Capitolo 18 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
«Posso almeno parlare con la mia compagna?»
«Vi lasciamo un attimo da soli», acconsente Romita spegnendo la cicca all’interno del posacenere.
«Ma sbrigatevi, noi saremo qui fuori. Fate in fretta», aggiunge Giuliani.
I tre poliziotti escono in fila indiana. Sono riusciti a strapparmi una confessione. Non hanno nemmeno dovuto penare molto, visto che mi sono dichiarato colpevole di mia spontanea volontà. Mi accusano di tre omicidi, ma in fin dei conti è solo uno il cadavere ritrovato. Poco importa, mi considerano uno psicotico e i miei comportamenti avvalorano la loro tesi.
Temo più che mai la reazione emotiva di Anna, ma devo assolutamente vederla, lei non può credere alla mia pazzia. Conosce troppo bene le mie debolezze, sa che se sono stato ambiguo in questi giorni, un motivo valido ce lo avevo. Sono a disagio, ma necessito delle sue parole di conforto.
Eccola che entra con gli occhi gonfi ed arrossati per le lacrime, si siede di fronte a me ed accavalla le gambe. Serra le labbra nervosamente e sembra stia per scoppiare di nuovo a piangere.
«Presta attenzione a quello che dici perché sicuramente ci stanno spiando», indico lo specchio. Parlo veloce, lo stomaco mi si stringe in una morsa di dolore. Mi lecco continuamente le labbra per tenerle umidificate. Le fauci si sono seccate, ma niente mi potrebbe dissetare in questo momento.
«Ma ti rendi conto? Insinuano che tu abbia ucciso delle persone!», va subito dritta al dunque. Strozza le parole faticando ad inghiottire la saliva. Le scappa anche un singhiozzo e si copre il viso fra le mani. Non la ho mai vista così disperata ed è tutta colpa mia. Mi si spezza il cuore.
«Io sono innocente», ripeto a pappagallo, più che altro per convincere me stesso. Non mi illudo più che qualcun altro mi creda.
«Ti sei appena dichiarato colpevole, me lo ho hanno riferito quei poliziotti mentre uscivano.»
«Praticamente mi hanno ficcato le parole in bocca ed ho ceduto.»
Si mordicchia convulsivamente il labbro inferiore e tira su forte con il naso. Capisco che anche lei mi ha già condannato. Il suo sguardo vale più di mille parole.
Il mondo mi crolla definitivamente addosso.
«Te lo giuro Anna, non hanno trovato nemmeno i cadaveri», effettuo un ultimo tentativo disperato.
«Per questo ti comportavi in maniera assurda e uscivi di casa utilizzando qualsiasi scusa.»
D’istinto sbircio verso la vetrata. Anna non fa altro che alimentare le certezze della polizia discorrendo in quel modo.
È come se le mie parole non raggiungessero le sue orecchie. Romita l’ha influenzata per bene con le sue illazioni. Non c’è verso di spostare le sue convinzioni, ma ci provo comunque.
«Uno stalker ci ha preso di mira, non ricordi?» Dico arrabbiato, «per questo motivo il mio atteggiamento ai tuoi occhi sembrava bizzarro, come ti ho già spiegato non volevo coinvolgerti.»
«Ma lo hai fatto, lo hai fatto», ripete facendo spallucce.
«Secondo te sono un pazzo omicida?»
Tace e il suo silenzio mi consegna la risposta.
«Non sono fuori di testa dannazione», sfiato esasperato.
«Ti sei scritto tutti quei messaggi da solo, piangevi senza motivo, sei uscito a fare il pieno anche se non serviva, quando mi sei venuto a prendere all’aeroporto avevi un borsone in macchina che nemmeno tu sapevi spiegare perché era lì, in più lo vedo con i miei stessi occhi che non stai bene e sei cambiato.»
Il suo elenco impietoso quasi mi convince. Per la maggior parte delle volte quelle azioni in apparenza insensate, le avevo compiute per coprire l’omicidio di Erik, ma non potevo certo confessarglielo. In effetti per quanto riguarda il resto non ha tutti i torti.
Inizio seriamente a valutare l’opzione dell’infermità mentale. Se anche Anna che mi frequenta da tanti anni pensa che io non abbia tutti i venerdì, l’unico modo di salvarmi il culo sarà dare retta alla polizia.
