Capitolo 13 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
«Ma che sta facendo? Metta le mani bene in vista», ripete la voce.
Rassegnato al mio destino obbedisco. Come ultimo gesto disperato gli rivolgo uno sguardo pietoso nella speranza che si intenerisca.
Con mia grande sorpresa, ad arrestarmi è l’uomo con la macchina fotografica.
Protende il collo verso di me in maniera esagerata, quasi comica. «Quando ha terminato con i suoi giretti se ne vada, è pericoloso stare qui», mi ammonisce con severità.
«Come scusi? Non credo di aver capito.»
«Ho detto di voltare i tacchi e tornarsene da dove è venuto», scandisce lentamente le parole e si aggiusta gli occhiali penzolanti col dito indice.
«Quindi non mi arresta?» Domando disorientato.
«E per cosa?» Sorride sghembo. Mi pare di intravedere una capsula d’oro al posto di un molare.
«Per il momento non è considerato reato adescare qualcuno in cambio di favori sessuali,» continua l’uomo sbirciando verso la vegetazione.
Mi ha scambiato per uno di quei tipi che girano in macchina alla ricerca di donne facili, o uomini disponibili. Evidentemente non mi ha visto salire in auto ed è convinto sia qui da poco tempo.
«Basta che facciate le vostre porcherie a casa vostra», mi catechizza con il volto schifato e allo stesso tempo preoccupato.
Teme che qualcuno sbuchi all’improvviso dall’erba alta.
«C’è in giro un assassino, non li legge i giornali? Le consiglio di cambiare zona la prossima volta. Anzi se può, la smetta del tutto e la sera si guardi un bel film alla televisione.»
Ecco di chi ha paura. Di me. Ma per fortuna ignora chi io sia in realtà. Mi sembra incredibile che non gli passi nemmeno per la testa che quello che stanno cercando sono proprio io. Meglio così. Di sicuro non lo deluderò rivelandogli che mi trovavo qui per ben altri motivi. Ometto volentieri questo piccolo particolare.
«Grazie e scusi ancora», mi congedo alla svelta.
Ingrano la marcia e parto a tutta velocità. Con la coda dell’occhio vedo lo sbirro spilungone che interloquisce con un altro collega. Probabilmente si tratta dell’ispettore Romita. Oramai sono troppo distante e non riesco a distinguerlo. L’ho scampata bella ancora una volta.
Prima di rientrare a casa mi fermo nei pressi del canale Ledra per gettare via il cellulare di Erik. Ci sono diverse chiamate perse, per la maggior parte di Monica, e altrettanti messaggi non letti che non ho nessuna intenzione di aprire. Il mio intento è di rendere l’idea che Erik voglia starsene in pace.
Allungo il braccio e lancio il telefono nel condotto; l’oggetto ci mette una frazione di secondo a sparire sotto all’acqua scura. Rimango per alcuni secondi a fissare il flusso della corrente. Solitamente mi rilassa, ma non oggi.
Si sono fatte quasi le dieci di sera. Il tavolo era prenotato per le nove e un quarto. Preso dagli eventi non mi sono accorto che fosse così tardi. Tiro fuori il mio cellulare e scopro sei chiamate perse da parte di Anna e una di uno sconosciuto, probabilmente il proprietario del locale dove dovevamo andare a cena.
Dannazione, come motiverò il mio ritardo? Tra l’altro mi viene in mente che se il poliziotto sconsiderato che ho incrociato poco fa mi avesse perquisito, avrebbe trovato sia il telefono di Erik, sia i messaggi incriminati sul mio smartphone.
A mio parere Romita gli dovrà fare una bella lavata di capo per la sua negligenza. Se la merita tutta.
Elaboro una scusa in men che non si dica. Senza pensare se funzionerà o meno la metto in atto. Non ho altra scelta, il tempo stringe. Per prima cosa spengo il telefonino fingendo di averlo scarico, poi mi chino all’altezza dei cerchioni e mi sporco di proposito. Mi ungo per bene fino alle maniche. In questo modo potrò giustificare anche le mie chiazze di sudore e il pantano sotto alle scarpe. Praticamente insceno una foratura.
Apro il bagagliaio ed estraggo la gomma di scorta. Ovviamente non la sostituisco, mi ritengo veramente un imbranato in quanto a motori. Non distinguo un bullone da una brugola. Serve solo che rimanga in evidenza accanto al cric. Nessuno si accorgerà di quale sia la ruota originale. Anna non controllerà certo la gomma dentro al bagagliaio per trovare la foratura. Quando si mette in ghingheri sta ben attenta a dove mette le mani per paura di sporcarsi.
