Capitolo 15 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Finito di tirare su col naso mi appresto a raccontarle tutto.
«Si tratta di quel tizio che ci chiama durante la notte?»
Annuisco asciugandomi il moccolo con la manica della camicia. La gola mi pizzica provocandomi un leggero bruciore. Sto per liberarmi di un peso, non mi importa delle conseguenze, soffro troppo per andare avanti così.
«È sempre quello stronzo che ti manda anche dei messaggi non è vero? È lo stesso del ristorante con la maschera del Joker?»
«Si ma non è solo questo», rispondo prendendo fiato.
«Lo conosci?»
«Non ho la più pallida idea di chi sia.»
«Ma allora perché si comporta in quel modo?»
Praticamente sta piangendo anche lei per empatia.
«Ho paura Anna.» È tutto quello che riesco a dire.
«Lo comprendo bene. Per questo non sporgi denuncia alla polizia?»
«In effetti si, temo che possa farci del male se scopre che ho contattato le forze dell’ordine.»
«Ma non possiamo tollerare una situazione del genere e vivere nel terrore. Dannazione un folle ti ha preso di mira. È uno stalker, sono sconvolta. Dobbiamo fare qualcosa.» Si gratta la nuca nervosamente.
«Sono giorni che sto pensando di andare dalla polizia ma…». Mi interrompo. Perché dirle tutto? Per il momento può bastare così, mi limiterò ad informarla solo su una parte della verità. Omettere non è mentire giusto?
«Ma cosa?»
«Spero che la smetta ecco.»
«E se non lo fa?»
«Allora giuro che lo denuncio.»
«Per questo sei stranissimo ultimamente», realizza lei soddisfatta neanche avesse appena scoperto l’America. «Tesoro lo sai che con me puoi parlare di qualsiasi argomento, anche il più delicato.»
«Me ne vergognavo», asserisco mentre lei mi accarezza dolcemente i capelli.
«E poi volevo risolvere la situazione da solo senza coinvolgerti.»
«Non devi preoccuparti per me, sono una persona forte.»
«Lo so.»
Ci stringiamo vigorosamente e restiamo in silenzio per qualche minuto.
Ero partito bene, ma alla fine ho concluso da vigliacco. Almeno adesso Anna sa che un tizio ci spia e non dovrò più sforzarmi per giustificare tutti i miei comportamenti ambigui.
«Non ti viene in mente nessuno che possa farci questi scherzi di così cattivo gusto?»
Apprezzo il suo modo elegante di definire uno stalker. Riesce a sminuirlo e a renderlo meno subdolo ed inquietante.
«Assolutamente no.»
«Ma chi potrebbe essere? E per quale motivo proprio noi?»
A questa domanda non voglio rispondere.
«Non si ragiona coi matti, chissà che cosa gli passa per la testa a quel pazzo», devio in fretta.
Mi sono un po’ ripreso. Erano anni che non piangevo così a fontanella. L’ultima volta credo sia stata da bambino quando i miei genitori mi portarono a Gardaland, ma la giostra di Prezzemolo era chiusa a causa di lavori di manutenzione. Non sono uno che frigna facilmente. Ultimamente sto recuperando tutte le lacrime che non ho versato in passato. I saggi sostengono che piangere fa bene, ma sinceramente vorrei proprio che si trovassero loro al posto mio.
«Cerchiamo di non rovinarci la giornata dai», proclamo con enfasi.
«Non mi capacito che un estraneo con gravi turbe mentali ci stia addosso.»
Come darle torto. Quando è preoccupata aggrotta le sopracciglia e le compare una ruga all’altezza del labbro superiore.
«Che ne dici se ci mettiamo in viaggio? Ci vorranno circa un’ora e mezza per arrivare a Lignano, considerato che sicuramente ci sarà molto traffico per via del concerto.»
«Secondo te ci seguirà?»
«Ne dubito fortemente», mento per tranquillizzarla. Io oramai mi sono abituato a quella orribile sensazione, anzi, ne ho passate ben di peggio, ma per Anna si tratta di una novità e comprendo benissimo la sua angoscia.
«Allora mi trucco leggermente e partiamo subito.»
Tradotto per il mondo maschile ci metterà come minimo tre quarti d’ora.
Approfitto della sua assenza per riprendere in mano le foto. Leggo e rileggo il messaggio. È scritto in stampatello e con una bella calligrafia, simile a quella di una donna. Trovo strana la scelta cromatica, ma è il contenuto del testo a preoccuparmi maggiormente. Non sono certo un perito, ma provo comunque ad indovinare la sua personalità analizzando le lettere una per una. La «e» non chiude bene il gambo centrale, mentre la lettera «c» risulta sempre leggermente più grande rispetto alle altre. Sul resto non noto nulla di strano se non lo stile preciso con la quale è stato scritto il breve messaggio. Da queste poche parole non si può ricavare un profilo psicologico. Nemmeno un esperto ci riuscirebbe.