Sono giunto al punto di scegliere tra prigione o manicomio. Nessuno dei due alloggi mi appare allettante. Dovrò accontentarmi.
«Hai bisogno di aiuto.»
Anna mi osserva attentamente. Conosco quella espressione. Un misto fra tenerezza e sconforto. Mi sento umiliato.
«Si, ma per uscire di qui», rispondo cocciuto. Una parte di me non si rassegna e cerca di dare un senso a tutto quello che mi è capitato. Mi basterebbe trovare una spiegazione logica. Un piccolo dettaglio, un appiglio che dimostri che non sono pazzo.
Al momento non ci riesco, dubito fortemente di me stesso e delle rotelle del mio cervello. Tuttavia mi risulta difficile ammettere che sono malato di mente. Sfido chiunque ad accettarlo.
«Hai raccontato all’ispettore dello stalker?» Domando chinandomi in avanti verso di lei per recuperare un rapporto di fiducia con la mia compagna.
«Ovviamente, ma secondo loro ti sei inventato anche quello.»
«Ma per la miseria, ti ricordi vero del ragazzino sullo skate che mi ha consegnato la busta con dentro la collana? Quello era reale porca puttana, e per giunta urlava il mio nome.»
«Ritengono improbabile che un assassino ti fornisca in mano una prova così incriminante per sé stesso. Viene più facile presupporre che abbia organizzato tutto tu per provare a depistare le indagini o perché… non stai bene.»
Un modo elegante per dire che sono matto. Si torna sempre a quel punto.
«Ma è ridicolo, si tratta solo di congetture. Tu come la vedi?»
«Non lo so, sono confusa.»
«E allora come spieghi le chiamate notturne o il tizio con la maschera del Joker? Anche tu avevi paura se non erro.»
«Mi sono fatta condizionare da te, magari era solo uno scherzo di pessimo gusto e a chiamare a tarda ora è stato semplicemente qualcuno che ha sbagliato numero. E poi ne hai di immaginazione scrivendo libri gialli.»
Di nuovo quella cazzata dello scrittore fantasioso. Quello che sto ascoltando è incredibile. Posso portare tutti gli esempi del mondo che tanto vengo immediatamente smontato. Ogni mio gesto o pensiero è ricondotto alla mia presunta follia. Mi sento additato. Non ne posso più.
«Ma come puoi credere che abbia ucciso delle persone?» La gola mi gratta prima di finire la farse. Erik lo ho ammazzato è vero, ma non perché sono uno squilibrato.
«Non tu tesoro, la parte di te che non controlli.»
Ora stiamo davvero oltrepassando il limite. Se a loro sembro tocco per me invece sono gli altri ad essere degli idioti.
«Voglio il mio avvocato», ordino rivolgendomi alla specchiera.
«Ti hanno già fissato un appuntamento per la perizia psichiatrica, ma ti prego sii forte. Prima lo accetti e prima guarisci. Però adesso non ti impuntare e collabora con la polizia.»
Collaborare. Di nuovo quel termine. Anna si è completamente schierata con Romita. Le manca solo la divisa.
Le lacrime mi scendono copiose. Sono stato condannato senza l’opportunità di difendermi. In realtà più discuto e più aumenta la consapevolezza degli altri nel pensare che sono fuori di testa.
«Esigo il mio avvocato. Non dirò più una parola senza di lui.»
Sono arrabbiato e mi sento solo. Abbandonato anche dall’unica persona che ero convinto mi amasse e soprattutto mi conoscesse.
Inoltre nel mio inconscio una vocina mi suggerisce che forse Anna e Romita non si stanno sbagliando. Che stia impazzendo per lo stress appare evidente anche a me, ma attribuisco la colpa a quello stronzo che mi ha cacciato in questo casino.
Mentre invoco il mio legale mi sopraggiunge alla mente un particolare di non poco conto. Come cavolo ho fatto a non pensarci prima?
«Le foto», esclamo alzandomi in piedi.
«Quali foto?» Chiede Anna sfiorandomi le dita.
Il suo tocco in questo istante non è affatto gradito. Non voglio la sua compassione.
