Capitolo 7 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
Riapro gli occhi e trovo Anna inginocchiata al mio fianco, mi tiene sollevato il capo e prova a farmi rinvenire colpendomi con dei leggeri buffetti sulle guance. Il suo volto è visibilmente preoccupato. Le si forma una minuscola ruga sotto al mento quando qualcosa la turba.
Ci impiego pochi secondi per ricordarmi in che razza di guaio mi sono cacciato. Non so cosa dire, provo a parlare, ma non mi escono le parole. Anna conosce bene Erik e potrebbe collegare la sua morte a me. Quasi certamente, mentre sono svenuto, il telegiornale avrà citato addirittura il mio nome. Se la polizia è arrivata fino al parco del Cormor in così breve tempo è presumibile che sia a conoscenza anche di chi sia l’assassino.
Mi sono comportato in modo strano da quando è tornata e lei se ne è accorta. A una donna non sfugge niente, soprattutto ad Anna. E poi come già anticipato, per lei sono un libro aperto. Sento che sa tutto. Lo capisco da come mi guarda. Socchiudo le palpebre attendendo la ramanzina della mia ragazza.
«Vuoi un po’ d’acqua tesoro? Hai avuto un calo di pressione credo.»
Mi chiama ancora con dei nomignoli affettuosi. Forse non pare verosimile nemmeno a lei quello che sta accadendo.
«Ti senti meglio?» Insiste, posandomi dolcemente una mano sulla fronte. Mi osserva con tenerezza. Ho la sensazione che non trovi le frasi giuste per scaricarmi. Perché so bene cosa succederà tra poco. Mi mollerà, non rimarrebbe mai insieme ad un assassino.
Dalla mia bocca esce un suono gutturale, simile ad un verso animalesco. La lingua si allappa e stento a deglutire. Mi schiarisco la voce per spiegare come è andata in realtà con Erik. Anna merita di conoscere la verità.
«Dai coraggio mettiti seduto», mi incoraggia lei anticipando la confessione.
Mi aiuta a sollevarmi prendendomi da sotto le braccia. La testa gira ancora e mi sento rintronato. Sicuramente la polizia è già sulle mie tracce e non voglio che la mia fidanzata lo venga a sapere da estranei. Abbasso lo sguardo, pronto ad affrontare il mio triste destino.
In un baleno mi scorrono davanti agli occhi i momenti più belli della mia vita e d’istinto li paragono a quelli brutti che sarò costretto ad affrontare nell’immediato futuro. La prigione mi sta aspettando, assieme a tutto il dolore dei miei cari, una volta scoperto chi sono in realtà.
«Mi dispiace», esordisco mogio.
«Ma figurati, non ti devi preoccupare, l’importante è che adesso stai bene», risponde Anna porgendomi un bicchiere di acqua fresco. Si muove come sempre con leggiadria e non sembra affatto arrabbiata o sorpresa.
Prendo in mano il calice e la guardo stranito. Perché non mi tempesta di domande? Sa bene chi è Erik e scoprendolo morto dovrebbe reagire diversamente. Come minimo dovrebbe essere scossa. Probabilmente capendo che sono coinvolto nell’omicidio non vuole infierire e gira intorno al discorso in attesa di cogliere il momento opportuno per introdurre l’argomento con più delicatezza possibile. Oppure la sto sopravvalutando e mi trovo semplicemente in preda alla paranoia? Il cervello ristagna in una confusione totale. Una lacrima ribelle mi riga il volto senza che riesca a trattenerla.
«Amore ma stai piangendo?»
«Perdonami se puoi, io non volevo assolutamente.»
«Ma che diamine stai blaterando?»
«Quel cadavere.. È orribile, nasconderlo tra i cespugli poi, Dio mio che orrore», singhiozzo ripetutamente come un moccioso.
«Non ti facevo così sensibile, ma in fondo condivido il tuo pensiero, una ragazza così giovane non merita di fare quella fine.»
«Una ragazza?» Domando sbigottito voltando il capo in direzione del televisore. Il notiziario però è già terminato. Danno quello stupido programma della De Filippi che odio tanto. Lo trasmettono ad ogni fascia oraria. Provo dell’ira inaudita per il fatto che mi sono perso il telegiornale. Per sbaglio mi mordo addirittura la lingua. Sono fuori di me.
«Non aveva neanche venti anni», prosegue Anna scuotendo la testa. Non si accorge della mia collera e quindi provo a darmi una regolata.
Ma che cavolo mi sta dicendo la mia fidanzata? Erik non ha affatto venti anni.
Il delirio aumenta. Eppure ho udito con le mie stesse orecchie ed osservato con questi occhi che gli sbirri si trovavano proprio nel posto dove ieri notte ho imboscato Erik. Discutevano riguardo ad un cadavere, ne sono più che sicuro. Per questo motivo ho perso i sensi.