Mi sforzo di capirne qualcosa di più, ma forse è solo fatica sprecata e sono io che mi costringo ad attribuire un senso a quella frase. «Adesso ci conosciamo meglio.» Vuol dire tutto e niente. Più mi concentro su quelle quattro parole e più mi convinco che sto perdendo tempo. Chissà quante risate si farebbe lui se sapesse quanta attenzione gli sto dedicando. A meno che non mi osservi anche in questo preciso istante. Non ho escluso affatto la possibilità che ci siano delle cimici in casa, nonostante abbia messo a soqquadro tutte le stanze senza trovare nulla. Potrebbe averle inserite all’interno di qualche elettrodomestico smontato in precedenza, ma forse guardo troppi film su Netflix. Non mi considero un esperto del settore, sono sicuro, invece, che il mio stalker lo sia eccome.
A dimostrazione di questo ci sono le foto. Cinque primi piani realizzati con la massima cura, come quelli che mi aveva inviato tramite il cellulare. La precisione nei dettagli, la messa a fuoco, senza dubbio opera di un professionista.
Finalmente dopo quaranta minuti Anna è pronta. Ci ha messo meno del previsto. Saliamo in macchina e veniamo accolti da una calura insopportabile.
«Parti e accendi il clima per piacere.»
Eseguo subito, il volante mi scotta fra le mani e i primi metri guido praticamente con i gomiti. Questa estate se la ricorderanno tutti come una delle più roventi degli ultimi venti anni. Io me la rammenterò per ben altri motivi.
Ascoltiamo metà CD di Ligabue e metà di Tiziano Ferro, giusto per rinfrescarci la memoria. Ci piace partecipare ai concerti e conoscere i testi delle canzoni per poi poterli cantare. La scaletta prevede i suoi più grandi successi e alcune tracce del suo ultimo album delle quali ignoro completamente sia i testi che la musica. Poco importa, Anna è felice e io anche. Se restiamo uniti supereremo qualsiasi difficoltà. Spero anche quelle più grandi, come per esempio liberarsi di uno stalker assassino e farla franca dopo aver ucciso un uomo.
Come previsto le strade sono molto trafficate, impossibile capire se qualcuno ci sta seguendo. Se non mi sono accorto di niente girando da solo nella notte, figuriamoci in questo momento con tutte queste macchine.
Nonostante siano le cinque del pomeriggio e manchino ancora quattro ore al concerto, scovare un parcheggio libero si rivela una impresa. Troviamo un posto lontanissimo dalla spiaggia, ma esausti ed assetati ci rassegniamo e la posteggiamo lì. Come da programma prendiamo una granita alla menta e la sorseggiammo passeggiando in riva al mare.
Sfiliamo via le infradito e camminiamo scalzi. Il contatto della pelle nuda sulla sabbia è fantastico, quasi terapeutico. Il reflusso delle onde ogni tanto ci bagna i talloni e dietro di noi rimangono impresse le nostre impronte.
Sarebbe una fantastica giornata tra due innamorati se non avessimo mille grilli per la testa.
Bighelloniamo lungo la darsena ossessionati di non essere da soli con la nostra privacy.
So che quel uomo utilizza dei travestimenti e quindi può impersonare chiunque a suo piacimento. Restringo la ricerca sulle persone con appesa al collo una macchina fotografica, non ne vedo moltissime e quindi mi concentro unicamente su quelle.
«Pensi che sia qui?» Chiede Anna notandomi teso.
«Non credo», nego posandole un braccio sul fondo schiena.
«Avrà trovato difficoltà anche lui a trovare parcheggio», sorride forzatamente.
Sono sicuro invece che sia arrivato qui molto prima di noi. Sapeva che stavamo andando al concerto. Non so come ma lo sapeva.
«Con tutta questa gente non ci troverà», la rincuoro per infonderle coraggio.
Purtroppo la penso diversamente. La folla gioca a suo vantaggio, potrà mimetizzarsi facilmente.
Prendo per mano Anna e mi accorgo che trema tutta. Ha anche le punte delle dita ghiacciate.
«Ehi tesoro va tutto bene, cerchiamo di rimanere calmi, non può farci niente.»
«Se si ripresenta promettimi che domani andrai dalla polizia.»
«Promesso», affermo poco convinto.
Le nuvole sono state spazzate via dalla brezza marina e il cielo è completamente limpido. Il sole brucia i corpi dei vacanzieri sdraiati sulla spiaggia. Tutti gli ombrelloni sono ancora aperti. Chi può si tuffa in acqua o cerca riparo all’ombra. Un gabbiano sopra di noi plana su una panchina dove qualcuno ha scordato un sacchetto di patatine. Un bimbo con i capelli tagliati a scodella lecca il suo cono gelato e si macchia i pantaloni. La nonna prontamente lo ripulisce con una salvietta umidificata.
Tutti attorno a noi sembrano trascorrere una normale domenica di mezza estate, ignari che una persona assai pericolosa si trova nei paraggi. La nostra tranquillità invece ce la dobbiamo guadagnare.