«Quel tizio aveva scattato delle foto. Si trovano sotto alla mia scrivania. Non posso averle fatte io. Sono primi piani effettuati da un professionista e io non posseggo nemmeno la macchina fotografica.»
«Tesoro calmati. Hanno già perquisito casa nostra e non hanno trovato nulla.»
«Ma non è possibile.» La stanza gira. Sono più che sicuro che fossero sotto alla scrivania. Non mi sbaglio.
«Ti sarai inventato anche quello, non è colpa tua, è il tuo cervello che fa le bizze.»
«Adesso basta!! Ma come puoi ancora chiamarmi tesoro? Possibile che dopo tanti anni insieme tu non capisca? Mi hanno incastrato dannazione. Io non centro niente. Lui, è stato lui. Il killer del parco.» Vorrei urlarle addosso tutta la mia frustrazione, ma lo sfogo mi ha privato di tutte le energie.
«Cerca di respirare, stanno arrivando anche i tuoi genitori, tua madre ti ha già procurato un buon avvocato», mi tranquillizza Anna.
Ci mancavano solo mamma e papà. Non li frequento quasi mai, se non per Pasqua e Natale. L’ultima volta che ci siamo visti era proprio lo scorso 25 dicembre. Ci sentiamo sporadicamente al telefono, giusto per sapere se sono ancora vivi.
Dopo la pensione si sono trasferiti in una località di montagna a due ore di strada da Udine. Era il loro piccolo sogno nel cassetto e lo hanno realizzato. Non hanno fatto altro che allontanarsi da me e complicare ancor di più il nostro rapporto, già problematico da molti anni.
Mamma è una persona molto apprensiva, entra in ansia per delle stupidaggini, mentre mio padre se casca il mondo si sposta qualche metro più in là. Sono l’esatto opposto. Eravamo una famiglia felice, ma le vicissitudini della vita hanno rovinato il nostro idillio. Mio padre non ha mai buttato giù il fatto che io scriva romanzi e non abbia un lavoro vero.
Per lui sono tutte stronzate, non me lo ha mai detto di persona che si vergogna di me, ma una volta lo ho sentito confabulare con mamma ed ho avuto la certezza di cosa pensasse in realtà. Da allora non ci rivolgiamo più la parola e mamma cerca invano di mediare la situazione prendendo le difese di entrambi. Insomma calza due scarpe con un piede solo. Né io né mio padre abbiamo mai compiuto il primo passo verso la riconciliazione ed il tempo ha peggiorato le nostre dinamiche. Non sarò certo io a chiedere scusa per una umiliazione subita.
Rivederli adesso per me è un trauma. Non è la classica famiglia in grado di darti supporto. Chissà come reagiranno poi. Anche loro come gli altri? Probabilmente si. L’essere umano è fatto così, basta che uno affermi una cosa, che tutta la massa gli va dietro.
Non riuscirò a sopportare anche i loro sguardi pietosi e carichi di comprensione.
Romita irrompe nella stanza mettendo fine ai miei voli pindarici. «Mi spiace interrompervi, ma il vostro tempo a disposizione è terminato.»
«Mi raccomando, vedrai che supereremo anche questa», piagnucola Anna cercando un contatto. Allunga la mano verso di me, ma la rifiuto girandomi dall’altra parte. Soffro a non salutarla, anche perché non ho la più pallida idea di quando ci rivedremo. Tuttavia non me la sento di perdonarla, mi ha tradito nel profondo.
Se ne va a testa basta accompagnata da Fontana. Il suo pianto giunge alle mie orecchie in maniera straziante. Giuliani intanto spiffera qualcosa nell’orecchio di Romita.
«Bene ci siamo», esclama prima con rammarico, ma poi esulta alzando un pugno.
«Hanno ritrovato la ragazza.»
«Sta bene?» Domando con un barlume di speranza.
«Forse non hai capito. È morta», sentenzia Romita. «Ma tu non ne sai niente vero?» Ringhia alitandomi sul collo.
«No», rispondo ingenuamente, anche se sono conscio di non avere più speranze.
«Indovina dove l’hanno rinvenuta i miei uomini?»
«Non ne ho idea», balbetto confuso.
«Al parco del Cormor.»