Capitolo 6 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
L’aeroporto di Venezia come al solito pullula di gente proveniente da ogni parte del mondo. Volti asiatici con gli occhi a mandorla e lineamenti dolci, si alternano a visi più spigolosi tipici dell’est Europa. Tutti quanti si affrettano, girovagando con in mano delle valigie di diversa dimensione e colore. Chi parte e si appresta ad effettuare il cheek in e chi invece sta facendo ritorno a casa come la mia fidanzata. Chiunque cammina con estrema frenesia, cambiando improvvisamente direzione come si vede fare ai pesci dentro all’acquario.
L’aeroporto è un vero e proprio labirinto composto da lunghissimi corridoi che si diramano in continuazione e se non presti attenzione ai cartelli appesi sulle pareti, rischi davvero di perderti. Ogni qualvolta frequento questo posto mi sale l’ansia. Anche per questo motivo non ho mai preso un aereo in vita mia. Non tanto per la paura di volare, ma per tutto ciò che avviene prima.
Il caos disorganizzato mi stordisce, preferisco attendere parcheggiato fuori, anche se il costo del ticket è un salasso. Dopo i primi dieci minuti gratis si pagano undici euro all’ora. Siccome oggi fremo di riabbracciare Anna, faccio uno strappo alla regola e porto le chiappe fino all’ingresso principale. Mi appollaio su una scomoda seggiola di ferro, proprio sotto alla scritta «Arrivals». Anche un somaro come me ne intuisce la traduzione e quindi capisco di essere nel posto giusto.
Il ginepraio di voci che echeggia nell’aria sembra una sorta di Babele moderna. Non parlo nessuna lingua oltre all’italiano e riconosco a stento qualche vocabolo inglese, ma certe persone che confabulano a denti stretti mi risultano davvero incomprensibili.
La lavagna luminosa posta sul soffitto informa che il volo da Barcellona è appena atterrato e quindi i passeggeri si apprestano a ritirare i bagagli sistemati sugli appositi rulli trasportatori girevoli. Chissà se la mia ragazza si occupa anche di quelli, non glielo ho mai chiesto.
Qualcuno ha già ritrovato la propria valigia e sta uscendo. Di colpo una baraonda di gente viene verso di me. Un’accozzaglia etnica marcia scompostamente in direzione dell’uscita. Pare di vedere una mandria di bestiame in fuga dai bracconieri.
I primi malcapitati si imbattono contro i passeggeri che devono ancora imbarcarsi. Alcuni di essi si scontrano rifilandosi spiacevoli spallate.
Nessuno si sposta di un centimetro, ma nemmeno si lamenta se viene urtato. Evidentemente sono viaggiatori navigati, abituati a quelle piccole collisioni. Tutta quella folla provoca un gran chiasso. Gli annunci dei vari Gates che si aprono e chiudono, risuonano come sottofondo a quel fantastico via vai.
Solitamente Anna è sempre l’ultima a sopraggiungere, se la prende con calma e preferisce attendere che la fila si smaltisca. Dopo tanti voli gioca d’esperienza e sa perfettamente come districarsi durante queste situazioni. Rimango seduto in attesa del suo arrivo e allungo le gambe per stiracchiarle. Ne approfitto per sgranchire i muscoli anchilosati per colpa dell’acido lattico e soprattutto per lo stress accumulato nella giornata di ieri.
Nell’attesa mi soffermo a rimuginare. Quello che ho fatto la notte scorsa è terribile. La morte di Erik è stata sì un incidente, ma l’occultamento del suo cadavere potrebbe considerarsi addirittura un gesto premeditato. Mi stupisco di me stesso, è incredibile come io riesca a rimanere relativamente calmo. Almeno all’apparenza, visto che dentro di me soffro come un cane. Difficilmente mi leverò dalla mente l’immagine di quel corpo inerme, per non parlare dell’espressione fanciullesca che aveva dipinta sul volto Erik prima di abbandonare questo mondo. Sembrava quasi che dormisse.
Sto imparando a conoscere un mio Io interiore completamente diverso da quello precedente con il quale ero abituato a convivere.
Con la testa sovrappensiero non mi sono accorto che Anna sta giungendo verso di me ad ampie falcate per abbracciarmi.
«Ehi ciao, che fai? Nemmeno mi saluti?»
Neanche avessi novanta anni, mi rialzo tutto acciaccato per accoglierla.
«Buongiorno tesoro.» Ci baciamo teneramente e le accarezzo i capelli spostandole una ciocca dietro all’orecchio. Mi mancava il suo profumo di balsamo al cocco. Il frutto esotico di per sé non mi piace molto, ma su di lei ci calza a pennello. Si abbina perfettamente alla sua pelle setosa che sa di camomilla.
