Capitolo 25 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Percepisco appena il «bip» della flebo attaccata sopra alla testa e dei leggeri colpi di tosse in lontananza che raggiungono le mie orecchie in modo ovattato. Mi trovo in ospedale, lo deduco anche dall’odore di malato che invade la stanza e dalle luci fioche al neon appese sul soffitto. Tuttavia non ricordo come sono arrivato fino a qui. Vuoto totale. L’unica cosa che conta è che sono vivo. Per miracolo ed in pessime condizioni, ma pur sempre vivo. Cerco di capire quello che bisbigliano i medici di passaggio nel corridoio adiacente, ma catturo solamente alcune parole. Ho la vista annebbiata e mi si chiudono le palpebre. Forse mi hanno iniettato della morfina perché mi sento rimbambito, come se attorno alle meningi ci fosse un cavatappi a stringermi le tempie.
Mi sforzo per tenere gli occhi aperti, ma si richiudono dopo pochi secondi. L’impatto con il camion deve essere stato davvero molto violento se mi ritrovo in questo stato. Provo a piegare le dita dei piedi, infilati sotto le lenzuola, e mi tranquillizzo, percependo il contatto del lino sulla pelle. Per un istante ho pensato di essere rimasto paralizzato. Mi duole parecchio la schiena e fatico a spostarmi anche di un centimetro, ma almeno posso muovermi.
Ho una maschera che mi copre bocca e naso, aiutandomi a respirare, mentre un computer alla mia destra registra i parametri vitali. Pur non essendo un dottore, intuisco che la situazione non è poi così drammatica. I battiti cardiaci ondeggiano dai sessanta ai settanta al minuto e la pressione non è delle migliori, ma anche normalmente ce la ho bassa. Il resto dei numeri e delle scritte che compaiono per me sono arabo. Tutti i fili che penzolano in parte mi mettono un po’ di inquietudine. Vorrei tanto che Anna fosse qui. Ho sempre odiato gli ospedali.
Finalmente riesco a sgranare gli occhi e a sollevarmi sul materasso. Appoggio la testa sullo schienale e mi accorgo che ho il corpo costellato di lividi. Ne trovo alcuni belli grandi lungo il braccio sinistro e appena sollevo la maglietta scopro di possederne uno gigantesco all’altezza dell’addome. Nemmeno Rocky Balboa, dopo aver affrontato Apollo Creed, era conciato così. Se respiro profondo vedo le stelle. Emetto un grido per il dolore lancinante.
«Come sta Signor Ermacora?»
Intento ad individuare ulteriori ematomi non ho visto sopraggiungere l’ispettore Romita, accompagnato da Fontana e Giuliani. Mi stacco l’affare che ho sulla bocca e lo depongo sul petto. Respiro bene anche da solo e almeno non mi sento soffocare.
«Accidenti che sorpresa, speravo mi venisse a visitare un dottore e non voi piedipiatti.» Sorrido a fatica, ma anche allargare le labbra di poco mi provoca sofferenza.
«I medici arriveranno subito e anche la sua ... ragazza.»
Quella sua esitazione mi ricorda che sono single e che gli sbirri lo sanno, avendo ascoltato tutto via radio.
«Che è successo?» Chiede Giuliani sistemandomi il cuscino dietro alla testa.
«Ho perso il controllo e sono andato a sbattere contro un camion. A proposito, ci sono altri feriti?»
Non oso pronunciare la parola morti.
«Per fortuna no. L’autista ha riportato solo qualche graffio e i due passeggeri del ducato ne sono usciti quasi illesi.»
Fontana mi guarda come se stessi per ricevere l’estrema unzione.
«E io? ... come sto?»
«Subito parlerà coi dottori, ma ad occhio e croce le ci vorrà un po’ per rimettersi.»
Sembrano tutti seriamente preoccupati per me, forse perché per la mia sbadataggine ho mandato a monte i loro piani.
«Come ha fatto a sbandare in quel modo?» Domanda Giuliani allargando le braccia.
«Mi è caduto il cellulare, squillava e volevo spegnerlo, ma mi sono distratto e ... il resto lo sapete.»
«Chi la stava chiamando?»
«La mia ex ragazza credo.» Inutile mentire, tanto sanno che non stiamo più insieme.