Un tizio alle nostre spalle ci ticchetta con le dita sulla schiena. «Ciao ragazzi posso chiedervi se mi scattate una foto?»
«Ehi bello non volevo spaventarti», bofonchia un ragazzino mulatto con in testa un cespo di capelli ricci scuri stile afro. Non parla bene italiano e arretra di qualche passo vedendo le nostre facce terrorizzate.
La sua fidanzatina rimane qualche metro dietro di lui a fumarsi una sigaretta elettronica. Accessorio che va tanto in voga fra quelli della sua età. La ragazza non sembra comprendere la nostra lingua. L’unica sua preoccupazione è quella di leccarsi continuamente le labbra, precisamente nel punto dove vi è impigliato sopra un gigantesco piercing. È talmente grande che il labbro inferiore è gonfissimo e sanguina da sotto una pellicina. Probabilmente se lo è appena fatto mettere e le sta causando una infezione. Anche il suo compagno ne sfoggia uno simile all’altezza del lobo sinistro, ma rispetto a quello della sua amichetta è molto meno vistoso.
Il giovincello si riavvicina con arroganza e mi strattona maleducatamente per la camicetta.
«Ti sarai mica imbambolato?» Sogghigna divertito mentre io continuo a fissarlo allibito.
Non è lui accidenti. D’accordo che si destreggia bene col trucco e parrucco, ma quella che ho di fronte sarebbe una trasformazione impossibile anche per uno bravo come lui. Non può ringiovanire così tanto. Il pischello qui dinnanzi a me avrà si e no diciotto anni e la sua pelle è troppo liscia per essere un adulto.
«Quindi ce la scattate una foto si o no?» Insiste l’adolescente consegnandoci il proprio cellulare. Un iPhone sottilissimo all’ultima moda.
«Ok mettetevi in posa», ordina Anna incaricandosi del compito.
Io sono rimasto paralizzato e dubbioso. Continuo ad osservare i due ragazzini con espressione da ebete. Vorrei levarmi ogni dubbio, ma non mi viene in mente come.
«Fate cheese», li esorta Anna.
La coppia solleva gli occhi al cielo. La nuova generazione non usa gli stessi termini che adoperavamo noi nel secondo millennio. Probabilmente ci considerano dei vecchi bacucchi.
Protuberano entrambi le labbra ed inclinano leggermente la testa verso destra. Tipica posa dei marmocchi vista e rivista sui vari social. Magari abbiamo incrociato due influencer, chi lo sa.
I due teenager nemmeno ci ringraziano e proseguono per la loro strada come se nulla fosse.
La mia compagna vorrebbe cantargliene quattro, ma la convinco a rinunciare e lei scuote la testa. Le assicuro che non ne vale pena. I giovani d’oggi non ascoltano nessuno e sono insensibili agli insulti. Niente li sfiora se non i loro idoli da quattro soldi. Bisogna portare pazienza, ma se questi ragazzi che abbiamo appena conosciuto fanno fede ai cliché sui millennials, il futuro che ci attende non si prospetta per niente roseo. Se le visualizzazioni su You Tube sono considerate la priorità, ci troviamo tutti nei guai.
Cerco un cestino dove gettare il bicchiere vuoto. La granita mi ha fatto venire ancora più sete, quindi propongo ad Anna di recarci in un chiosco più consono a due della nostra età per bere un aperitivo alcolico. Torniamo sulla strada principale trasportati dalla musica e dai profumi provenienti dai negozi ambulanti. Sotto ai gazebi vendono di tutto, dai racchettoni da tennis ai cruciverba, dalle calamite magnetiche ai gommoni gonfiabili. Qualche baracchino sgangherato assembla crepes alla nutella e sforna panini di ogni tipo. C’è persino chi incide dei tatuaggi tribali. Quello è il posto più frequentato e non solo da marmocchi. Attorno a noi gironzolano persone di ogni età, ma la maggior parte di essa è composta da teenager.
Lignano infatti è gremita di ragazzini che vagano a vuoto con gli auricolari nelle orecchie e lo skate sotto al braccio. La loro pista è la strada e gli ostacoli sono i passanti e le panchine. Proprio uno di loro sfreccia a tutta velocità sul marciapiede urtando chi gli si frappone dinnanzi. Una signora perde l’equilibrio e per poco non cade.
«Che cafone», esclama Anna.
«Chissà i suoi genitori cosa direbbero», aggiungo io.
Incrociamo lo sguardo e scoppiammo a ridere. Siamo proprio vecchi. Commenti del genere li fanno solo gli anziani.
Il ragazzino sullo skate si ferma a pochi passi da noi e comincia a gridare a squarcia gola. «Anna ed Alex chi sono? Ho un regalo per loro.»
All’inizio penso di non aver capito bene, ma poi lo skater ripete la frase. «Anna ed Alessandro Ermacora chi sono? Ho un regalo per loro. Fatevi avanti per favore.»