«Una donna hai detto?» Ripeto con espressione stralunata. Mi scordo di richiudere la mascella e l’espressione che ho appena assunto somiglia a quella di un ebete.
«Secondo me sei ancora frastornato. Domani prenotiamo una visita dal dottore per controllare la pressione», ingiunge categorica Anna, che sembra essere all’oscuro del mio segreto.
«Quindi al parco del Cormor hanno trovato una ragazzina. Che buffo», commento tradendomi scioccamente.
Anna mi scruta come se fossi impazzito, ma non lo sono affatto. Non capisco come sia possibile. Forse gli agenti forniscono false piste per fare uscire allo scoperto il vero assassino? Improbabile, non ne vedo proprio il motivo.
«Al giorno d'oggi non si può stare tranquilli neanche al parco», afferma Anna spiaggiandosi sul divano.
«Già», sussurro in cerca del telecomando.
«Anche io in passato ogni tanto frequentavo quella zona per andare a correre. D’ora in poi non girerò mai più da sola.»
«Nessuno deve andare da quelle parti. È pericoloso.»
Soprattutto si rischia di trovarci un altro cadavere, penso tra me e me. Gli sbirri non ci metteranno molto a riesumare anche Erik.
Cambio canale e un altro telegiornale locale aggiorna i telespettatori riguardo all’omicidio del parco. I sottotitoli che scorrono in sovrimpressione scrivono di una diciassettenne con la gola sgozzata ritrovata legata ad un albero. La giornalista chiosa la notizia con enfasi e ipotizza le generalità della vittima. Una giovane studentessa di nome Clara Pandolfi è scomparsa di casa da due giorni e si presuppone che il cadavere in questione sia proprio il suo.
La madre la credeva al mare con le amiche, ma al contrario delle sue coetanee non ha mai fatto ritorno dai propri cari. Il viso della fanciulla purtroppo è stato maciullato, di conseguenza risulterà difficile da identificare. Si attende dunque la conferma dei genitori. La denuncia di scomparsa è stata effettuata il giorno prima e plausibilmente si tratta proprio di lei.
Il servizio seguente mostra una panoramica dall’alto del parco del Cormor. L’elicottero riprende la fitta boscaglia e per un attimo viene inquadrato il grande faggio vicino alla stradina ghiaiosa. Lo riconoscerei fra mille quel cazzo di albero.
L’inviata spiega che la polizia indugia a fornire ulteriori informazioni per timore di compromettere l’indagine in corso, ma comunque si è quasi certi dell’identità della povera Clara.
Mandano in onda una registrazione per chi si stesse mettendo in ascolto solo adesso. Un corrispondente senza cuore, dalle sopracciglia folte ed arcuate intervista i genitori della malcapitata. Detesto quando tentano in tutte le maniere di fare salire l’audience, strappando qualche lacrima ai diretti protagonisti della vicenda. Il cinico reporter si accanisce con il padre esortandolo a raccontare di quanto Clara sia stata una brava ragazza ed una studentessa modello. Il poveretto è palesemente in stato di choc e fissa il vuoto mugugnando frasi incomprensibili. Quello squalo del cameraman lo riprende con un primo piano degno di un film Western, zoomando sulla pupilla lucida. Che razza di bastardi, lasciateli in pace dannazione.
La linea ritorna allo studio e il solito psicologo criminale da quattro soldi si collega in diretta streaming con il TG. La conduttrice lo invita a tracciare un profilo del killer e lui, senza sapere nemmeno cosa sia successo, parte con la sua filippica gremita di preconcetti. Per ogni omicidio è sempre la stessa storia. Secondo il criminologo, chi commette tali reati ha patito grossi traumi da piccolo, quasi certamente subendo anche degli abusi sessuali da parte dei genitori. Frequentazione di compagnie sbagliate in età adolescenziale, scelte discutibili in ambiti sociali e modelli da seguire sconsigliati. In parole povere il passato turbolento del soggetto rifletterebbe sulla sua attuale personalità, influendo in modo negativo sulle azioni del medesimo. Tutte queste violenze psicologiche arrecate ai sui danni lo porterebbero a percepire la realtà in maniera distorta. Insomma il soggetto soffrirebbe di gravi disturbi psichici e non distinguerebbe in modo ottimale la differenza tra il bene e il male.
Stronzate da bar. Io per esempio ho trascorso una infanzia felice.
L’inviato appostato nel giardino di casa dei genitori della presunta vittima chiede nuovamente la linea per un aggiornamento.
«Confermata l’identità della ragazza», esclama il giornalista col microfono attaccato alle labbra, «Si tratta come anticipato di Clara Pandolfi, la madre l’ha riconosciuta pochi secondi fa.»
Sorrido come un fanciullo che tiene in mano un lecca-lecca.