«L’ultimo numero apparteneva ad uno sconosciuto», afferma Romita.
«Davvero? Non sono riuscito a vedere.»
«Peccato, poteva trattarsi dell’assassino che cercava di mettersi in contatto con lei», ipotizza Fontana sconsolato.
«Già, abbiamo perso un’occasione», aggiunge Giuliani.
Paiono quasi seccati, eppure sono io quello che si ritrova mezzo morto in un letto di ospedale.
«Adesso per chiunque sarà un problema rintracciarla.»
Romita osserva il monitor sito a fianco del mio letto, ma dal suo sguardo intuisco che ci capisce più o meno quanto me.
«La lasciamo alle cure delle infermiere, cerchi di rimettersi in fretta, non dimentichi che abbiamo bisogno di lei per arrivare a lui.»
Quel gioco di parole mi fa sorridere, ma mi trattengo per non offendere l’ispettore.
«Si riposi», ordina Giuliani porgendomi il mio cellulare distrutto. Lo tenevano sotto controllo, per questo sapevano chi mi aveva chiamato. La tecnologia fa miracoli e se usata nel modo corretto potrebbe anche tornare utile. Non in questo caso purtroppo. Il mio smartphone è maciullato ed irrecuperabile.
«Accidenti, mi costerà una fortuna.»
Spero almeno che la scheda Sim sia intatta, ma ne dubito, altrimenti mi avrebbero già proposto di inserirla in un altro cellulare in modo da farmi contattare dal killer.
«Noi saremo qui fuori», avverte Romita, estraendo una sigaretta dal pacchetto.
Nel corridoio molte persone si recano a far visita ai propri cari, ma in questo momento sinceramente sto bene anche da solo.
Chiudo gli occhi per qualche secondo e rischio quasi di addormentarmi. Uno scossone alla testa mi risveglia.
Di fronte a me due infermiere con il camice bianco parlottano fra loro dandomi la schiena.
Provo a richiamare la loro attenzione, ma dalla bocca non esce alcun suono. Mi umetto le labbra e ci ritento, ma niente da fare. Possibile che sia una reazione all’incidente?
Non mi intendo di traumi, ma mi sembra impossibile di non riuscire a parlare, fino a un attimo fa ce la facevo senza problemi.
Mi sforzo usando tutte le energie che ho in corpo, ma il risultato è vano. Sudo tantissimo per colpa del panico. Non è affatto una bella sensazione.
Il computer che monitora le mie condizioni segnala degli sbalzi di pressione e i battiti altissimi lampeggiano sullo schermo.
Nonostante la mia situazione clinica peggiori vistosamente le due infermiere nemmeno si voltano. Consultano una cartella clinica con aria saccente e ciarlano di frivolezze disinteressandosi di me. Una volta guarito le rimprovererò per negligenza rivolgendomi a chi di dovere. Però adesso ho bisogno del loro aiuto.
Mi sdraio su un fianco mugugnando dal dolore e tento di afferrare una delle due per la coda del camice.
Quando quella più giovane si gira verso di me mi vengono i brividi. La donna ha il trucco sbavato che le cola dagli occhi e le manca perfino un dente. Ma dove diavolo sono capitato? Come possono aver assunto una persona del genere? Non è per niente decoroso.
Cerco per un attimo di soprassedere al suo aspetto esteriore e chiedo informazioni riguardo al mio stato attuale, ma l’infermiera zombie non mi calcola neanche di striscio. Fissa il vuoto e chiacchiera a vanvera con la sua collega. Non capisco quello che borbotta, apre troppo poco le labbra e si mangia le parole. La sua compagna di merende continua bellamente a farsi i cavoli suoi e si specchia attraverso il vetro di un armadietto.
Protesto invano minacciando di denunciarle per atteggiamento passivo sul lavoro, ma non ottengo nessuna reazione. Ai loro occhi sono un fantasma. Mi arrabbio e stacco via con forza il tubo della flebo ed il monitor inizia a suonare ad intermittenza. Neanche quel frastuono le scompone. Incredibile.