Mi si raggela il sangue. Purtroppo ho sentito giusto. Questa stranezza è sicuramente opera di quello squilibrato, ne sono certo. Anna è sul chi va là e io rimango in allerta. Sono pronto a tutto. Credo.
Mi avvicino curioso per scoprire quale stratagemma ha architettato questa volta. Ne possiede di inventiva il bastardo.
Anna mi tira per i pantaloni. «Non andare o faremo il suo gioco.»
La ignoro e mi posiziono di fronte al ragazzino.
«Sono io Alex Ermacora», esordisco tra l’incredulità dei passanti che non comprendono se si tratta di una candid camera, oppure se si trovino di fronte a tre matti.
«Ho una cosa per te.» Mi porge una busta identica a quella consegnatami furtivamente stamane nel cestino della bicicletta.
«Chi ti ha mandato?» Lo prendo per il bavero.
« Ehi mi lasci stare! Non vuole che glielo dica.»
«Parla o il mio compagno ti riempie di pugni», minaccia Anna fuori di sé.
«Non sto facendo niente di male signora, un tizio mi ha dato cinquanta euro per recapitare questa busta ad Anna ed Alessandro Ermacora. Non ha ingaggiato solo me, glielo ho visto fare anche con altri ragazzi.»
Astuto da parte sua. In questa maniera può restare dietro le quinte.
«Alex ti prego non aprirla», supplica Anna.
«Come sapevi che ci avresti trovato proprio qui?»
«Non lo sapevo, sto gridando i vostri nomi dall'inizio del viale.»
Mi sembra sincero. È solo un ragazzino e non c’entra nulla, è stato semplicemente messo in mezzo.
«Descrivimi il signore che ti ha dato la busta.»
«Non saprei, indossava un cappello da baseball con la visiera marrone. Gli si intravedevano appena gli occhi. Mi pare di ricordare che fossero scuri. Non era molto abbronzato per essere uno che va al mare spesso.»
«Tutto qui? Non puoi essere un pochino più preciso?» Chiede Anna con voce melodiosa. Si è pentita di averlo trattato male.
«Era molto alto.»
Anche il tizio con il cappotto e la cuffia invernale era un lungagnone. Quella sua caratteristica non può certo camuffarla. Ogni volta imparo sempre qualcosa in più su di lui.
«Quanto tempo fa vi siete incontrati?»
«Circa venti minuti fa. Mi ha raccomandato di non aprire la busta altrimenti non mi avrebbe pagato.»
Osservo la marea di gente attorno a me. Potrebbe essere dovunque. Anna mi imita ma non notiamo niente di strano. Difficile scovare una persona anche se altissima. Se per esempio fosse seduto, sarebbe impossibile.
«Dove è avvenuto il contatto?»
«In che senso?»
«Il luogo dove vi siete incrociati.» Accidenti questo ragazzo è rallentato di mente.
«Laggiù, nei pressi della pineta.»
Dunque più o meno a mezzo chilometro da qui. Butto l’occhio in quella direzione ma ovviamente non scorgo nessuno.
«Vattene e stagli alla larga, è un tipo pericoloso quello», lo raccomando invitandolo a sparire dalla circolazione.
Il ragazzo con lo skate mi guarda allucinato, ma obbedisce e sparisce tra la folla.
«Non avrai mica intenzione di aprirla vero?» Mi fulmina Anna.
«Temo che se non la faccio si incazzerà.»
«Hai più paura di me o di lui?» Sbraita puntandomi il dito indice sotto al naso.
Messa così non ho scelta. «E va bene, ma la tengo con me.»
«Direi di sì visto che domani la porteremo alla polizia.»
«Non serve andarci in due», protesto.
«Se occorre un testimone, eccomi qua.»
«Ci vado da solo, tu lavori, mentre io scrivo libri.»
«Che razza di polemica stai facendo adesso?»
«Nessuna, scusami, ma voglio risolvere la situazione in autonomia una volta tanto.»
«Ti capisco, ma in questo caso non occorre fare gli eroi.»
«Non ti preoccupare, se ho urgenza ti chiamo.»
Anna sbuffa senza preoccuparsi di non darmelo a vedere.
Mi inginocchio per un attimo sul ciglio della strada. Ma chi me lo ha fatto fare di uccidere Erik e portarlo al parco del Cormor nello stesso giorno e nello stesso posto dove si trovava anche la vittima di un altro assassino? Lo so è retorica, ma non poteva capitarmi un soggetto peggiore. Mira a sfinirmi e ci sta riuscendo in pieno. Necessito di una tregua.
«Ma che ti prende?»
«Ho bisogno di bere.»
«Vieni c’è un chiosco sull’altro lato della strada.»
Cerco di raddrizzarmi sulle gambe e mi accorgo di reggermi a stento in piedi. Tremo tutto. Sto per avere un calo di pressione e rischio di svenire. Mi rimetto pian piano in posizione eretta e sollevo lo sguardo. Proprio di fronte a me, sull’altro ciglio della strada, un uomo con la macchina fotografica mi sta scattando una foto.
