Capitolo 17 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Quando riprendo conoscenza mi scopro seduto sopra ad uno scomodo sgabello di legno. Di fronte a me spicca un tavolino rettangolare color verde bottiglia, molto simile a quelli che si utilizzano nelle aule dell’università. Sopra di esso, proprio al centro del banco vi è posizionato un raccoglitore sgualcito di colore azzurro con una orecchia sul bordo. La stanza attorno a me è angusta e odora di chiuso, manca il riciclo dell’aria. Il climatizzatore installato sul soffitto non migliora la situazione, non credo funzioni come dovrebbe. Emette solo un fastidioso ronzio.
Sono solo, volto la testa alla mia sinistra e scorgo uno specchio che copre quasi per intero una parete di cemento.
Incredibile, mi hanno condotto nella stanza degli interrogatori. Guardo troppi film e leggo innumerevoli libri per non capire dove mi trovo.
È proprio come me la sono sempre immaginata. Fredda ed austera. Mai nella vita avrei pensato di finirci al suo interno in quanto sospetto da interrogare.
Dietro alla specchiera ci sono sicuramente appostati degli agenti. Staranno osservando se mi comporto in modo strano. Ma cosa diavolo si aspettano che io faccia? Che magari tiri testate contro al desco? Accidenti sto impazzendo e la testa mi esplode dal dolore. Dove è Anna?
Mentre incoccio contro alla mia triste realtà, Romita compie il suo ingresso trionfale assieme al collega del parco.
«Come si sente?» Domanda l’ispettore accomodandosi sulla seggiola di fronte a me.
«Frastornato. Dove è la mia ragazza? Perché non mi avete condotto in ospedale? La vostra è stata omissione di soccorso.»
«La signorina è nella sala d’attesa, non si preoccupi per lei. I miei uomini le stanno offrendo un caffè. Per quanto riguarda la sua salute stia tranquillo, i suoi parametri rientrano perfettamente nella norma. Un medico di servizio si è preso cura di lei.»
«Mi scoppia la testa, che cazzo mi avete dato?»
I due ignorano i miei capricci infantili.
«Lei sa perché è qui?» Domanda l’agente di cui non conosco il nome.
«Mi scusi, lui è il vice ispettore Fontana, mentre noi ci conosciamo già», chiarisce l’ispettore, riponendo una gomma da masticare in un fazzoletto. Nella stanza non vi sono cestini, quindi se la infila in tasca.
Romita appare calmo e garbato, ma ho avuto modo di scoprire che cela dentro di sé una tenacia immensa. Le sue pause comunque mi danno sui nervi.
«Me lo avete detto voi, ma io sono innocente, anzi non so nemmeno di che cosa state parlando.»
«Se ci ostacola non andiamo d’accordo signor Ermacora.»
«Non vi seguo, davvero ignoro il motivo del mio arresto ed esigo una spiegazione.»
«Lei non è in arresto per il momento, ma la consideriamo uno dei principali sospettati e perciò la tratteniamo in stato di fermo.»
«Sospettato per cosa?» Balbetto con un filo di voce.
«Dell’omicidio di Erik Modonutti tanto per cominciare, e delle altre due ragazze.»
Sbianco e lo stomaco mi schizza in gola.
Romita mi osserva accigliato e il suo collega lo imita.
«Voglio parlare con la mia fidanzata. E con il mio avvocato, è un mio diritto no?» Aggiungo con impeto. La verità è venuta a galla, c’era da aspettarselo. Mi viene da piangere, ma ho ancora qualche carta da giocare. Per esempio i messaggi e le foto del vero assassino.
Romita e Fontana si consultano sotto voce. Aprono il fascicolo e lo scorrono velocemente. All’interno vi sono decine di istantanee di Erik e anche qualcuna della vittima ritrovata al parco del Cormor. Sono agghiaccianti, in particolare i primi piani.
«Prego, chiami pure il suo avvocato, ma le confesso che speravamo in una sua collaborazione.»
«Se ci racconta come sono andate le cose saremo magnanimi. Potremmo accorciarle la pena», interviene Fontana sistemandosi gli occhiali.