Accosto sotto casa e la trovo accovacciata sul marciapiede. Si mette male. La sua espressione vale più di mille parole. È furiosa, lancia saette dagli occhi.
Scendo costernato e fingo di avere bucato. Sorprendentemente mi trovo a mio agio mentre racconto una balla dietro l’altra. Recito la parte con naturalezza, come se inventare storielle fosse il mio mestiere.
La menzogna è talmente grande che Anna ci crede subito e si convince che il ritardo non è avvenuto per colpa mia. Addirittura si scusa per avermi accolto in malo modo.
«Mi dispiace», mugolo ciondolando la testa.
«Può capitare, è troppo tardi per la cena secondo te?»
«Ma no, cosa dici, oramai che ho prenotato ci andiamo eccome, faccio un salto su per pulirmi e risistemarmi e arrivo» esclamo convinto, gettandole le chiavi dell’auto.
Se ho raggirato Anna posso farlo anche col proprietario del locale.
Fiero per la mia interpretazione da Oscar, mi riassetto alla meglio e ridiscendo velocemente fino alla macchina. Anna è già seduta dentro che mi aspetta paziente.
«Come nuovo!» Mi presento, mettendomi al volante
«Insomma! Sembri un meccanico vestito a festa», mi punzecchia, alludendo alla ruota bucata «Dai muoviti che ho fame!».
Non mi faccio pregare, anche perché scopro di aver fame anch’io. Ogni tanto osservo la mia espressione attraverso lo specchietto retrovisore e mi vergogno di me stesso. Il sorrisino che ho dipinto sul volto mi dà sui nervi. Mi sto trasformando in qualcosa che non sono mai stato. O forse più semplicemente ho sempre posseduto un lato oscuro e ora sta venendo a galla. Il problema è che non riesco a controllarlo.
«Eccoci arrivati», annuncio aprendo la portiera del passeggero da buon cavaliere.
Mentre Anna scende, due ragazzi in motorino si voltano per guardarla e rischiano di finire fuori strada.
Come dargli torto. La mia fidanzata è davvero strepitosa. Indossa un abito lungo verde bottiglia che le lascia spalle e gran parte della schiena scoperta. Ai piedi calza dei sandali argentati che le aggiungono quel tocco di eleganza in più che solo lei sa evidenziare con invidiabile disincanto. Come sempre mantiene un portamento nobile e si avvicina al locale camminando come fanno le modelle sulla passerella. Manca solo il tappeto rosso sotto ai piedi.
Mi prende sotto braccio e annuso il suo profumo inebriante. Sa di albicocca o qualcosa di simile. Sono orgoglioso di essere il suo compagno e sicuramente in molti mi invidiano. Inclusi i presenti che la sbirciano di nascosto commentando la sua bellezza anche in modo parecchio volgare. Faccio orecchie da mercante e li ignoro, oramai ci sono abituato.
Spero che ci accettino senza problemi.
Lo splendore di Anna facilita le cose. Un cameriere ci viene incontro per farci accomodare al tavolo e non accenna nulla riguardo al nostro ritardo, anzi si scusa per non averci tenuto riservato il posto appartato richiesto via telefono. Del resto sono passati tre quarti d’ora , più che normale che quel tavolo sia stato assegnato ad un’altra coppia. Mi domando come avrebbero reagito se mi fossi presentato da solo. Probabilmente cacciandomi via in malo modo. Sfilare accanto ad una bella ragazza ha i suoi vantaggi.
Anna sorride al cameriere che ci consegna la lista dei vini.
«Prego», mormoro sistemandole la sedia aderente al tavolo.
«Mamma mia quante premure stasera», sghignazza divertita per il mio atteggiamento premuroso.
«Mi devo far perdonare», sussurro ammiccante.
"Da Nando" è uno dei locali più rinomati di Udine. Vanta ben due stelle Michelin e quattro forchette d’oro. Secondo i recensori di Tripadvisor è il miglior ristorante per degustare i secondi di carne. Inoltre, caratteristica che non guasta mai, ha un ottimo rapporto qualità prezzo.
Il tavolino dove ci troviamo è sito vicino alla vetrata che dà sull’esterno. Mi turba vedere la gente che passeggia per la strada e viceversa mi infastidisce che qualcuno guardi dentro.