«È lui», grido a squarcia gola attirando l’attenzione di tutti.
Senza pensarci un attimo attraverso il viale e gli corro incontro.
Il tizio mi fissa in segno di sfida e non si sposta di un centimetro. Posa a terra la macchina fotografica e si fruga fra le tasche dei pantaloni.
Accidenti non ho preso in considerazione il fatto che sia armato. Troppo tardi, oramai gli sono addosso e con un balzo felino gli piombo sopra facendolo ruzzolare a terra.
«Adesso hai finito di darci il tormento pezzo di merda», ringhio tenendolo fermo sotto di me.
Il vigliacco si dimena furiosamente e prova anche a colpirmi con un gancio, ma questa volta mi coglie preparato e con prontezza di riflessi degna di un pugile esperto riesco a schivarlo. Dopo la colluttazione con Erik qualcosa ho pur appreso. Avvinghio le mie gambe attorno alle sue per immobilizzarlo. Nonostante la presa ferrea, uno dei suoi calci va a segno all’altezza del costato e mi fa vedere le stelle. Sopporto il dolore lancinante stringendo i denti e gli infilo le dita nell’occhio. Mentre lo faccio tenta di mordermi il pollice, ma lo caccio via senza mezze misure.
Lacrima copiosamente, ma non demorde e si rialza, cercando di tirarmi una testata sul mento, ma è troppo basso per raggiungermi. Lottiamo fra il menefreghismo generale dei passanti e rotoliamo nuovamente a terra. I nostri corpi si pareggiano in lunghezza, ma soltanto perché tengo le gambe piegate. Deduco che l’uomo che giace sotto di me è più brevilineo del sottoscritto. Già, come mai non mi pare poi così alto? Allento per un istante la morsa e lo squadro da capo a piedi.
«Me la pagherai razza di idiota», sbraita lui con gli occhi iniettati di sangue.
«Sta zitto. Te lo meriti dopo tutto quello che hai fatto.»
«Ma tu sei completamente matto. Non so di che cosa stai parlando.»
«Non ci casco più ai tuoi trucchetti del cavolo.»
Nel frattempo Anna sta cercando aiuto in giro, ma nessuno la calcola. Implora una coppia di intervenire, ma i due fanno orecchie da mercante e proseguono per la loro strada come se nulla fosse. La stessa indifferenza la ottiene anche da un uomo palestrato che se solo avesse voluto, vista la sua stazza, ci avrebbe separato senza problemi. All’ennesima richiesta invana di soccorso si arrende. Finisce per rassegnarsi e mi raggiunge.
«Non farlo scappare, io chiamo la polizia», mi avvisa concitata.
«Ma stiamo scherzando?» Protesta l’uomo. «Vengo aggredito e per giunta volete chiamare la polizia? Chi credete che arresteranno?»
In effetti non ha proprio tutti i torti, ma è pur sempre un assassino. Gli agenti mi ringrazieranno. Il problema è che tra me e lui non sussistono molte differenze per via delle mie brutte azioni ed il tizio sdraiato supino sul marciapiede lo sa molto bene.
Sicuramente riferirà dei miei trascorsi agli agenti. Rivelerà loro il mio segreto e ci sbatteranno dentro entrambi.
«Stavo solo scattando delle foto alla mia famiglia dannazione.» Si lamenta in modo teatrale e gonfia le guance dalla rabbia. Gli si sta già formando un livido sullo zigomo e ha gli occhi arrossati per colpa della mia mossa da judoka stile Bruce Lee.
«Alex , ma che cosa sta dicendo?» Mugola Anna disorientata.
«Stronzate, non gli credo. Non farti abbindolare.»
«Lasciatemi chiamare mia moglie, sta prendendo il sole fra gli ombrelloni della seconda fila. Non so chi cazzo pensiate che io sia, ma avete sbagliato persona.»
Torno a studiarlo attentamente. Possibile che abbia preso un abbaglio colossale? In effetti l’altezza non corrisponde, ma la macchina fotografica allora? Che stia raccontando la verità, oppure si tratta dell’ennesima messa in scena?
«Dammi il tuo telefono», ordino con la voce rotta.
«Come scusa?»
«Avanti non sto scherzando», intimo perentorio.
«Ecco tieni imbecille, lo sai che sporgerò denuncia vero?»
Ignoro la minaccia e scorro prima la rubrica e poi i messaggi ma non vi è alcuna traccia del mio numero e delle conversazioni avvenute tra me e il killer.
«Ma chi sei tu?» Chiedo disperato liberandogli una gamba.
«Sono un semplice impiegato di banca che voleva trascorrere una domenica in santa pace con la propria famiglia, ma poi sei arrivato tu», grugna mostrandomi i denti.
«E allora perché mi fotografavi? E dove si trova la tua famiglia?»