Recitano la parte del poliziotto buono e di quello cattivo, ma per loro sfortuna conosco il trucchetto.
Se non mi hanno ancora arrestato significa che non possiedono prove evidenti contro di me, ma solo indizi circostanziali, ne sono più che convinto. Altrimenti mi avrebbero già ammanettato e sbattuto dentro.
«Io non ho ucciso nessuno. È vero, Erik mi stava antipatico, ma non significa che per questo l’abbia ammazzato.»
Provo a raggirarli offrendo loro solo una parte della verità. In realtà non so nemmeno chi sia il mio avvocato, non ne ho mai avuto bisogno fino adesso. Tuttavia non voglio che me ne assegnino uno d’ufficio. L’unico legale che conosco è il mio amico Angelo, ma purtroppo non si occupa del settore penale e comunque mi vergognerei a chiedere il suo aiuto. Sarebbe imbarazzante.
Cerco di sembrare disponibile, ma tenendo sempre il coltello dalla parte del manico. Insomma sfido la sorte e spero che Dio me la mandi buona. Al momento mi sembra la soluzione migliore.
«Ci risulta che vi siete incontrati pochi giorni fa e poco dopo il signor Modonutti è scomparso dalla circolazione. L’ultimo segnale GPS del cellulare di Erik compare proprio nei pressi di casa sua. Come se lo spiega?»
Romita mi scruta con attenzione e tenta di cogliere dalla mia mimica se sto mentendo. Rimango impassibile e respiro a fondo prima di rispondere.
«Non lo so, abitava di fronte a me, magari è per quello che il segnale proveniva da lì.»
«La fidanzata di Erik afferma che il telefono è introvabile. Negli ultimi SMS ricevuti, lui le scrive di trovarsi in giro con degli amici. Non specifica dove però.»
«Probabilmente per spacciare», aggiunge Fontana leccandosi le labbra.
«Si deduce questo, si, ma la fidanzata sostiene che i messaggi le sembravano strani, come se non fosse stato Erik a comporli.»
«Non so che dire mi dispiace.»
«Non vuole più il suo avvocato quindi? Possiamo proseguire con l’interrogatorio?»
«Si, non ho nulla da nascondere.»
La mia inversione di rotta sembra spiazzarli.
Romita si volta verso il finto specchio, dove dietro vi sono stipati chissà quanti agenti che registrano la nostra conversazione. Probabilmente staranno mettendo a verbale la mia dichiarazione di rifiutare il legale. Spero solo che Anna non stia assistendo. Vorrei risparmiarle tale sofferenza, ma ormai è troppo tardi. Volente o nolente l’ho coinvolta in questo schifo e me ne pento.
«Dunque procediamo, conferma di avere avuto una lite con il suo vicino di casa?»
Li guardo stupiti.
«Il signore al piano di sotto ha sentito delle grida e delle frasi minatorie da parte di entrambi. Quando lo abbiamo interpellato era restio a fornirci delle informazioni, ma successivamente ha cambiato idea», chiarisce l’ispettore congiungendo le mani.
Razza di pettegolo. Mi pareva impossibile che nessuno si fosse accorto di niente.
«Non è l’unica testimonianza al riguardo», incalza Fontana annotando tutto su di un foglio bianco.
«Si, abbiamo bisticciato, lo confesso, ma questo non prova assolutamente niente.»
I due rimangono perplessi per la mia reazione stizzita.
«Per quale motivo? E perché non ce lo ha riferito durante il nostro primo incontro?»
«Non mi sembrava un fatto rilevante.»
«Non ha risposto alla prima domanda.»
«Come vi ho già spiegato l’altra volta, voleva dei soldi, ma ho rifiutato. Il mio rigetto lo ha fatto arrabbiare e di conseguenza abbiamo questionato. Tutto qui. Fine del discorso.»
«Decido io quando chiudere l’argomento», mi rimprovera Romita autoritario. Dannazione se incute soggezione quell’ uomo. Non vorrei essere sua moglie quando ritorna da lavoro con le palle girate.
«Dove si trovava ieri sera più o meno verso le ventuno e trenta?»
