lo sto inventando, il suono è reale. Delle sirene in lontananza. Non si dirigeranno mica qui al parco? Lo scherzetto a cui alludeva il messaggio però non mi fa presagire nulla di buono. Il sibilo si avvicina sempre di più. L’ululato artificiale riecheggia insolente nel silenzio della notte. Anche i grilli hanno smesso improvvisamente di cantare. La polizia sta arrivando. Rimango immobile piantato su me stesso, le gambe sono inspiegabilmente inchiodate a terra. Una forza misteriosa mi paralizza.
Intravedo un’auto con il lampeggiante acceso posteggiare qualche metro più in là rispetto alla mia macchina. Mi si gela il sangue. Possibile che si stiano indirizzando proprio verso il sottoscritto? E da chi sennò, razza di idiota che non sono altro.
Scendono due uomini, da quaggiù non distinguo se impugnano pistole di ordinanza, ma di sicuro reggono qualcosa in mano. Confabulano fra loro, sembrano parecchio agitati. Imboccano la stradina ghiaiosa. Per la miseria, stanno cercando proprio me.
I muscoli atrofizzati mi impediscono di muovermi. Tribolo persino a respirare. I due uomini in divisa si sono messi a correre. Ecco quale era lo scherzo. Li ha chiamati lui tramite una soffiata. Bastardo, ma come diavolo ci riesce? Ero convinto di non essere stato seguito. Evidentemente mi sono sbagliato. Il mio avversario si conferma sempre molto più astuto di me.
Mi devo dare una scossa altrimenti sono spacciato. Con l’aiuto delle braccia sollevo una gamba e riprendo il comando del sistema nervoso. Finalmente riesco a spostarmi di qualche centimetro. Mi nascondo appena in tempo dietro ad un cespuglio. Sono vicini. Ai due agenti se ne è aggiunto un terzo spuntato dal nulla. Parlottano tra loro e si bloccano di colpo nei pressi del faggio. In cielo si sono dissolte tutte le nuvole e la luna illumina nitidamente i loro visi. Due di loro li conosco. Identifico l’ispettore Romita e il suo secondo Giuliani, gli stessi che ieri mi hanno rivolto tutte quelle domande. Deduco che fanno parte della squadra omicidi. Non sono dei semplici sbirri di ronda. Il terzo ignoro chi sia. Si tiene più distante rispetto ai suoi colleghi e traffica con una macchina fotografica fra le mani.
Sono forse venuti a scattare delle foto a questa ora della notte? No impossibile, troppo buio. C’è dell’altro. La quiete attorno a me favorisce il mio udito ad ascoltare quello che dicono. Anche se parlottano piano, qualcosa riesco a carpire.
«Sicuro di avere visto bene?» Domanda Romita a quello con la Canon digitale.
«Si, un uomo giovane, circa sulla trentina, stava camminando di gran fretta e si è fermato proprio qui. Mi è parso alquanto insolito incrociare un soggetto aggirarsi in un luogo talmente isolato e con così poca luce intorno.»
Dannazione altro che soffiata, mi hanno avvistato di persona. Ma allora a cosa si riferiva il messaggio ricevuto poco fa? Mistero. Poco importa. Sono nella merda.
Fuggire non servirà, attirerei la loro attenzione e sarei spacciato. E poi che cosa gli racconto? Che mi scappava la pipì e cercavo un cespuglio appartato dove farla? No, ridicolo. Non esiste scusa che regga.
«Se hai ragione potrebbe trattarsi proprio dell’assassino che stiamo cercando», afferma Romita guardandosi in giro circospetto. Volta la testa di trecentosessanta gradi come un gufo. Da come accarezza il cane della pistola comprendo che non stanno affatto scherzando e se intravedono qualcosa muoversi fra la vegetazione, non esisteranno a fare fuoco.
«Non sarebbe da idioti tornare sul luogo del delitto?» Commenta tentennante Giuliani.
Concordo perfettamente con lui.
«Magari ha ucciso un’altra innocente e il corpo si trova da queste parti. Chi lo sa, forse le conduce tutte qui le sue vittime», ipotizza lo sconosciuto. È molto alto, quasi due metri e tiene una postura sgraziata. Quando si rivolge agli altri due si china in modo strano protendendo esageratamente il collo in avanti. Quasi mi fa ribrezzo quel movimento così innaturale. Inoltre si sistema gli occhiali in continuazione con il dito indice. Credo che manifesti una specie di tic nervoso.
«Dividiamoci e setacciamo la zona. Io vado di qua», sussurra Romita incamminandosi proprio nella mia direzione.
Accidenti non ci voleva. Che situazione del cavolo. Mi trovo di fronte ad un bivio; restare mimetizzato dietro a questo cespuglio in attesa che se ne vadano sperando che non mi scoprano, o correre il rischio e scappare a gambe levate? Ultimamente mi sento molto impavido. Abbandono con cautela la postazione. Erik può aspettare, ma a questo punto dubito che qualcuno lo ritrovi. Se gli sbirri sono in zona, significa che continuano a pattugliare l’area, ma non certamente per riesumare un altro cadavere. L’idea gliela sta suggerendo proprio il sottoscritto, se si fa beccare qui con le mani nel sacco. Non voglio rimanere un secondo di più. Maledetto me e il mio istinto da quattro soldi.
Imbrocco una scorciatoia e mi avventuro a grandi falcate verso la macchina, non mi importa più se sporco le scarpe o i vestiti. Se mi beccano sul luogo del delitto non potrò certo giustificare la mia presenza. Finirei dritto in carcere.
Romita arranca a circa una ventina di metri di distanza, che considerata la difficoltà del percorso sono abbastanza. Procedo spedito e per sbaglio calpesto un ramoscello che provoca un fracasso inaudito per essere cosi piccolo. Non mi fermo e non guardo indietro, sono quasi arrivato e non intendo farmi raggiungere.
La scorciatoia si rivela molto utile. La prossima volta passerò per di qui. Sempre se ci sarà una prossima volta.
Il sentiero è completamente seppellito dall’erba alta e dagli arbusti, quindi impossibile da scorgere se non per sbaglio come nel mio caso. La dea bendata pare schierata dalla mia parte.
La macchina si trova a pochi passi, mi fiondo verso la portiera con le chiavi già in mano. Tremo tutto e non riesco ad inserirle nel quadro.
«Scenda immediatamente», grida una voce alle mie spalle.
Le chiavi mi finiscono sotto al sedile per lo spavento.
«Scenda dall’auto ho detto», ordina l’uomo esibendo il distintivo della Polizia.
Non ho il coraggio nemmeno di alzare la testa.
Smonto dall’auto e congiungo le mani dietro alla schiena per farmi arrestare.