Capitolo 29 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Il mio piccolo appartamento somiglia ad un set cinematografico di Hollywood. Per completare l’ambientazione mancano solo la seggiola del regista e i cameraman con le cineprese mobili. Gli uomini di Romita sono dissipati in ogni angolo, sia fuori che dentro le mura. Ignorano che il killer mi ha avvertito che nell’indomani non si presenterà, ma farà la sua comparsa questa sera stessa. Temono comunque che mi contatti e tengono sotto controllo la situazione da vicino. Da molto vicino. La sensazione tuttavia è che ne approfittino anche per monitorare i miei movimenti. Non si fidano ancora del tutto del sottoscritto.
Giuliani non mi stacca mai gli occhi di dosso e appena incrocio il suo sguardo finge di guardare nel vuoto. Romita nel frattempo coordina i propri sottoposti, li segue passo dopo passo e li manovra come burattini. Tutti pendono dalle sue labbra.
«Tu, mettiti lì accanto alla finestra e tu esegui una prova microfono con gli agenti giù in strada.»
«Sissignore», annuiscono in coro.
«Come ti senti?» Mi chiede l’ispettore sedendosi sul divano tra me e Anna.
«Nervoso.»
«Come potremmo non essere agitati?» Interviene la mia compagna o ex, ancora dobbiamo stabilirlo.
«Dovete stare tranquilli, sono solo precauzioni. Il vero appuntamento avrà luogo domani.»
Sono tentato di confessare tutto a Romita, ma nella mia testa balena ancora l’orribile pensiero della bambina prigioniera del killer. Non posso permettere che venga ammazzata per colpa mia. E poi analizzando con freddezza la situazione, quale rischio corro se quel folle viene a farmi visita? Nessuno. Lo aspetto volentieri. Con tutta questa polizia nei paraggi non potrà nuocermi in alcun modo, anzi lo cattureranno con estrema facilità. Trovo strano che abbia deciso di presentarsi di sua spontanea volontà nella tana del lupo. Non è certo stupido, doveva aspettarselo che una volta dimesso, la polizia non mi avrebbe perso di vista nemmeno per un secondo. Ora che ci rifletto attentamente mi sovviene un particolare.
Nel messaggio inviatomi specificava, anzi minacciava, che sarebbe venuto lui da me questa sera. Ma come faceva a sapere che non mi sarei più ritrovato in ospedale? Un brivido mi attraversa la schiena.
Avevo ragione a credere che non se ne era mai andato, mi spiava anche da ricoverato. Probabilmente avrà origliato delle conversazioni fra medici, o addirittura fra Romita e i suoi uomini. Non mi meravigliò più di niente ormai.
Mia madre avrebbe voluto tenermi compagnia e cenare insieme a me, ma la polizia le ha vietato di presentarsi qui. Mamma ha protestato animatamente tirando in ballo addirittura i principi della costituzione, ma mio padre, serafico come sempre, l’ha riportata immediatamente sul piedistallo, invitandola a calmarsi. Romita si è scusato promettendole che nelle prossime sere potrà venirmi a trovare quando lo desidera.
«Potrebbe almeno dire al suo collega di tenere abbassata quella pistola?» Esclama Anna ritraendo le spalle all’indietro per la paura.
L’agente incrocia lo sguardo del suo capo ed obbedisce riponendo la Beretta nella fondina.
«Cercate di rilassarvi, guardatevi un film magari.»
Ma come cavolo può pensare che riusciamo a guardare un film con tutti questi estranei in casa? Non mi sento libero nemmeno di andare al bagno. Mi tocca chiedere il permesso come a scuola. Mi trovo nel mio appartamento, ma è peggio che albergare in un Motel. Anzi, considerato il numero elevato dei presenti, lo paragonerei più ad un ostello.
Perfino l’arredamento mi sembra diverso dal solito, gli spazi sono diventati più angusti e la poca luminosità delle stanze aumenta la sensazione assurda di sentirsi ospiti in casa propria. Il termine corretto sarebbe prigionieri.
«Non resterete mica a dormire qui vero?» Domanda Anna dirigendosi verso la macchinetta del caffè.
«Ehm .. Direi proprio di sì», risponde imbarazzato l’ispettore.
«Ma state scherzando?»
«Assolutamente no, ma non badate a noi. Saremo invisibili.»
Talmente invisibili che nemmeno ci si muove. Mi scappa un colpo di tosse e gemo dal dolore. Mi capita anche quando starnutisco. Il busto funziona, regge agli impatti esterni, ma quando sopraggiunge qualcosa dall’interno vedo le stelle.