Non posso negare, Fontana mi aveva visto e sicuramente Romita era stato portato a conoscenza del fatto.
«Lo chieda a lui», lo sfido arrogantemente.
I piedi piatti si guardano e Romita sbuffa. Ho come l’impressione che il comportamento negligente di Fontana sia stato oggetto di acceso diverbio fra loro. C’è tensione nell’aria e non dipende solo da me.
«Pensavo che fosse lì per del sesso occasionale», si giustifica Fontana incassando il collo fra le spalle.
Romita lo blocca subito con un cenno della mano. Appare evidente che tra i due ci sia della ruggine.
«Come spiega quel vagabondaggio notturno?»
«Ero curioso di scoprire dove giaceva il corpo della ragazzina di cui parlavano tutti i giornali. Sono uno scrittore di gialli e seguo i notiziari, quindi ho compiuto una breve deviazione per dare una rapida occhiata.»
«Con il buio? Strano, non le pare?»
«In effetti si, ma certe azioni si compiono senza motivo delle volte.»
Mi rendo conto che la mia versione non regge.
«La circostanza ancora più anomala è che proprio pochi minuti prima della sua comparsa, una chiamata anonima ci segnalava della presenza di una persona probabilmente armata nei pressi dove è stato rinvenuto il cadavere.»
«Non pensate che magari era una trappola organizzata dal vero colpevole per incastrarmi?»
Adesso capisco tutto. Finalmente ne ho la conferma. Lui sapeva che sarei andato al parco ed ha avvertito la polizia in modo da cogliermi in castagna. Che bastardo.
«E come faceva il vero assassino ad indovinare che lei si trovava proprio lì in quel preciso istante?»
«Mi segue», urlo di getto alzandomi dalla sedia. «controlla ogni mio movimento, analizzate a fondo anche il mio telefono se non mi credete.»
Vista la mia replica furibonda probabilmente mi prescriveranno una visita psichiatrica per la gestione della rabbia.
«Lo abbiamo già fatto.»
«Ecco allora comprenderete il mio stato d’animo.»
«Non c’è nulla che ci riconduca ad uno stalker signor Ermacora», sentenzia glaciale Romita.
«Ma che state dicendo? Per l’amor del cielo avete spulciato le foto? Quel pazzo mi spia e chiama durante la notte minacciandomi di morte. Non li avete letti i messaggi che mi invia?»
Romita scuote la testa ed abbandona la postazione. Effettua due giri del tavolo e mi posa amichevolmente una mano sulle spalle.
«Non esistono quei messaggi, si è inventato tutto», asserisce con il tono di un fratello maggiore.
«Cosa?» Non capisco se mi stanno prendendo per il culo o si tratta di un trucco per incastrarmi.
«Entra pure Giuliani.»
Il secondo di Romita tiene in mano il mio cellulare. Lo appoggia delicatamente sul banco.
«Ecco appunto, guardate accidenti. Sto dicendo verità.»
Mi fiondo sullo smartphone. Ho la salivazione azzerata.
Scorriamo insieme le conversazioni, ma come sosteneva Romita non vi è alcuna traccia dei messaggi ricevuti, ma solo di quelli da me inviati.
Ma come cavolo è possibile?
«Li ha cancellati lui, mi pare ovvio.»
Ripensandoci meglio potrebbe avermi sottratto il telefono durante il concerto. Ma perché perdere tempo ed eliminare solo gli SMS ricevuti? È assurdo. Possibile che non mi sono accorto di nulla? Controllo quel dannato cellulare in continuazione. Evidentemente ho sottovalutato il mio avversario, oltre che un assassino è anche un abile scippatore.
«Io sono convinto Signor Ermacora che lei creda a tutto ciò che dice.»
«Ci mancherebbe, è la verità, sono innocente.»
«Però resta il fatto che le prove sono tutte contro di lei.»
«Secondo voi a chi stavo inviando quei messaggi?» Accenno un mezzo sorriso. «Mica me li sono scritti da solo.»
Romita incrocia lo sguardo di Fontana e Giuliani e allora realizzo. Mi considerano matto. Pensano per davvero che io parli con una persona immaginaria. Rabbrividisco.