Non esiste molta privacy in questa posizione, ma d’altronde è l’unico coperto rimasto libero.
«Che hai? Sei distratto», dichiara Anna consultando il menù.
«Direi che prendo una fiorentina», affermo convinto.
«Anche per me. Non hai risposto alla mia domanda comunque».
«Ho tanti pensieri.»
«Questo me lo hai già confidato, ma non hai specificato quali.»
Tipo che sto vivendo sul filo del rasoio, vorrei risponderle.
«Diverse cose. Sono uno scrittore, è normale che abbia la testa incasinata.»
Anna però non bada più a me, ma osserva intimorita la strada di fuori. «Ma lo conosci quello?» Esclama alzando il tono della voce.
«Ma chi?»
Volto la testa di scatto e mi viene un colpo. Un tizio con addosso la maschera di Joker ci fa le boccacce. È praticamente incollato alla vetrata e con il suo alito la sta persino appannando. Si sbraccia in maniera scomposta cercando di attirare la mia attenzione.
«Ma chi è questo squilibrato?» Chiede Anna. Sembra che ce l’abbia con te.
«Non so chi sia, lo giuro.»
Tutti i commensali assistono allo spettacolo esterrefatti.
Improvvisamente il joker si calma e mima uno scatto fotografico. Solleva l’indice ed il pollice e fa clic.
È lui porca puttana.
Mi alzo dalla sedia per portare via Anna.
«Ma che succede? Che vuole da te quell'idiota?»
«Non ne ho idea.»
«Ma che fai? Torna a sederti ti prego, ci guardano tutti.»
Nel frattempo il Joker è scomparso.
Vedendo la mia espressione preoccupata Anna è indecisa se ridere o avere paura.
«Sarà uno di quegli artisti di strada in cerca di qualche spicciolo», minimizzo.
Provo a rimediare alla situazione e a proseguire con la nostra serata come se non fosse successo niente.
«La gente non è normale», attesta Anna buttando giù un bicchiere di rosso tutto di un fiato.
Ci torniamo a mettere comodi. Intuendo che Anna voglia tempestarmi di domande, devio il discorso sul concerto dell’indomani.
Meno male che stanno arrivando gli entrée offerti dalla casa. Almeno non saremmo costretti a parlare troppo. Sono così scosso che sto addirittura balbettando.
Presto incontrerò quel pazzo di persona. Sono terrorizzato e la paura traspare attraverso i miei occhi. Anche la mia ragazza non si sente tranquilla, anche se non capisce bene il perché.
Entrambi continuiamo a cenare con un occhio fisso sulla vetrata.
Divoriamo la fiorentina e le patate al forno a tempo di record. Gli altri commensali ci osservano con stupore, ammirati per la nostra voracità. L’episodio di poco fa ci ha messo appetito. Dicono che quando si è nervosi venga fame. Terminiamo anche il Cabernet Franc servitoci per accompagnare la prelibata bistecca e non ordiniamo nemmeno il dessert.
In sintesi non vediamo l’ora di tornarcene a casa. Pago il conto con la carta di credito (almeno questa volta ricordo come mi chiamo) e ci avviamo alla macchina.
Prima di uscire dal locale mi guardo attorno ansiosamente. Il tizio con la maschera di Joker potrebbe trovarsi ancora nei paraggi. Solitamente la città in questo periodo dell’anno è deserta per via delle vacanze estive, ma stasera sembra piuttosto affollata. Degli adolescenti con la testa fra le nuvole attraversano la strada incuranti del semaforo rosso e puntualmente vengono insultati dall’autista di un ducato grigio metallizzato, che li sfiora schivandoli per un soffio. Poco più in là una coppia contempla le vetrine tenendosi per mano e dietro a loro un uomo sulla cinquantina con la mascella squadrata è intento ad ascoltare della musica attraverso delle enormi cuffie che indossa goffamente sopra alle orecchie. Chiunque potrebbe essere lui. Oppure nessuno. Non rimarrò qui a scoprirlo.
Affrettiamo il passo e saliamo in auto. Anche se il ristorante dista pochi chilometri da casa metto su comunque un CD degli U2 per distrarmi. Adoro il gruppo musicale londinese e tengo i loro dischi sempre a portata di mano.