Meno male che le pomate aiutano a lenire la sofferenza. Mi sposto con estrema cautela per evitare di incappare in altre fitte. Raggiungo il telecomando in un lago di sudore e respiro lentamente per riprendermi.
«Preparo dei caffè», dichiara Anna rassegnata.
Questa storia deve assolutamente finire. Mi chiedo in che modo quel pazzo spera di mettersi in contatto. Potrebbe sempre messaggiarmi, eppure ha parlato di un incontro dal vivo. «Sarebbe venuto lui da me», ha scritto. Ripeto dentro alla mia testa quelle parole. Scuoto il capo. Non ci riuscirà mai. Quel tipo è proprio matto da legare.
«Hanno ritrovato la parrucca», mi confida Romita mentre soffia sul caffè bollente.
«E dove?» Domando sorpreso per l’informazione appena ricevuta.
«Nelle toilette del primo piano, poco distante dal bar interno dell’ospedale. L’aveva conficcata dietro al cassone del water.»
«E nessuno ha notato niente?»
«In quel lato le telecamere sono cieche, si scorgono solo una decina di persone che entrano ed escono, ma nessuna corrisponde all’identikit del nostro uomo.»
«Magari hanno visto in faccia l’assassino. Perché non le identificate e lo chiedete a loro?»
«Lo faremo, ma non sarà facile. Ci vorrà molto tempo per individuare quella gente, per ora rimangono degli sconosciuti senza identità e quasi impossibili da rintracciare.»
Abbasso la testa deluso. Il killer oltre che abile è anche decisamente fortunato.
«Capo, c’è movimento qua fuori», gracchia uno sbirro alla radio.
«Che succede?»
Anche Giuliani si alza in piedi pronto ad intervenire.
Anna invece mi viene in contro per abbracciarmi.
Questa volta non la scaccio e la tranquillizzo appoggiandole una mano sulla schiena.
«Una ragazza in mezzo alla strada, sembra ubriaca da come gesticola.»
«Allontanatela, ma con discrezione, non voglio spaventare tutto il vicinato.»
Dopo trenta secondi di interminabile silenzio la voce della radiolina ricompare.
«Sostiene di essere la ragazza di Erik Modonutti. Che facciamo?»
«Offritele una tazza di caffè. Rimettetela in sesto e speditela a letto. Non mi interessa di lei al momento.»
«Sostiene di avere un appuntamento proprio qui.»
«Ma di cosa blaterate? Appuntamento con chi?»
«Con il suo fidanzato.»
A quel punto Romita esplode. «Porca puttana, mandatela via da lì! Non abbiamo tempo da perdere con una ubriacona.»
«Sta parcheggiando un auto», avvisa un altro agente di vedetta posizionato sul tetto di fronte a casa nostra.
«Riferitegli che non può sostare in questa zona.»
Osserviamo la scena dalla finestra. L’autista scende di gran fretta dimenticandosi di richiudere la portiera. È visibilmente spaventato da tutti quegli agenti in borghese e si inginocchia a terra con le mani alzate. Il triste spettacolo che ha luogo è un misto tra il comico ed il drammatico.
«Ma che cazzo state combinando? Non è mica un assassino, fatelo alzare santo cielo.»
«Il signore qui presente afferma con insistenza di dover consegnare un pacco indirizzato ad Erik Modonutti. Qualcuno lo ha pagato per trasportare una valigia.»
«Scendo immediatamente, tu non muoverti e sorveglia Ermacora», ordina Romita rivolgendosi al suo secondo.
«E tieniti pronto a chiamare gli artificieri.»
La tensione è alle stelle. Restiamo tutti in trepida attesa con il cuore che batte a mille. Sbirciamo Romita aprire delicatamente il bagagliaio. Quello che poco dopo comunica alla radio è sconvolgente.
«Dentro alla valigia c’è il corpo di Erik Modonutti, o quel che ne resta.»
La ragazza si avvicina a lui ed emette un urlo agghiacciante. «Portatela via da qui accidenti!»
«Io non c’entro niente. Mi hanno dato dei soldi per venire qui e parcheggiare di fronte a questo indirizzo.» L’uomo, ancora inginocchiato a terra, piange a dirotto.
«Avrai modo di raccontarci la tua versione, per il momento ci seguirai in centrale. C’è un biglietto vicino al corpo di Modonutti», aggiunge Romita faticando a terminare la frase.
«Quale?» Chiediamo tutti in coro avvicinandoci all’auricolare di Giuliani.
