Capitolo 3 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
In certe occasioni il panico dovrebbe prendere il sopravvento, invece mi sento incredibilmente più lucido che mai. Agisco con calma e meticolosità. Il mio cervello è iperattivo, mille pensieri attraversavano la mente alla velocità della luce. Mi compaiono davanti immagini sfocate per poi dissolversi un attimo dopo, come per esempio la faccia di Anna o dei miei genitori una volta venuti a sapere che ho ucciso una persona. Il timido Alessandro Ermacora che compie un gesto così truce ed efferato. Mi condannerebbero a vita giudicandomi un brutale assassino. Bene che vada, mi toglierebbero il saluto emarginandomi come un lebbroso. Perderei il loro rispetto e verrei abbandonato a me stesso. Scaccio immediatamente quelle orribili visioni e mi rimbocco le maniche per mettere a posto il disastro che ho appena combinato.
Raccatto un panno umido e strappo via un intero rotolo di carta assorbente dal bagno. Mi munisco dei detergenti necessari ed inizio a pulire il parquet attorno al cadavere. Un rivolo di sangue ha raggiunto una fuga e si è quasi già solidificato. Fatico non poco per disincrostarlo, ma alla fine con molto olio di gomito e tenacia ce la faccio. Il pavimento è lindo come non lo era mai stato prima.
Do una accurata ripulita anche ad Erik, sia alla testa che ai suoi vestiti. Mi viene da vomitare a spostarlo, ma stringo i denti e proseguo indefesso col mio lavoro. In cuor mio spero ancora che si risvegli e con la coda dell’occhio sbircio la sua bocca nella remota speranza che si riapra per respirare. Da buon giallista ho sentito parlare molte volte del rigor mortis, quindi devo affrettarmi prima che il corpo si irrigidisca completamente. Erik ha smesso di vivere e la mia coscienza assieme a lui.
Indosso prudentemente dei guanti da cucina per non lasciare impronte digitali sul corpo della vittima. Uso molta candeggina in modo che le macchie se ne vadano via del tutto. Ripeto tutte le operazioni almeno tre volte per evitare di saltare qualche passaggio. Non sono teso, ma comunque respiro a fatica, lo sforzo della pulizia mi ha sfiancato. Mi accovaccio per un istante accanto al cadavere e pondero sul da farsi. Erik non può rimanere qui dove è adesso, Anna lo scoprirebbe e a quel punto sarei costretto a chiamare la polizia, oltre a dover giustificare la presenza di un corpo esanime disteso in casa mia a pochi passi dal divano.
Mi asciugo la fronte imperlata di sudore con la manica della maglietta e mi rendo conto che dovrò far sparire anche gli abiti che indosso. C’è stata una violenta colluttazione e qualche impronta di Erik potrebbe essere finita anche sui miei vestiti. Ammucchio tutti gli indumenti e riempio la lavatrice. Getto dentro anche le mutande, meglio non rischiare. Spruzzo per aria un deodorante per ambiente dal profumo di vaniglia, in modo che ricopra la puzza di cadavere. Non so se è solo una mia sensazione, ma sento già l’odore del corpo in putrefazione.
A furia di camminare su e giù per la stanza ho quasi tracciato un solco. Mentre vago senza meta, mi mordicchio nervosamente il labbro inferiore fino a strapparmi via la pelle. Un vizio che ho fin da bambino e che spunta fuori quando sono stressato. Non mi do pace, tutto mi distrae. I rumori attorno a me risuonano amplificati. Perfino le lancette dell’orologio emettono un baccano assordante. La testa mi esplode e non riesco a concentrarmi.
Urge escogitare un piano per condurre Erik fino alla macchina senza farmi notare. Il passo successivo sarà portarlo al parco del Cormor e nasconderlo tra i rovi disseminati lungo l’ippovia.