«Sei bellissima», affermo convinto. Anna è oggettivamente una gran bella donna. Di quelle che quando le vedi camminare per strada tutti si girano. Vanta un fisico perfetto, alta più di un metro e settanta, snella, ma non troppo e con le curve posizionate nei punti giusti.
Possiede anche un viso angelico acqua e sapone, contornato da dei capelli mossi e scuri stile Penelope Cruz. Per concludere in crescendo, sfoggia con naturalezza due occhi azzurro chiaro disarmanti, il suo sguardo è in grado di leggerti nel profondo dell’animo e per lei io sono un libro aperto. Insomma dal ritratto appena delineato si capisce bene che sono ancora perdutamente infatuato di lei.
«Grazie», arrossisce, «ma che hai fatto sul volto?»
Si riferisce al taglio sulla guancia.
Avevo provato a camuffarlo con del fondotinta, ma il risultato si era dimostrato disastroso. Si notava ancora di più e quindi ho deciso di lasciar perdere.
«È solo un graffio», glisso, minimizzando l’accaduto. «Devo cambiare la lametta del rasoio.»
«Accidenti a te! Presta più attenzione la prossima volta», mi rimprovera con dolcezza.
«Come è andato il viaggio?» Cambio subito discorso.
«Noioso, il passeggero seduto accanto a me ha russato per tutto il tempo.»
«Accidenti! Sarai stanca allora.»
«Giusto un pochino, ma finalmente potrò godermi un paio di giorni di relax.»
«Peccato che vuoi riposarti, perché ho in serbo una sorpresa per te questo fine settimana e, a proposito … auguri», cinguetto orgoglioso del mio regalo.
«Pensavo che te ne fossi dimenticato», sorride lei a mezza bocca.
«Figurati, non me l’avresti mai perdonato.»
«Hai ragione.»
«Ecco tieni», esclamo mentre le porgo i biglietti per il concerto.
«Wow, non me lo aspettavo. In questo periodo provavo ad indovinare cosa mi avresti regalato, ma non ci avrei mai azzeccato. Complimenti hai fatto colpo», dice mentre strizza l’occhio.
«Sono contento che ti piaccia. Ovviamente un biglietto è per me», sghignazzo fiero della mia battuta.
«Beh se proprio insisti», sorride lei.
Quando è felice lo sono anche io. Mi riempie il cuore vederla così.
Finalmente Anna è tornata. Con lei accanto i problemi della mia vita sembrano rimpicciolirsi. Dopo tanti anni siamo ancora molto innamorati.
«Mi accompagni a casa o devo prendere un altro aereo?» Scherza tirandomi una gomitata affettuosa sul fianco.
«Vieni ti porto la valigia», mi propongo da buon cavaliere.
Dopo dieci minuti di chiacchiere riguardanti il suo viaggio di lavoro, raggiungiamo l’auto.
«Ecco dammi pure, faccio io.»
Isso il trolley per caricarlo nel bagagliaio. Mentre lo apro mi scappa una imprecazione.
«Ma sei andato a giocare a calcetto ieri sera?» Chiede Anna notando il borsone.
Ma come cavolo ho fatto a scordarmelo lì dentro? E io che pensavo di avere preso tutte le precauzioni possibili seguendo alla lettera il manuale del criminale perfetto. Ho badato ai minimi dettagli, ma mi è sfuggito proprio quello principale, dannazione a me.
«In realtà questa era l’intenzione ma poi ho cambiato idea, infatti come vedi è vuoto», rispondo la prima cosa che mi viene in mente.
«Ma allora perché lo hai messo in macchina privo dei vestiti scusa?» Domanda perplessa Anna.
Già perché? La mia fantasia in questo momento difetta di buone idee.
«Forse perché sono uno sbadato», sorrido forzatamente.
«Tu sei troppo preso per il libro», aggiunge Anna scuotendo la testa.
«Mi sa che è proprio così.» Tiro un sospiro di sollievo. Almeno mi sono premurato di gettare i giochini erotici di Erik nel bidone dell’immondizia due isolati lontano dal nostro appartamento. Quegli aggeggi sarebbero stati ben più complicati da giustificare dentro al bagagliaio.
Durante il tragitto verso casa la mia compagna mi espone con zelo alcuni aneddoti su Barcellona, raccontandomi anche di alcuni clienti pretenziosi incontrati al ristorante, i quali esigevano grossi sconti in cambio unicamente della loro simpatia. Conclude il monologo ragguagliandomi sul brutto carattere del suo capo. Quest’ultimo non è mai contento di come vanno gli affari e vorrebbe guadagnare sempre di più. Infine Anna mi racconta del clima asciutto e temperato trovato in Spagna, alludendo ad una vacanza il prossimo anno.