«Il prossimo sarai tu». La didascalia è appuntata sotto ad una foto di Alex Ermacora.»
Il killer ha nuovamente cambiato le regole del gioco, ribaltando le carte in tavola.
Forse si è sentito braccato e ha deciso di scombinare il piano originale. Non potendosi avvicinare direttamente al sottoscritto si è inventato un ingegnoso stratagemma ad effetto. O magari sono io che cerco di dare un senso a tutte le sue azioni, quando invece non ce l’hanno.
Il corpo di Modonutti ritrovato in quella determinata circostanza mi scagiona del tutto, ma non posso permettermi di esultare tanto, visto che la prossima mira del killer sono proprio io. La minaccia fra l’altro non è nemmeno tanto velata, anzi è già di dominio pubblico.
Mentre io e Anna veniamo scortati in centrale, un corteo di volanti della scientifica si è catapultato immediatamente sulla scena incriminata per esaminare ogni traccia. Dietro di noi viaggiano due agenti con a bordo la fidanzata di Modonutti e lo sventurato autista.
I piedi piatti questa sera sono più in subbuglio del solito. Il caso del killer del parco si è rivelato una prova durissima da affrontare con repentini cambi di scenario e tanti buchi nell’acqua. Verrà ricordato a lungo dai posteri. Quando si lavora così sotto pressione è facile uscire fuori di testa, ma Romita sembra avere ripreso in mano saldamente la situazione.
Conduce i due sospettati nella stanza con la specchiera e ci abbandona nella sala comune.
Grazie a dei poliziotti sbadati con la lingua lunga, riesco a catturare qualche frase volante estrapolata dall’interrogatorio. Origlio rivelazioni top secret sia sul malcapitato autista, sia sulla ragazza di Erik. Alla faccia della fuga di notizie e della professionalità.
Monica e lo chauffeur affermano di essere stati contattati da uno sconosciuto, il quale ha ordinato loro di presentarsi sotto casa mia alle ore venti in punto. A Monica è stato promesso di ritrovare il fidanzato, mentre all’ignaro autista sono bastati cinque pezzi da cento per non fare domande ed eseguire il proprio compito senza tardare.
Quel criminale le escogita tutte e modifica in continuazione il modus operandi per confondere i propri inseguitori. Ora il suo bersaglio principale sono io e nonostante Romita abbia potenziato la scorta non mi sento affatto al sicuro. Fino a questo momento il farabutto ha fatto il bello e cattivo tempo senza lasciarsi dietro nemmeno una traccia di sé.
Se si vuole guardare il bicchiere mezzo pieno, pare evidente che la notizia uscita sui giornale abbia funzionato. Il killer, una volta provocato, si è sbilanciato, ma non ha comunque osato presentarsi di persona.
Purtroppo né Monica, né l’autista sono stati in grado di fornire un ritratto preciso del burattinaio che li ha soggiogati. La polizia li ha lasciati andare intimando loro di tenersi a disposizione per eventuali altri sviluppi. Evidentemente il nostro amico ha preso delle precauzioni e si è travestito anche durante quella occasione.
Romita inizia a perdere le speranze di ritrovare per davvero la ragazzina scomparsa, ma comunque si è premurato di chiamare i suoi genitori per rasserenarli ed infondergli un po’ di fiducia.
Come ravvisato in precedenza, tra i vari uffici c’è un continuo viavai di uomini in divisa che camminano freneticamente. Oramai mi ritengo un habitué di questo posto e capisco quando le cose non vanno per il verso giusto. La giornata storta si misura in base ai caffè dell’ispettore. Sopra ai cinque significa guai in vista. Infatti verso le undici di sera si sono presentati i superiori di Romita che gli hanno fatto una colossale lavata di capo per come ha gestito tutta l’indagine, rimproverandolo soprattutto per la storia della notizia falsa uscita sui giornali.
Il poveretto esce dal proprio ufficio con la coda fra le gambe e si prende l’ennesimo caffè. Non rivolge la parola a nessuno, accartoccia il bicchiere di plastica e lo getta rabbiosamente nel cestino. Rientra dentro, borbottando qualcosa di incomprensibile e si accovaccia sulla sua poltrona di pelle sprofondando su di essa. Abbacchiato e con il muso lungo fin per terra, inizia svogliatamente ad archiviare scartoffie.
Io ed Anna gozzovigliamo in corridoio in attesa di un suo ordine. Accavallo insofferente le gambe prima da una parte e poi dall’altra. Davanti a me transitano decine di impiegati con dei fascicoli colorati sotto braccio. Nessuno ci calcola, si sono quasi scordati di noi e forse è un bene.