La note di "With or without you" allentano per un attimo la tensione accumulata anche se né io e né Anna abbiamo molta voglia di cantare. Quando la canzone finisce ci siamo completamente rilassati. Procedo lentamente per gustarmi altri tre successi di Bono Vox ed arriviamo al nostro appartamento. Questa volta Anna scende da sola e corre su in camera veloce come il vento.
«Ho bisogno di una doccia», avvisa denudandosi completamente prima di entrare in bagno.
Ovviamente non attribuisco quel gesto ad un desiderio sessuale, ma lo classifico come stanchezza dovuta allo stress. Il joker l’ha sconvolta più di quanto pensassi. Forse il fantomatico scherzetto a cui si riferiva il messaggio era proprio quello? Ma allora perché spifferarmelo con così largo anticipo? Non ha senso. Nulla ha senso in questi giorni di ordinaria follia.
Accendo il televisore, ma nessun programma trasmette qualcosa di interessante, tantomeno si parla della povera ragazzina assassinata senza pietà. Nel terzo millennio un cadavere trucidato con violenza inaudita non fa più notizia. Sul primo canale si discute invece del nuovo smalto per unghie maschili creato dal rapper Fedez. Quello si che è uno scoop di rilievo da tenere in prima pagina per intere settimane. Il mondo sta andando a rotoli.
Se una ragazza con la gola sgozzata ritrovata legata ad un albero nella piccola e tranquilla Udine non suscita scalpore, mi domando allora perché preoccuparmi tanto. Eppure ai miei occhi tutti sembrano interessati alle mie faccende personali. La paranoia trasforma ogni sguardo in un potenziale pericolo. Classico di chi ha la coda di paglia.
Medito a lungo se cambiare numero di cellulare sia una buona idea o meno. Dovrei inventarmi l’ennesima storiella per dare una motivazione della scelta ad Anna e forse lui si incazzerebbe ancora di più. Meglio affrontarlo e mettere fine a questa vicenda una volta per tutte. L’ora è vicina.
Gli scrivo di presentarsi al concerto con il suo vero volto. Sono arcistufo delle sue maschere. Dopo circa dieci secondi risponde.
«QUELLA DI PRIMA ERA LA MIA VERA FACCIA.»
«Allora eri tu!» Come se ci fossero stati dubbi.
«E CHI ALTRO? IL JOKER DI BATMAN?»
Poi prosegue «ERA UNA BATTUTA, NON FARE IL PERMALOSO.»
«Non ho nessuna intenzione di scherzare», replico provando a darmi un tono.
«LO SAI CHE IO E TE FORMEREMMO UNA BELLA COPPIA?»
«Io non sono un assassino.» Appena invio il messaggio immagino già la sua replica.
«ALTROCHE’ SE LO SEI!. IN FONDO NON SIAMO POI COSI’ DIVERSI IO E TE. DEVI SOLO CAPIRE CHI E’ ALEX ERMACORA ED APPREZZARE LE TENEBRE, NON TEMERLE. SOLO IN QUESTO MODO CONOSCERAI IL TUO IO INTERIORE. TUTTI NOI POSSEDIAMO UNA DOPPIA PERSONALITA’. FATTENE UNA RAGIONE E VEDRAI CHE STARAI MEGLIO. TI AMMIRO, DICO SUL SERIO, SEI UN RAGAZZO PIENO DI INVENTIVA.»
«A cosa ti riferisci?»
Il suo monologo è delirante.
«ALLA MANFRINA DELLA GOMMA FORATA.»
Di nuovo rimango colpito. Sa sempre tutto.
Provo a raggirarlo per ottenere qualche informazione.
«Anche io ti ammiro, spiegami come fai, così imparo qualcosa da un professionista.»
Spero che adularlo funzioni.
«EHI, BELLO NON SONO MICA NATO IERI!. I TUOI COMPLIMENTI NON MI LUSINGANO AFFATTO. SO DI ESSERE BRAVO, L’ESPERIENZA CONTA NEL LAVORO.»
Mio Dio che affermazione raccapricciante. Per lui uccidere e stalkerare la gente sono solo un lavoro. E se effettivamente per lui lo fosse veramente? Magari è un giornalista abituato agli appostamenti, o ancor meglio un paparazzo, considerata la sua abilità nello scattare le foto. Forse senza accorgersene mi ha appena rivelato una informazione importante riguardo alla sua vera identità.
Insisto sulla strada delle lodi sperticate. «Devi proprio essere un perfezionista e disporre di molto tempo libero per dedicarti interamente a me.» Lo provoco sperando in una reazione. Prima si è sbilanciato e mi auguro che lo faccia anche adesso, ma purtroppo questo giro non abbocca.