La riserva naturale dista circa cinque chilometri da casa mia e si divide principalmente in due zone. La prima parte, quella turistica, è composta da distese sconfinate di prati incolti e da piccole collinette erbose abbellite da faggi e querce secolari che incoronano il paesaggio a guisa di un gigantesco anello verde scuro. Lungo le stradine che si intersecano tra i prati sono collocati anche diversi attrezzi ginnici a disposizione dei passanti. Molta gente li utilizza per tenersi in esercizio. La maggioranza delle persone bazzica il parco per stare all’aria aperta e, se il tempo è magnanimo, tutti ne approfittano per sdraiarsi a prendere il sole. Il paesaggio è così piacevole e rilassante che alcuni si soffermano ad ammirarlo appollaiati sulle innumerevoli panchine dissipate qua e là.
La seconda parte del parco, invece, è costituita da una lunga stradina di ghiaia circondata da una fitta vegetazione; è la cosiddetta "ippovia", così chiamata perché in passato era attraversata perlopiù da cavalli, adibiti al trasporto di merci verso i vicini villaggi. Attualmente la zona viene frequentata di rado perché poco curata. Un tempo era il Comune ad occuparsi della sua gestione, ma da un paio di anni ha smesso di interessarsene per colpa dei pochi fondi a disposizione, con il risultato che gli unici frequentatori rimasti sono degli spericolati bikers, in cerca di emozioni dentro quegli intricati meandri di vegetazione.
Meglio così, rovi e erba alta fanno proprio al caso mio. Nessuno cercherà un cadavere in quei posti dimenticati da Dio e quasi impossibili da raggiungere.
Rimane il grosso dilemma di come trasportare Erik fino alla macchina. Il condominio dove abito pullula sempre di gente, un via vai continuo. Chi getta le immondizie, chi esce a passeggiare col cane e chi va o torna dal lavoro. Lo stabile è composto da tre palazzine suddivise in dodici mini appartamenti ciascuna. Tutti abitati. Impossibile evitare sguardi indiscreti.
Non posso rischiare di caricarmi Erik in spalla e scendere lungo le scale come se niente fosse. L’ascensore potrebbe rivelarsi la soluzione migliore, ma allo stesso tempo anche la più insidiosa. Dovrò sperare di non incontrare nessuno, ma sarà un terno al lotto. In ogni caso mi conviene muovermi con il favore del buio.
Attendo il tramonto e nel frattempo decido di andare a comprare due biglietti per Tiziano Ferro. Intendo continuare a comportarmi normalmente, o la gente potrebbe insospettirsi. Ripenso a quello che ho fatto e stranamente non mi sento in colpa, voglio solamente salvare la pellaccia. Nessuno crederà alla storiella dell’incidente, so bene che imboccare la strada della verità significherebbe condurmi dritto all’ergastolo. Sto facendo quello che occorre per sopravvivere. Niente ripensamenti. Anna non condividerebbe la mia scelta ed è per questo motivo che non dovrà sapere nulla e rimanere estranea alla faccenda.
Inizio sovrappensiero a lavare i piatti sporchi. Mi sorprendo perfino a canticchiare. Carico la lavastoviglie e comincio lentamente a sistemare casa. Riordino gli abiti sparsi in giro per le stanze e li piego accuratamente. Ripongo tutto negli appositi cassetti e rifaccio il letto cambiando addirittura le lenzuola. Operazione che solitamente effettuo una volta ogni tre settimane. Il mio corpo si muove scollegato dalla mente. Non mi rendo nemmeno conto di quello che sto facendo. Eseguo e basta, quasi per inerzia.
La situazione è aberrante, ai limiti del tragicomico. In qualche modo è come se il mio subconscio suggerisse di distrarmi, se mi soffermassi a rimuginare sull’accaduto sarebbe la fine. Insomma, mantengo un comportamento anomalo, ma efficace per non autodistruggermi.
Una volta terminate le faccende di casa mi sento meglio, il mio corpo si è quasi rilassato. Mi guardo in giro a trecentosessanta gradi, tutto attorno a me rientra nella normalità, rimane solo una nota stonata. Un cadavere in prossimità del divano.