«Ma sei sordo per caso? Te lo ho già detto. Non stavo inquadrando te, ma gli ombrelloni della seconda fila. Mia moglie e mio figlio stanno là. Eccoti, guarda tu stesso.» Mi grida allungando la mano per raccogliere la macchina fotografica rimasta in terra
Lo aiuto a rialzarsi. Zoppica leggermente. Si dà una spaccata ai pantaloni e si assicura che la Canon non si sia rotta.
«Prego.» Mi invita a vedere nello schermo la foto da poco scattata.
«Soddisfatto? C’è la mia famiglia sotto all’ombrellone.»
Non mente. I soggetti protagonisti all’interno del riquadro sono un bambino a torso nudo con addosso un cappello delle Giovani Marmotte ed una donna in costume che sorride. Per convincermi del tutto gli faccio chiamare sua moglie, la quale risponde dopo il primo squillo e si dirige immediatamente da noi. Il marito le racconta con enfasi quanto appena accaduto e la signora rimane incredula per la scenata che ha appena avuto luogo unicamente per colpa mia. La poveretta ha quasi un mancamento. Un po’ per il troppo sole preso e un po’ per gli aggiornamenti raccapriccianti ricevuti dal marito.
«Stai bene tesoro?» Le domanda premurosa.
«Mi sento la faccia come un dirigibile.»
«Ci vuole del ghiaccio.»
«Non voglio che mio figlio mi veda così.»
«Sono costernato, mi dispiace. Se posso fare qualcosa..»
Non mi lascia andare avanti ed inveisce contro di me.
«Stammi alla larga coglione. Secondo te come spiego ad un bambino di otto anni che suo padre è stato pestato senza motivo da un degenerato!?»
«Calmati amore, lui no sa niente, lo ho mandato a giocare in acqua con i suoi amici.»
«Prima o poi se ne accorgerà.»
Mi sento una merda. Vorrei sprofondare in fondo al mare. Ho picchiato un padre di famiglia che nonostante le botte prese, si preoccupa unicamente al bene del proprio figlio.
«E adesso come la mettiamo?» L’innocente impiegato bancario si scaglia contro la mia figura ed incrocia le braccia.
«La prego non può soprassedere?» Supplica la mia compagna esibendo tutta la carineria di cui è capace.
«Ma non se ne parla neanche. Il suo boyfriend qui, mi ha aggredito brutalmente recandomi anche dei danni fisici.»
«Pure lei mi ha colpito con violenza.» Reagisco come un moccioso capriccioso e me ne vergogno.
«Hai iniziato tu, io stavo solo scattando delle foto.»
«Ha pienamente ragione, ma il mio compagno l’aveva scambiata per un altro.»
«Questo non giustifica comunque il suo gesto.» Inarca un sopracciglio ed il movimento seppur impercettibile, gli provoca una fitta. La moglie intanto scuote la testa guardandomi come un pezzente.
«Pensavamo che fosse un tizio che ci deve dei soldi. Molti soldi», aggiunge Anna mostrando le sue meravigliose fossette.
L’uomo sembra addolcirsi per un attimo. La mia fidanzata racconta le bugie meglio di me. Col suo visino angelico come è possibile non credergli?
«Dai lasciamo perdere, torniamo in spiaggia», dice la moglie prendendo il consorte per un braccio.
Il banchiere non è ancora del tutto convinto ad abbandonare la questione. «Mi fate pena», soggiunge squadrandomi dall’alto verso il basso.
«Scu... scusi », tartaglio timidamente.
«Tenga, per le eventuali visite mediche ed il danno morale.»
Anna allunga due banconote da cinquanta euro ed io assisto alla scena allibito. Prima per il gesto della mia ragazza e poi per quello del banchiere, il quale arraffa i soldi senza obiettare. Non proferisce parola e ritorna verso gli ombrelloni.
«Il denaro compra ogni cosa, anche le persone», sottolinea Anna.
La guardo di sottecchi. "Senti perdonami io..."
«Basta così», mi interrompe, «anche io ero convinta che fosse lo stalker.»
Meno male che almeno lei non mi condanna perché io invece mi sento colpevole.
Buffo come funzionano i miei sensi di colpa. Mi preoccupo di più per aver picchiato quel tizio rispetto a quando ho ucciso Erik. I misteri della vita.
Un altro fatto che mi ha scioccato è che mentre stava avendo luogo la rissa, nessuno è intervenuto per dividerci. Al giorno d’oggi tutti si fanno gli affari propri. Trovo disarmante l’imperturbabilità mostrata delle persone che transitavano a pochi metri da noi senza nemmeno voltare lo sguardo.
Mi do una rapida ripulita dalla polvere ed aggiusto il risvolto dei pantaloni. L’adrenalina mi scorre ancora nelle vene.
Tiro fuori la busta dalle tasche e muoio dalla curiosità di sapere che cosa contiene.
Anna mi legge nel pensiero e con gli occhi mi indica di aprirla. Ha cambiato idea. Anche lei come me si sta lasciando trasportare dagli eventi.
