Capitolo 5 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Rovisto freneticamente tra le varie cianfrusaglie dello sgabuzzino in soggiorno. Incredibile quanti accessori inutili vi siano qui dentro. Dalle scarpe con la suola scollata, ai cacciaviti con le punte a stella. Tutta roba che non mi serve. Sono in cerca di un borsone sportivo sufficientemente capiente.
Intravedo la sacca che mi occorre dietro ad un paio di stivali mai usati della mia ragazza. La afferro per le maniglie e l’appoggio delicatamente a terra. Di solito la utilizzo per andare a giocare a calcetto con gli amici, ma in questo caso mi è proficua per nasconderci Erik al suo interno. Suderò sette camicie per infilarcelo dentro. Per fortuna il ragazzo è magrissimo e basso di statura.
Il corpo si sta già irrigidendo. Le gambe non ne vogliono sapere di entrare e in un momento di disperazione penso anche di segarlo in due. Spingo forte le sue ginocchia contro il fondo, rischiando di spezzargli un osso dello stinco. Poco importa, tanto lui non sente niente. Almeno non sarò costretto a prendere in mano la sega. Sarebbe stato orribile e non credo che sarei riuscito nell’intento senza vomitare. In fondo non sono un mostro. Oppure si? I fatti parlano a mio sfavore, ma adesso non è il momento di rattristarsi, devo concentrarmi sulla mia missione. Niente distrazioni, ogni errore risulterebbe fatale per me.
Trascino il pesante fardello fino all’ascensore, non sono abbastanza muscoloso per trasportarlo a tracolla. La parte sottostante del borsone è fatta di cuoio ed alle estremità vi sono dei ribattini che sporgono all’infuori. Questi ultimi producono un fastidioso rumore che si mescola ai miei gemiti di fatica. Se qualcuno mi vedesse adesso mi additerebbe come un insano di mente.
Il tasto dell’ascensore è fisso sul rosso e il tempo sembra non passare mai. Finalmente si spalancano le porte. Smetto di respirare, ho il terrore di vedere apparire qualcuno. Per fortuna è vuoto. Salgo all’interno sistemando il borsone dietro di me. Le porte si chiudono con una lentezza spasmodica, riaprendosi finalmente al piano terra, quasi sospinte dalla mia tensione. Nessuno in vista, il primo passo è compiuto. Mi muovo il più in fretta possibile e arrivo al bagagliaio della macchina senza incontrare i miei vicini.
Spalanco il cofano e con tutta la forza di cui dispongo sollevo la sacca fino altezza dello stomaco e, puntandola al bordo del bagagliaio, riesco ai ribaltarla dentro, provocando un rumore sordo. La prima fase del piano è terminata, Erik è fuori da casa mia, ma non è ancora abbastanza lontano da farmi sentire al sicuro.
Allaccio la cintura di sicurezza e guido prudentemente, rispettando tutti i limiti di velocità. Sto trasportando un cadavere. Se qualcuno mi fermasse, sarebbero guai seri.
Trattengo il fiato per tutto il tragitto e giungo a destinazione. La luna piena sopra alla mia testa illumina quasi completamente il parco del Cormor. Non ci voleva. Davvero molto romantico, ma per niente funzionale per le mie esigenze. Mi annoto per le prossime volte di uccidere qualcuno solo quando la notte non è stellata. A parte gli scherzi, tremo tutto, la lucidità dei minuti precedenti è scomparsa, al pari della mia convinzione di farla franca.
Scorgo in lontananza due persone a spasso con il cane. Il bastardino, in estasi per la scampagnata, fiuta qualsiasi odore gli capiti a tiro e rilascia due gocce di pipì ogni due metri circa. Il padrone lo strattona per il guinzaglio e la bestiolina quasi si strozza, guaendo dal dolore. La coppia non sembra avere fretta e si gode la bella serata. Sbrigatevi, dannazione. Appena dietro di loro compare un ciclista con una torcia agganciata sulla fronte. Percorre l’ippovia a tutta velocità e sorseggia dell’acqua dalla borraccia. Anch’egli sembra non andarsene mai.
Provo a rendermi invisibile rimanendo seduto dentro l’auto. Attendo con ansia che il corridore se ne vada. Al suo passaggio mi abbasso, sprofondando sotto al sedile, ma a ripensarci meglio non ha proprio senso nascondersi in questo modo. Rischio solo di insospettire chi mi osserva.
Ho parcheggiato a pochi metri dalla stradina ghiaiosa che conduce nel boschetto dove intendo nascondere Erik. Il parco turistico si trova alle mie spalle e dista un centinaio di metri, tuttavia distinguo nitidamente una decina di vetture posteggiate con i fari accesi. Non ho tenuto conto della movida notturna. Le persone poco raccomandabili confidano come me nel favore delle tenebre per attuare i propri loschi piani. Probabilmente sono scambisti o spacciatori. Non ho paura di questi ultimi, ma temo i loro occhi indiscreti. Potrebbero rivelarsi dei possibili testimoni oculari.
Il ciclista è sparito dalla visuale e la coppia col cane idem. Non avvisto nessun altro sopraggiungere da quella direzione. Per sicurezza mi sono portato dietro una pila automatica, ma non serve. Bastano il chiarore della luna e la luce dei lampioni locati sulla strada principale. Vedo quanto basta per farmi spazio fra la vegetazione e, allo stesso tempo, sono difficile da notare.