Lo ignoro e provo a proseguire col metodo «Non pensarci troppo». Mi dirigo verso la cassettiera e calzo le scarpe nuove. Quelle bianche di tela con la suola rialzata che vanno tanto di moda in questo periodo.
Per la seconda volta durante questo dannato pomeriggio sto per uscire, ma si verifica un altro fatto inaspettato. Trilla il campanello. Di nuovo. Il cuore smette completamente di battere. Di nuovo.
Erik giace ancora dietro alla porta e non posso certo fare entrare nessuno. Infilo l’occhio nello spioncino e scorgo dall’altra parte un tizio sconosciuto. Un signore anziano con i capelli grigi e un naso grosso come una patata. Non mi pare un vicino di casa, non fa parte del condominio. Chi può essere?
«Che cosa vuole?» Domando sgarbatamente con una voce che non sembra nemmeno la mia. Mi sono talmente abituato ad ascoltare quella dentro alla mia testa che non riconosco più quella reale.
«C’è un pacco per lei», comunica l’uomo mostrando un imballo di cartone di modeste dimensioni.
«Non ho ordinato nulla.»
Ci mancava solo un corriere che ha sbagliato indirizzo.
«Qui c’è scritto Modonutti», insiste il fattorino.
Modonutti è proprio il cognome di Erik. Non mi lascio sopraffare dall’angoscia e lo blocco sul pianerottolo.
«Lo appoggi pure qui per terra, glielo consegnerò io.»
«Mi serve una firma.»
Esasperato, apro di quel tanto che basta la porta per siglare il mio autografo.
Con la suola del piede spingo il corpo di Erik contro il muro, prestando bene attenzione a non provocare il minimo rumore. Se naso a patata sporge il collo di qualche centimetro lo vedrebbe di sicuro. Meno male che forse ha terminato il proprio turno e non bada al mio strano comportamento. Molto probabilmente sono solo io ad accorgermi che qualcosa in me non va e magari gli estranei non ci fanno nemmeno caso.
Comunque sta di fatto che mi sento rigido come un pezzo di marmo e muovo le gambe ad intermittenza. Sembro la brutta copia di un robot.
«Grazie e arrivederci», saluta l’uomo incamminandosi verso le scale.
Richiudo e tiro un enorme sospiro di sollievo. Scampato pericolo. Alla faccia della privacy apro con avidità il pacco destinato ad Erik, tanto lui oramai non se ne farebbe niente. Lo strappo con foga, curioso di conoscerne il contenuto. Come se quello che trovassi all’interno potesse aiutarmi in qualche modo. Estraggo con delicatezza delle videocassette porno anni ottanta. Sulla facciata principale vi sono raffigurate tette e culi di donne afroamericane. Rovisto fino in fondo e trovo oggetti sessuali di ogni genere. Dalle manette piumate ai frustini in pelle. Ci sono persino dei vibratori di forma fallica e degli aggeggi dei quali nemmeno comprendo l’utilizzo. Quasi mi viene da ridere. Quel tipo è davvero matto da legare. Anzi, era.
Sarò costretto a stipare in macchina anche i suoi giochetti, Anna non gradirebbe tale sorpresa in giro per casa.
Trasferisco momentaneamente Erik in bagno e chiudo la porta a chiave. Se ricevo nuovamente delle visite, almeno non troveranno un cadavere dietro all’uscio. Sgobbo parecchio a trascinarlo e questo mi scoraggia. Se compiere solo pochi metri risulta così arduo, figuriamoci arrivare fino all’auto.
Una cosa per volta. Mentre lo trasporto per le gambe mi accorgo che la ferita dietro alla nuca non si è ancora rimarginata completamente. Continua a sanguinare. Lo stronzo crea problemi anche da morto. Mi tocca ritornare a pulire il pavimento. Questo pomeriggio sembra non avere mai fine.