«Ecco come la vedo io», esordisce Romita camminandomi attorno. «Lei è uno scrittore di romanzi thriller, non dispone di un lavoro fisso da molti anni, anzi non lo ha mai avuto. Secondo chi le sta accanto Alex, lei è un soggetto molto suggestionabile, si fa condizionare facilmente. Se lo afferma anche la sua compagna perché non presumerlo.»
Accidenti ad Anna, l’hanno manipolata per bene ed indotta a rivelare certi particolari contro la sua volontà. Purtroppo ho già afferrato dove vuole andare a parare l’ispettore.
Romita prosegue con la sua disamina accendendosi una sigaretta.
«Modonutti le chiede dei soldi, ma lei lo respinge. Avete una colluttazione e guarda caso poco dopo lui svanisce nel nulla. Ha ucciso anche lui? Lo scopriremo presto. Di sicuro ha sgozzato quella povera ragazzina ed è tornato sul luogo del delitto preoccupato di avere lasciato delle impronte. Sente l’esigenza di uccidere, non lo fa apposta, lei è disturbato mentalmente signor Ermacora, lo dimostra il fatto che parla da solo immaginando che ci siano altre persone al telefono. La collana che abbiamo trovato in suo possesso appartiene alla ragazzina scomparsa nella giornata di ieri. Qualche minuto fa i suoi genitori hanno confermato che è proprio la stessa catenina di loro figlia. Dunque come la mettiamo? Un corpo lo abbiamo già ritrovato, ci vuole confessare per favore dove ha nascosto gli altri due?»
Il suo riassunto è delirante, ci azzecca soltanto nella prima parte. Non so se sia vero che i genitori di Giulia abbiano riconosciuto la collana, ma comunque mi trovo in un bel pasticcio.
«Il numero al quale scrivevo a chi apparteneva? Avete appurato con certezza la provenienza?»
«A nessuno, ha beccato per puro caso una scheda usa e getta.»
Inizio a prendere in considerazione l’idea di essere veramente matto. Davvero mi sono inventato tutto? Scrivo sul serio messaggi ad un numero apparentemente fittizio che però esiste? Questo fatto mi sembra assurdo. Se componi a caso delle cifre forse hai delle probabilità di indovinare un recapito reale, ma allora perché nessuno rispondeva? La spiegazione, secondo l’ispettore sta nella scheda telefonica usa e getta. In questo modo non si può provare niente. Il numero è stato attivato, ma quasi sicuramente il proprietario se ne è disfatto subito. Accidenti che fortuna. Proprio quel tipo di cellulare dovevo pescare far tutti quelli in circolazione. Se mi fossi messaggiato con qualcuno di concreto mi avrebbe risposto dicendomi che ero pazzo, ma almeno me ne sarei reso conto subito.
«Inoltre non le ho nemmeno menzionato del pacco che ha ricevuto al posto del signor Modonutti», continua Romita facendosi portare un posacenere. «Abbiamo riscontrato il suo cognome sulla ricevuta e il fattorino ci ha raccontato che ha firmato il vicino per conto di Erik.
Taccio. Non ha più senso mentire.
«Ha prelevato una consegna non sua e fatto sparire l’involucro! Che combinazione non è vero?»
Romita di colpo diventa irascibile. «Ci aiuti a ritrovare gli altri due corpi. Li hai ammazzati non è vero?» ringhia sbattendo i pugni sul tavolo.
Mi affliggo ed il mio scoramento convince gli sbirri riguardo alla mia colpevolezza.
«Se non collabori farò di tutto per non farti ottenere l’infermità mentale dal tuo avvocato.»
«Al contrario, se ci indichi dove sono nascosti, ti concederemo l’alternativa di un ragionevole dubbio», soggiunge Giuliani.
Poliziotto buono, poliziotto cattivo.
Sono in affanno, fatico a far pervenire aria nei polmoni. Sto per avere un collasso.
«Dunque Alex Ermacora, alla luce delle prove cristalline contro di te, come ti dichiari?
«Colpevole», riesco a dire prima di rimettermi a piangere.