«NON SCHERZARE CON IL FUOCO. HO DETTO CHE MI PIACI, MA NON TIRARE TROPPO LA CORDA.»
«Perché hai scelto di rovinarmi la vita?» Domando disperato. Questa situazione mi sta prosciugando le energie. Mi sento vuoto.
«TE LA SEI ROVINATA DA SOLO.» La sua frase risuona come una sentenza.
«Anche tu hai ucciso, ma io non ti spio di nascosto o ti metto in imbarazzo con stupidi scherzi.»
«SIAMO SULLA STESSA BARCA, ACCETTALO O VERRAI DIVORATO DAI RIMORSI. IO SO BENE COME TI SENTI. VIVRAI MOLTO MALE CON LA TUA COSCIENZA SE RACCONTI BUGIE ANCHE A TE STESSO.»
Accidenti che faccia tosta. Ha il coraggio di farmi pure la morale. Mi sembra di essere seduto sul tavolino dello strizza cervelli. Non ne posso davvero più. Spengo il telefono e mi accuccio sul pavimento.
Lo stomaco morde dall’interno ed un'altra crisi di pianto aleggia nell’aria. Per l’ennesima volta muoio dal desiderio di confessare tutto alla mia ragazza per liberarmi del macigno che porto dentro. Vorrei condividere la mia storia con qualcuno che mi capisca. Poi, appena Anna esce dalla doccia cambio immediatamente idea. Il suo volto genuino mi impedisce di ferirla, non posso coinvolgerla. Dove restare fuori da questa merda.
«Ma che ci fai lì per terra?» Strabuzza gli occhi mentre si lega un asciugamano attorno ai capelli bagnati.
«Prendo il fresco, si sta meglio sul pavimento.» Non mento, sono le undici di sera, il termometro registra oltre trenta gradi e l’umidità rende insopportabile la calura.
Lei ignora il mio comportamento strambo e si ravviva l’acconciatura con un olio straordinario che le avevo regalato lo scorso natale.
Il telefono trilla e lo stomaco mi schizza in gola. Questa volta rispondo io. «Pronto?»
«Riaccendi il telefono», gracchia lo stronzo. Evidentemente è un maniaco del controllo ed odia essere contraddetto. Senza dire una parola riaggancio ed eseguo gli ordini da bravo soldatino.
«Ma chi cavolo era?» Starnazza Anna.
«Nessuno, non parlava nessuno.»
«E ti sembra normale? È già la seconda volta che chiamano a tarda notte e non dicono niente. Poi stranamente poco fa un tizio mascherato da Joker si affaccia alla vetrata, proprio dove stiamo cenando e ci spaventa a morte. Alex mi spieghi che sta succedendo?»
«Ma niente tesoro, sono solamente coincidenze.»
«Sinceramente inizio ad avere un pochino di paura.»
Accendo il telefono e un messaggio mi invita caldamente a non fare più cazzate o me ne sarei pentito amaramente.
«Chi ti scrive a queste ore!?»
«È solo un aggiornamento dello smartphone.» Menzogne una dietro l’altra. La mia coscienza sta andando a farsi benedire.
«Non ci credo, dammi il telefono» grida strattonandomi per un braccio.
Mi divincolo dalla presa. «Allora tu consegnami il tuo», protesto facendo i capricci come i bambini.
«Non se ne parla.»
«Se non posso leggere i tuoi messaggi perché tu puoi sbirciare i miei?»
Nessuna risposta. «La tua ragazza scopa con qualcun altro», quella frase continua a rimbombare nella mia testa come un dogma.
«Dai scusami sono scossa, mi metto il pigiama e vado a letto.»
Davvero insolito che abbia mollato il colpo così facilmente. «La tua ragazza scopa con qualcun altro». La voce si insinua dentro alla mia testa come un tarlo e va avanti all’infinito.
«Io e te non abbiamo segreti vero?» Domando timidamente.
«Ma cosa ti salta su. Nessun segreto. Dai dimentichiamoci questo piccolo screzio e corichiamoci sotto alle lenzuola», sbadiglia improvvisamente assonnata.
La sua reazione mi convince dell’esatto contrario. Ripeto mentalmente quello che Anna mi ha appena detto, i due concetti chiave. Nessun segreto. Dimenticare.
Non ne sono assolutamente in grado.