L’adrenalina mi rende più forte ed audace. Scarico il bagaglio incriminato con una certa difficoltà ed inizio il mio viaggio disperato incrociando le dita. I primi rovi sono lontani una ventina di metri. Con uno sforzo immane mi posiziono il borsone a tracolla sulla schiena e mi incammino il più velocemente possibile. Non mi importa di provocare del chiasso, tanto sono da solo.
Do il tutto per tutto, si tratta di una questione di vita o di morte per me. Devo farcela ad ogni costo. Il cuore batte all’impazzata, a momenti mi viene un infarto. Incespico diverse volte coi piedi sulle cinghie penzolanti. Per la fretta non sono riuscito ad accorciarle. Dietro di me lascio un vistoso varco nella vegetazione, pari alla larghezza di quanto mi porto in spalla, ma non posso fare altrimenti.
Mi fermo solo per pochi secondi flesso sulle ginocchia a recuperare fiato e poi riparto come un forsennato. In men che non si dica supero i primi alberi. Proseguo dritto per la mia via in cerca di un posto sicuro ove nascondere il cadavere. Un faggio gigantesco si innalza imponente di fronte a me sul lato sinistro del sentierino ghiaioso. Qualcosa mi suggerisce che devo aggirarlo ed insistere in quella direzione.
Continuo ad addentrarmi nel bosco senza troppi preamboli. Nel silenzio della notte si ode solo il mio fiatone accompagnato dal fruscio dei miei passi tra gli sterpi. Sono stremato. Non vedo l’ora di liberarmi del corpo e tornarmene a casa. Il bagliore dei lampioni adiacenti alla strada non si scorge più. Mi sono spinto abbastanza in là. Nessuno transita da queste parti, ma la prudenza in questi casi non è mai troppa. Percorro ancora una decina di metri e sbircio lo strano rilievo a pochi passi da me. Il passaggio è bloccato da un tronco spezzato che mi impedisce di andare oltre. Mi accovaccio esausto. Non è affatto facile muoversi fra questi arbusti sporgenti, infatti mi graffio il viso contro la fronda di un larice ed impreco dalla rabbia. Non ci voleva, dannazione. Sarò costretto a spiegare questo taglio ad Anna e alle persone che frequento. Ci penserò più tardi. Butto giù una quantità smisurata di saliva, che scende in fondo alla gola provocandomi del bruciore. Mi ero quasi scordato di deglutire.
Mi guardo in giro circospetto. Oramai sono abituato al buio. Alla mia sinistra si trova un enorme cespuglio rigoglioso simile ad una mangrovia. Mi convinco che è il giaciglio giusto per sbarazzarmi di Erik. Improvvisamente sul volto mi compare un ghigno malefico. Ma cosa diavolo sono diventato? Mi faccio paura da solo. Scaccio i brutti pensieri e agisco senza provare la minima emozione. Come se per me si trattasse di routine quotidiana nascondere un cadavere. Mi muovo con flemma e precisione, determinato a raggiungere il mio scopo. Alessandro Ermacora si è trasformato in un implacabile assassino.
Con tutte le risorse fisiche che mi restano, tiro fuori Erik dalla sacca e lo celo sotto alla pseudo mangrovia. Con un calcio poderoso allontano il corpo più in là possibile. Mentre rotola su se stesso, un braccio del mio ex dirimpettaio si infilza contro un ramo appuntito. Poco male, oramai è fatta. Nessuno lo troverà in questo meandro sperduto e per giunta mimetizzato nella natura.
Richiudo il borsone e torno verso la macchina. D’un tratto mi sembra di distinguere un ombra muoversi velocemente dietro ad un albero. Sicuramente sarà solo il frutto della mia immaginazione, oppure un animale notturno. Non voglio restare qui un minuto di più. Riprendo nuovamente a correre e alla mia destra mi pare di intravedere un fascio di luce accendersi e poi spegnersi immediatamente. Forse soffro di allucinazioni. L’angoscia gioca brutti scherzi. Accelero il passo e salgo in macchina. Ingrano la marcia e parto a tutta birra ignorando le precauzioni prese durante il viaggio di andata. Rischio di venire multato per eccesso di velocità, ma almeno questo giro non trasporto un cadavere. Desidero solo arrivare a casa e farmi una doccia fredda per lavare via tutti i miei peccati.
Una volta parcheggiata l’auto nel vialetto, scendo con calma. Mi sono un po’ripreso, non posso mollare proprio adesso che sta filando tutto liscio.
Accidenti, ho parlato troppo presto. Malauguratamente incontro un tizio che abita nell’appartamento sotto al mio.
«Stavo gettando via le immondizie», dichiaro come a giustificarmi. Mi è venuto di istinto. Maledetto me, dovevo starmene zitto.
«Anche io», sorride Giulio il mio vicino banchiere con un sacco della spazzatura in mano.
«Allora buona serata», aggiungo affrettando il passo.
«Direi buonanotte vista l’ora», ridacchia Giulio.
Controllo l’orologio che tengo al polso. Segna le undici e dieci. Non mi sono reso conto che si è fatto così tardi.
«Buonanotte», rispondo abbassando mestamente la testa.
Finalmente a casa. Mi sento più al sicuro nella mia piccola tana. Mi spoglio subito ed immergo la testa sotto ad una getto d’acqua ghiacciata.
Cerco di non pensare a niente e provo a liberare la mente. Ancora con l’accappatoio addosso mi precipito sul letto a pancia in giù e si verifica un fatto che assolutamente non mi sarei mai aspettato accadesse dopo questa incredibile giornata: mi addormento profondamente come un fanciullo.