Capitolo 33 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
I carabinieri ci accompagnano gentilmente fino in centrale. Fontana viaggia ovviamente su un auto diversa dalla nostra, ma ad un semaforo le due macchine si affiancano e i nostri sguardi si incrociarono per un ultima volta. Ricorderò per sempre la sua espressione divertita. Non mostra il minimo segno di rabbia o paura, per non parlare di pentimento. Ha ucciso molte persone solo per gioco, non gli importa nulla della vita, nemmeno della sua.
Allunga il collo verso il finestrino e assume quella sua posizione talmente innaturale da apparire macabra. Me la sognerò per molti mesi. Con il dito medio si aggiusta gli occhiali ed accenna un timido saluto.
Le auto ripartono a tutta velocità e in quaranta minuti raggiungiamo la nostra destinazione.
La centrale di polizia è sottosopra. Nel lungo corridoio sedie e tavoli sono a gambe all’aria e nell’aria aleggia ancora dell’odore di fumo provocato dagli spari. Immagino il caos all’interno dell’ala attigua. La porta blindata è chiusa e l’allarme è stato ripristinato. Il fatto più sconcertante è che è stato proprio uno di loro a combinare tutto questo casino.
I carabinieri mi scortano fino all’ufficio di Romita. Cammino, ma non vedo dove vado. Sono assorto nei mie pensieri. Anna ha registrato tutto con il suo telefonino. È riuscita ad incastrare il killer del parco. Il problema è che durante la conversazione anche io confesso il mio crimine. Purtroppo con il suo gesto impavido ha inguaiato anche il sottoscritto.
Durante tutto il tragitto mi ha accarezzato il dorso della mano e lo sta facendo anche adesso.
Il suo tocco è delicato ed affusolato come sempre. Quasi in grado di farmi dimenticare il passato. Questa volta però è diverso, ho commesso troppi sbagli, devo pagare per le mie colpe.
Giuliani ci accoglie a braccia aperte informandoci che Romita è ancora vivo e si trova in ospedale in condizioni critiche, ma stabili. Sono contento per lui. L’ispettore è una brava persona.
Quando nel corridoio passa Fontana in manette, il resto degli agenti fischia in segno di disprezzo e l’irruento Giuliani gli assesta un violento schiaffo sul volto. Il pezzo di merda non alza nemmeno la testa. Continua ad esibire quel suo sorrisino viscido sotto ai baffi.
«Siamo stati ciechi», esordisce Giuliani sospirando rumorosamente.
«Chi poteva immaginare di incappare in un personaggio del genere?» Provo a consolarlo.
«Io per esempio. Ci ho lavorato a stretto contatto per anni e non mi sono mai accorto di niente. Mai un commento sopra alle righe, mai una distrazione, sempre puntuale e disponibile. Tutto nella norma, se non qualche episodio di negligenza negli ultimi tempi.»
«Si era creato il suo alibi perfetto», commento, alludendo alla divisa dell’ispettore.
«Sarebbe potuta finire molto male.»
«Meglio così allora.»
«Venite, vi offro un caffè.»
Ispiro a fondo incoraggiato dalla mia compagna. «In realtà su qualcosa ci avete sempre visto giusto.»
«Cioè?»
Giuliani è ancora all’oscuro della registrazione.
«Ho ucciso io Erik Modonutti.» Ripeterlo è ancor più doloroso della volta precedente, soprattutto adesso che Anna conosce la verità. Penso a quando i miei genitori lo verranno a sapere e mi si stringe lo stomaco.
«Ma il suo corpo è stato ritrovato in quel bagagliaio con un messaggio che ti minacciava di morte.»
«Andiamo nella stanza degli interrogatori per favore. Ho molte cose da raccontarle.»
Saluto Anna e la bacio dolcemente sulla guancia. Scoppia a piangere e mi abbraccia forte prima di lasciarmi andare al mio destino.
Ed eccomi qua, faccia a faccia con Giuliani e soprattutto con me stesso.
Parlo a raffica, dilungandomi anche su alcuni particolari inutili. Sono stato zitto per troppo tempo e adesso voglio esternare ogni minuzia. Spiego per filo e per segno ogni dettaglio mentre Giuliani prende nota rimanendo in silenzio. Sembra quasi che alla fine gli dispiaccia che sia colpevole.
Una volta confessati i miei peccati mi pare quasi di essere innocente, ma non lo sono affatto.
«Sospettavo di te fin dall’inizio. Troppe coincidenze ed atteggiamenti strani», spiffera Giuliani chiudendo il notes.
«È stata legittima difesa credo», provo a giustificarmi.
«Lo deciderà il giudice, sicuramente l’occultamento di un cadavere è un reato gravissimo. Per non parlare poi delle bugie che ci hai raccontato per depistare le indagini.»
«Alla fine però vi ho aiutato a catturare il killer del parco. Di questo terrete conto vero?»
«Metterò una buona parola, promesso. Hai anche confessato di tua spontanea volontà, quindi è un punto a tuo favore.»
«Adesso che si fa?»
«Ti concedo una telefonata al tuo avvocato e poi ti arresto.»
La sua sincerità è davvero commovente. Il mio fato sta per compiersi e non posso sfuggirgli.
«Posso salutare la mia compagna prima?»
«D’accordo, vi lascio un attimo da soli.»
Esce dalla stanza scambiandosi con Anna. La mia compagna di sempre cammina in punta di piedi e si tocca i capelli nervosamente. Ha già capito che le sto per dire addio.
«Allora ci siamo», sussurra con la voce tremolante.
Non fiato. Mi alzo in piedi e la stringo in un lungo abbraccio. Ripercorro mentalmente tutti i nostri momenti trascorsi insieme. L’amore che ci univa, le esperienze buffe, le sofferenze degli ultimi giorni, il tradimento e l’immediato riavvicinamento.
Penso a noi due come una famiglia spezzata. Tutta colpa mia e del gesto terribile che ho compiuto. Piango a dirotto, senza riserve e lei mi bacia sul lato della bocca.
«Non ti abbandonerò», mormora dentro al mio orecchio.
Rispondo singhiozzando e tiro su forte con il naso.
«Perdonami se puoi», balbetto prendendole il viso fra le mani.
I suoi occhi sono tristi e pieni di compassione.
Io la ho già perdonata, adesso spero che lo faccia lei.
Giuliani rientra, ma non mi sento ancora pronto a metterla da parte dalla mia vita.
«Dobbiamo andare.»
«Va bene», rispondo rassegnato.
La saluto con un altro abbraccio ancora più intenso del precedente e torno a piangere.
Una volta dietro le sbarre invece che contattare il mio avvocato chiamo mia madre.
Rimane impietrita per la notizia e per la prima volta sento mio padre preoccupato per me.
Cercano di tirarmi su di morale, ma sono inconsolabile. Occorrerà molto più tempo per somatizzare tutto quanto.
La mia prima notte in gattabuia è stata tremenda. Ho sognato per tutta la notte Fontana che si accaniva contro alla mia famiglia. Il risveglio, se possibile, è stato ancora più traumatico. Mi sono reso conto di essere davvero un galeotto.
Il mio incubo peggiore si è avverato.