L’omicidio Modonutti è stato ufficialmente attribuito al serial killer del parco e questo mi rende un uomo libero. Il problema adesso è restare vivo e non entrare a far parte della collezione di vittime dell’assassino.
«Che si fa adesso?» Chiedo all’ispettore mentre sporge la testa dal suo stanzino.
«Hai qualche altra brillante idea per caso?» Mi schernisce risentito.
«Non è colpa mia di quello che è successo.»
«Se non muovevamo puzze, magari Modonutti sarebbe ancora vivo. Mannaggia a me che ho dato retta ad un dilettante.»
Vorrei controbattere che Erik era già morto da tempo, ma mi darei la zappa sui piedi da solo.
«Lo abbiamo destabilizzato, fatto uscire dagli schemi. Adesso per forza commetterà un errore con tutta la pressione che ha addosso.» Lo spero con tutto me stesso.
«Ne dubito», mormora avvilito Romita accendendosi una sigaretta.
«Non potete mollare proprio ora», interviene Anna ponendosi di fronte a lui.
«Nessuno ha detto questo, ma per adesso la priorità è la vostra incolumità. Non possiamo permetterci che uccida anche voi sotto al nostro naso. Ci sta prendendo per i fondelli da troppo tempo.»
Mi rincuora sapere che compaio al primo posto fra i pensieri di Romita. Soprattutto non come uomo da catturare, ma come persona da proteggere.
C’è in ballo la mia vita, ma almeno posso finalmente tirare un sospiro di sollievo. In ogni caso preferisco trovarmi sepolto in una bara, piuttosto che dietro alle sbarre di una prigione, giudicato da tutta la mia famiglia.
Ho voluto tenere all’oscuro i miei genitori del fatto che sono il prossimo obbiettivo dell’assassino. Non ha senso spaventarli ulteriormente, sono già troppo in agitazione per la mia salute.
«Non è emerso niente dal cadavere di Erik?» Domando preoccupato che scovino qualche indizio su di me.
«La scientifica lo sta analizzando. Perché ti interessa tanto? Ti serve per il tuo libro?» Ironizza Romita, componendo un cerchio di fumo immaginario nell’aria.
Rispondo storcendo il naso e vado a prendere una cioccolata al distributore automatico. Non posso muovermi da qui senza il consenso della polizia. Tanto vale sfruttare la chiavetta omaggiatami dall’ispettore.
Nominando il libro mi viene in mente che non manca molto alla prima bozza di stampa. Stranamente non sono affatto eccitato all’idea. Con tutto quello che sto passando è la cosa meno incredibile che mi sia capitata.
Una volta arrestato il pazzo che mi dà la caccia, mi dedicherò completamente ad Anna e al mio romanzo. Progetto già un futuro da nababbi nella casa nuova dove lei non dovrà più lavorare grazie agli incassi delle vendite del mio best seller.
Sogno ad occhi aperti e in cuor mio l’ho già perdonata. Per un contatto fisico più intimo, però, mi servirà ancora del tempo. La amo incondizionatamente e non posso lasciarla andare dalla mia vita senza concederle una seconda occasione.
Giuliani mi passa davanti sbirciandomi di sottecchi. Si avvicina a Romita e gli sussurra qualcosa all’orecchio. Mentre spiffera il suo segreto mi osserva minaccioso. Li guardo per chiedere delucidazioni.
«Abbiamo ritrovato la ragazzina», esclama con enfasi Romita.
«È viva?» Domando con stupore. Anche Anna sorride mostrando tutti i suoi bei denti candidi.
«Per fortuna si.»
«E dove si trovava?»
«In un casolare abbandonato in aperta campagna.»
«Quindi sta bene. Meno male, che sollievo», sospiro soddisfatto. «Ma allora lo avete preso», esulta Anna.
«Purtroppo non ancora.»
«Ma come avete fatto a rintracciarla?» Chiedo perplesso. Romita è reticente a concederci altre informazioni e non comprendo il perché, visto che ormai l’incubo è finito.
«È riuscita a scappare, vagava per strada da sola, al buio, senza una meta precisa e una signora la ha riconosciuta grazie alle foto sui giornali. La stanno portando qui proprio adesso.»
«Benissimo. Tutto è bene quel che finisce bene», sogghigno felice a fior di labbra.
«C’e un problema», sentenzia cupo l’ispettore.
Attendiamo impazienti che prosegua senza fiatare.
«Quale? Osa domandare Anna.
«La bambina dice di essere stata rapita da un certo Alex Ermacora.»