Appoggio un piede sul pavimento ed il contatto della pelle nuda con le piastrelle ghiacciate mi provoca un fremito. Mentre sto per scendere una voce alle mie spalle mi ordina di fermarmi. Con la coda dell’occhio intravedo un camice bianco. Finalmente è arrivato un primario. Adesso quella coppia di inette subirà una bella lavata di capo. Se la meritano tutta.
Mi volto per reclamare contro le due infermiere, ma mi mordo la lingua per lo spavento.
Quello non è affatto un primario. È Erik. Erik Modonutti. Non è un dottore, ma il mio vicino di casa che credevo morto.
«Si rimetta a letto», intima con autorità.
Lo osservo con la bocca spalancata. Eppure sono sicuro di averlo ucciso. Lo ho perfino nascosto al parco del Cormor. E poi Erik non è mica un dottore. Ma cosa diavolo sta succedendo?
«Io so chi sei», esclamo terrorizzato.
«Anche io mi conosco», risponde sarcastico.
«Non può essere. Sei caduto a terra sbattendo la testa e sei morto. Ti ho visto coi miei occhi.»
«La mia ragazza mi ha salvato.»
«Ma cosa stai blaterando?»
«Ero solo svenuto e quando mi hai nascosto in quel cespuglio mi sono risvegliato ed ho chiamato Monica. Per questo nessuno trova il mio cadavere.»
«Ma avevo io il tuo cellulare.»
«Possiedo più di un telefono.»
Ragiono su quello che mi sta dicendo ed è tutto assurdo.
«Hai visto che avevo ragione?»
«Su cosa?»
«Che qualcuno si scopa la tua fidanzata.»
«Brutto pezzo di merda, vieni qui che ti spacco la faccia. Questa volta ti ammazzo sul serio.»
«Aumentate la dose di morfina svelte.»
«Come prego? Mi prendi per il culo?»
«Sedatelo. Tenetelo fermo, sta avendo una crisi», ordina fissando il vuoto.
«Ma con chi cazzo stai parlando?»
Di colpo le due infermiere si accostano a me. Da vicino sono ancora più orribili.
«Mi riesce a sentire signor Ermacora?»
«Ma certo che ti sento che domande fai? Piuttosto spiegami come hai fatto a sopravvivere, ero davvero convinto che fossi trapassato. Non respiravi dannazione.»
Erik non risponde. Rimane impassibile a squadrarmi e attorno a lui si sta formando una nuvola di fumo.
Strabuzzo gli occhi per verificare se ho le allucinazioni. Il volto di Erik si sta dissolvendo nel nulla. Si autodistrugge come se gli avessero gettato dell’acido addosso.
«Aiuto, aiuto», grido disperato.
«Si calmi Alex, è tutto a posto», rassicura quel che resta della sua faccia.
Poi mi viene da vomitare. Spalanco la bocca e rigetto sul pavimento tutta la saliva che ho in gola.
Finalmente mi risveglio. Sono bagnato fradicio e ansimo contraendo il petto velocemente.
«Ha avuto un attacco epilettico», mi informa un dottore che non è Erik.
Due infermiere intanto si prendono cura di me. Le guardo con preoccupazione. Non sono bellissime, ma nemmeno i mostri di prima.
Mi sono addormentato senza rendermene conto. Stavo solo sognando. Anzi quello era proprio un incubo.
«Quando mi dimettete?» Domando già stufo di stare in questo posto.
«Prima dobbiamo compiere tutti i controlli di routine ed accertarci che i valori rientrino nei parametri. Per adesso badi solo a riposare.»
«Ma ho qualcosa di rotto?» Domando timorosamente.
«Due costole incrinate sotto ai polmoni e tanti lividi. È stato fortunato signor Ermacora.»
Ecco perché respiravo male. «Per quanto ne avrò?»
«Non lo posso affermare con certezza, ma almeno tre giorni.»
Romita permettendo, penso io.
«Ora la lascio, ha visite.»
Anna è venuta a trovarmi. Oppure qualcuno avrà avvertito i miei genitori.
«Dica a suo zio di chiudere la porta quando entra», esclama il dottore uscendo dalla stanza.
Mio zio? Sono anni che non frequento mio zio. Che diavolo ci fa qui?
«Ciao nipotino mio» saluta un uomo che non conosco affatto. Un tizio molto alto ed abbronzato. Poi improvvisamente realizzo. È lui. Il killer è tornato.