Mi rende orgoglioso sapere che ha interloquito con diversi acquirenti interessati all’acquisto dei nastri trasportatori. Il redditizio business aziendale che gonfia le tasche del titolare è tutto merito suo, anche se lei cerca di fare la modesta. Mastica inglese e spagnolo a menadito e sicuramente la sua bellezza, unita al savoir-faire che mostra solitamente in pubblico, hanno contribuito a concludere l’affare. Rifletto per un istante su quello che aveva detto Erik. «Qualcuno si scopa la tua ragazza.» Assurdo. Allontano con decisione quell'immagine e metto su un CD di Max Pezzali. Cantiamo tutte le canzoni a memoria fino alla traccia numero undici dal titolo «Nessun rimpianto». Che strana coincidenza penso io. Smettiamo solo perché siamo giunti a destinazione.
«Casa dolce casa», annuncia Anna abbozzando uno stretching con le braccia.
Saliamo le scale in religioso silenzio, consapevoli di quello che accadrà tra pochi minuti. È nostra consuetudine, ogni volta che Anna ritorna da un lungo viaggio, fare la doccia insieme per poi finire a letto travolti dalla passione. Dal suo sguardo intuisco il desiderio e mi pregusto il momento.
Ho appena ucciso una persona, non dovrei pensare a fare l'amore, dovrei essere oppresso dai sensi di colpa, ma al momento non provo "Nessun rimpianto".
Una volta entrati lancio le chiavi della macchina sul divano ed istintivamente mi viene da guardare il pavimento proprio nel punto dove giaceva Erik.
Il parquet risplende di luce propria, talmente tanto mi sono dato da fare per pulirlo. Come a leggermi nel pensiero Anna incrocia il mio sguardo.
«Hai addirittura passato il mocio, che uomo che mi sono trovata», mi schernisce baciandomi sul collo.
Mi eccito e contraccambio infilandole subito la lingua in bocca.
Lei mi posa una mano sul sedere, mentre io le mordicchio il lobo dell’orecchio.
«Aspetta un attimo che mi spoglio», respinge momentaneamente le mie avances.
Mi stacco malvolentieri e ne approfitto anche io per denudarmi. Anna intanto si toglie le scarpe ed accende automaticamente il televisore. Non le piace farlo nel silenzio.
«Io entro in doccia», annuncio già mezzo svestito.
«Arrivo, solo un secondo.»
Sfioro l’acqua con la punta delle dita per regolare la temperatura. Non voglio che sia troppo calda. Mentre bagno i capelli Anna mi richiama a gran voce, ma non riesco a capire quello che sta dicendo.
«Cosa hai detto scusa?» Domando affacciandomi alla porta, sgocciolando dappertutto.
«Vieni a sentire il notiziario», esclama con aria cupa.
«Ma proprio adesso?» Protesto spegnendo il getto del telefono. Le mie mire erano ben altre.
«Hanno ritrovato un cadavere al parco del Cormor», proclama portandosi una mano davanti alla bocca.
«Non ci posso credere», sussurro con un filo di voce. «Ma come cazzo è possibile?»
«Ma che ti prende, copriti per favore e sentiamo cosa dicono.»
Non mi sono nemmeno accorto di essere nudo. Anna alza il volume e io mi acquatto di fronte al televisore. La stanza gira come quando si è ubriachi. La giornalista sciolina lo scoop in questione con estrema disinvoltura ed accentua ogni parola che pronuncia. Per un istante sembra addirittura guardarmi diritto negli occhi, sicura della mia colpevolezza.
«Spostati, non riesco a vedere», si lamenta la mia ragazza. Neanche la sento, rimbomba tutto e le orecchie fischiano come una vecchia caffettiera chiusa male. Sono spacciato. Voglio spegnere il televisore, anzi spaccarlo in due, ma non servirebbe a nulla. Finirò comunque in galera, abbandonato da tutti. Anna non mi perdonerà mai.
Le immagini mostrano la zona dove ho nascosto Erik. Un gruppo di agenti in divisa setaccia l’area facendosi largo fra i cespugli, utilizzando persino dei cani al guinzaglio.
Un pastore tedesco abbaia a più non posso in direzione di un albero e il suo addestratore lo segue richiamando l’attenzione dei colleghi. Incredulo per la notizia mi viene da piangere.
Anna appoggia una mano sulla mia spalla e sono così scosso che sobbalzo dalla paura.
«Ehi Alex tutto bene?»
«Si, anzi no per niente», rispondo prima di svenire.