Si appoggia col mento sulla mia spalla per sbirciare. Posso sentire il suo respiro caldo tramite il naso. Sbuffa ripetutamente. È provata emotivamente. Strappo via la carta con delicatezza e rimango a bocca aperta.
«Ma è una collana.»
Allargo la busta e la rivolto a testa in giù per verificare se c’è dell’altro. Niente. Solo quello strano ornamento accecante per via del sole che ci riflette sopra.
Prelevo il ciondolo e lo posiziono sul palmo della mano per esaminarlo.
Credo che sia composto per la maggior parte d’oro bianco e secondo me pure di pregevole fattura, somiglia a quelle che si regalano ai battesimi o alle comunioni. All’estremità vi è appesa una mezza luna sbrilluccicante.
«Ma che significa?» Domanda Anna sollevandolo sopra alla testa in cerca di qualche indizio nascosto.
«Non ne ho la più pallida idea. Il nostro amico è piuttosto enigmatico.»
«Forse lo ha rubato.»
«Ma allora perché recapitarlo a noi? No, ci deve essere un’altra spiegazione.»
Mi gratto la testa dubbioso e il mio sguardo cade su un lavagnetta con tre gambe adiacente ad un edicola.
«Oh mio Dio», esclamo indicando il trespolo dove sono appesi i quotidiani.
«Cosa? Vedo solo i titoli dei giornali.»
«Parlano di una ragazzina scomparsa, proprio a Udine.»
«Quindi? Mi spiace per lei e la sua famiglia, ma che c’entra adesso?»
«Guarda meglio la foto della piccola.»
Anna si avvicina e quasi le viene un colpo.
«Porta al collo una collana a forma di mezza luna simile a quella che hai in mano.»
«Non simile, è proprio la stessa.»
Un signore baffuto con addosso una maglia scura inneggiante ai Nirvana mi passa accanto incuriosito dalle nostre espressioni. Si sofferma anche lui a leggere le notizie dei quotidiani in cerca di chissà quale gossip, ma si stufa subito e riprende a camminare verso la spiaggia. D’istinto infilo la catenina in tasca assicurandomi che nessun altro mi stia osservando. In questo momento mi sento tutti gli occhi della gente addosso. Quasi come se sapessero ogni cosa e mi giudicassero. Ovviamente è solo una mia sensazione. Per giunta, di questi tempi, già provata in diverse occasioni.
«Quindi abbiamo a che fare con un rapitore? Domanda Anna informandosi sul caso della ragazza scomparsa. Ha acquistato due giornali, tanto per non farsi mancare niente.
Molto peggio, vorrei aggiungere, ma non lo faccio per non spaventarla ancora di più.
L’articolo in questione spiega dettagliatamente di come l’undicenne di nome Giulia sia sparita nel nulla. L’ultimo ad avvistarla è stato il gelataio, fra l’altro un amico di famiglia, indi per cui il primo sospettato. L’uomo però risulta pulito ed estraneo ai fatti. Anche delle telecamere di video sorveglianza poste fuori dall’esercizio, confermano la sua innocenza. Non si è mai mosso dalla propria postazione fino a tarda sera. Secondo il Messaggero Veneto, lo si scorge solo quando il locale abbassa le serrande e lui si dirige verso la macchina accendendosi una sigaretta. Giulia era scomparsa ben cinque ore prima.
Nei filmati visionati dalla polizia si intravede la bimba, (perché a quella età si è ancora dei fanciulli), acquistare un cono con due palline e poi uscire dalla gelateria leccandosi le dita sporche di cioccolato. Poi volta l’angolo e in quella zona purtroppo manca la copertura visiva. E pensare che proprio in quella via, pochi mesi prima il sindaco si era battuto per piazzare delle telecamere in prossimità del parco lì accanto per via di un presunto spaccio di droga organizzato da dei malviventi sotto agli occhi di tutti. I cittadini però si sono ribellati, contestando l’iniziativa e criticando la mancanza di privacy. Se solo avessero dato retta al sindaco, ora di Giulia si saprebbe molto di più. Alla fine del trafiletto la madre sottolinea con rammarico questo fatto ed aggiunge anche che è disponibile a versare qualsiasi cifra pur di riabbracciare sua figlia. Accontenterebbe ogni tipo di desiderio del sequestratore, pur sempre nelle proprie possibilità economiche e pagherebbe qualsiasi cifra di un eventuale riscatto. Richiesta che tuttavia non è ancora stata effettuata.
L’occhiello della seconda pagina sottotitola «Undicenne prende un gelato e viene rapita». Poi argomenta su come si sono svolti i fatti ora dopo ora fin dalla mattinata. Una precisa e minuziosa ricostruzione resa possibile grazie a delle testimonianze, in particolare a quella della madre.
Giulia abitava ad un isolato di distanza dalla gelateria e i suoi genitori si fidavano a lasciarla andare in giro da sola, considerati i pochi metri da percorrere. Conosceva il titolare perché amico del padre; un tempo i due lavoravano insieme in una fabbrica di tende.
La madre conferma che la figlia ha pranzato a casa con lei intorno a mezzogiorno e trenta e poi col solito garbo che la contraddistingueva le aveva chiesto degli spiccioli per il gelato. Il resto è storia nota. Giulia era una ragazzina innocente ed ingenua, portava a casa ottimi voti e la pagella di fine anno non mostrava insufficienze. A differenza dei suoi coetanei non ambiva ad apparire sui social, anzi li schivava con diffidenza. A detta di sua madre preferiva il monopoli ed il Risiko, oppure giocare a carte con la nonna, piuttosto che postare foto in posa con le labbra a forma di canotto. Gli amici la descrivono come una ragazzina modello, gentile ed educata, da grande avrebbe voluto diventare una biologa marina. Come tutte le sue coetanee pretendeva la sua indipendenza, che alla fine si è dimostrata fatale. Per il suo sequestratore deve essere stata una preda fin troppo facile.
Le ricerche sono partite ieri nel tardo pomeriggio, ma per il momento di Giulia non c’è ancora nessuna traccia. Quello che lascia sgomenti un po’ tutti quanti è che al momento nessuno si è fatto avanti per chiedere dei soldi in cambio della sua libertà. Purtroppo temo di intuire il motivo di tale silenzio, ma fa male solo a pensarlo. Giulia è già morta.
«È allucinante», commenta Anna terminando la lettura dell’articolo
«Speriamo che non le faccia del male», asserisco, mentendo per non allarmare ulteriormente la mia compagna.
«Che intenzioni hai con quella collana? A mio parere dobbiamo portarla subito in centrale di Polizia.»
«Ma sei impazzita? Secondo te come giustifichiamo il fatto di esserne in possesso?»
«Già, non ci avevo pensato. Però se raccontiamo la verità ci crederanno.»
«Ne sei sicura? Ho appena aggredito una persona di fronte a centinaia di potenziali testimoni. Gli sbirri mi stileranno un profilo negativo e facendo uno più uno mi accuseranno anche del rapimento della ragazzina.»
Anna sembra riflettere su quello che le ho appena detto. Si grattugia il mento con le nocche e abbassa lo sguardo.
«Che cosa dobbiamo fare allora?»
«Per il momento niente.»
«Ma abbiamo la collana», le scappa un grido e se ne pente subito. «Io sono per raccontare i fatti come stanno.»
«E io no. Il mondo non è tutto rosa e fiori. La catenina che tengo in tasca mi rende colpevole.»
«Allora gettala in mare.»
«Nessuno sa che ce l’ho io.»
«Lui lo sa.»
«Voglio giocare questa partita con la sua stessa moneta.»
«Che intendi dire?»
«Lo minaccerò che andrò dalla polizia se non la smette di stalkerarci.
«Tu sei matto, quel tipo è un delinquente, non puoi ricattare un criminale se non lo sei anche tu.»
Purtroppo lo sono eccome e ho intenzione di proseguire col mio piano.
Chiedo cortesemente ad Anna di prendermi un'altra granita. Mi servono cinque secondi di intimità per inviare un messaggio al rapitore, barra, stalker, barra assassino.
«Consegnerò la collana come prova agli inquirenti.» Spedisco e serro le labbra in attesa.
Risponde in un battibaleno. «ALLORA VERRAI IN GALERA CON ME.»
«Sono disposto a correre il rischio.»
Come accade quando si gioca a poker faccio all-in. Rischio il tutto per tutto senza avere niente in mano. Lui cala gli assi mentre io tengo il due di fiori quando sul banco comandano le picche.
La replica questa volta tarda ad arrivare. Ci sta riflettendo. Forse gli ho messo un po’di pepe nel culo.
Eccolo che ricompare.
«DURANTE IL CONCERTO ALLONTANATI DALLA TUA RAGAZZA E DIRIGITI VERSO IL CINEMA CENTRALE.»
«Sono io che stabilisco le regole oggi.» Scrivo il messaggio in fretta perché Anna sta ritornando.
Il duello psicologico procede senza esclusioni di colpi. Non mollo. Vincerà chi sarà più ostinato. Anna insiste nel ripetermi che stiamo compiendo un azzardo e prova a farmi cambiare idea. Dopo dieci minuti di inutili chiacchiere che nemmeno ho ascoltato, trovo il tempo di controllare se mi ha risposto. Niente. Vittoria, sono riuscito ad intimidirlo. Adesso forse ha capito veramente con chi ha che fare. Un duro. Così la smetterà di comportarsi da gradasso.
Esaltato tracanno la granita tutta di un fiato ed inevitabilmente mi sopraggiunge un forte mal di testa. L’emicrania aumenta quando leggo l’ultimo messaggio. «COME VUOI TU RAGAZZO, VERRO’ IO DA TE E TI UCCIDERO’.»
Accidenti alla mia spavalderia. Ha calato il Poker d’assi.