Anna, che nel frattempo sta seguendo il TG senza nemmeno sbattere le ciglia, si volta indignata verso di me.
«Ora te la ridi sotto ai baffi? Un attimo fa piangevi. Sei piuttosto bislacco oggi», afferma perplessa per il mio atteggiamento.
«Non più del solito», taglio corto. Per colpa della eccessiva tensione mi sono persino dimenticato di respirare durante gli ultimi minuti. Inspiro a lungo gonfiando il petto e poi soffio fuori l'aria rumorosamente. Durante il mio primo lavoro come aiutante in una palestra di CrossFit ho imparato il training autogeno ed in questo momento mi torna molto utile. Una lattina di birra ghiacciata aiuterà a migliorare ulteriormente il mio stato d’animo. La vado subito a prendere dal frigo e la tracanno tutta di un fiato.
È accaduto qualcosa di incredibile. Uno sconosciuto ha ammazzato una povera innocente e nascosto il suo corpo proprio nella zona dove giace Erik. Di colpo mi torna in mente un particolare assai rilevante. Se hanno ritrovato la ragazza significa che sono vicini anche a scoprire il mio vicino di casa. Per giunta, oltre al sottoscritto, in giro per Udine si aggira un killer spietato. Questa constatazione è spaventosa e mi siedo per somatizzare ciò che ho appena appreso.
Inizio a ragionare velocemente. Ripercorro mentalmente le mie azioni da quando sono partito in macchina con Erik nel bagagliaio, fino al mio ritorno. Un brivido freddo mi percorre la schiena facendomi drizzare anche i peli del collo.
La luce improvvisa apparsa nel buio, un movimento sospetto fra gli arbusti… Non ero solo ieri notte. Forse proprio in quell’istante un altro criminale stava uccidendo la propria preda.
Ho rischiato grosso, magari nell’oscurità ci siamo addirittura sfiorati senza accorgercene. Entrambi abbiamo avuto la stessa folle idea. Pazzesco, da non crederci. Eppure più ci penso e più mi convinco che sia andata proprio così.
E se per caso mi avesse visto? No impossibile, mi sarebbe corso dietro per uccidermi. In quel momento ero un possibile testimone.
«Vai a farti la doccia, oggi sei assente», riprende Anna svegliandomi dal torpore. Sono così assorto nei miei pensieri che ancora non indosso alcun tipo di indumento, se non un asciugamano che mi copre unicamente le parti basse. Me lo deve avere avvolto attorno al busto Anna una volta svenuto.
«Sono scosso dalla notizia», annuncio raccontando la verità. Non me ne capacito. Tutto sommato è stata una gran botta di fortuna. Fino a pochi secondi fa mi sentivo spacciato e braccato dalla polizia. Esulto dentro di me. Bacio la mia consorte sulla guancia, ma lei schiva l’effusione fingendo di occuparsi della valigia.
«Io intanto svuoto i bagagli», mi informa voltando la testa dall’altra parte.
L’opzione sesso ovviamente è sfumata, ma non importa. L’ho scampata bella, devo essere felice.
Ritorno in bagno a rimuginare. Il getto d’acqua ghiacciato è una vera manna per i miei muscoli tesi. Provo a rilassarmi, ma mi risulta impossibile. Non mi sento al sicuro. Mi rivesto con calma, mi devo comportare normalmente con la mia fidanzata, altrimenti inizierà a pormi mille domande.
«E questo che cosa sarebbe?» Grida Anna dall’altra stanza. Dal tono della voce pare terrorizzata.
Esco di corsa verso il salotto e me la ritrovo di fronte con addosso una espressione esterrefatta.
«Alex ma che cazzo succede?» Urla con un sacchetto di cocaina in mano.
Non mi intendo molto di droga e porcherie simili, ma sono abbastanza certo che quella polverina bianca sia cocaina e credo anche di sapere come è finita in casa mia. Ce l’ha piazzata quello stronzo di Erik.
Ecco perché girava a zonzo per il soggiorno, voleva nasconderla. Forse qualche suo amico tossico intendeva rubargliela o, ancor più probabile, doveva disfarsene prima che la polizia la trovasse fra le sue tasche. La cosa certa è che non posso confessare ad Anna che Erik è stato di recente qui da noi. Se ritrovano il suo cadavere lo collegheranno immediatamente a me.
La mia fidanzata mi fulmina con lo sguardo. Regge il sacchetto con la mano destra e con l’indice sinistro punta dritto verso il mio viso.
«Allora? Esigo una spiegazione», grugnisce furiosa.
«Quella è droga», affermo scioccamente senza sapere che altro aggiungere.
«Me ne sono accorta», sbraita, gonfiando le guance come un rospo. «La domanda è cosa cazzo ci fa in casa nostra!» Impreca ingiurie irripetibili sventolandomi il sacchetto sotto al naso. In tutti questi anni non la ho mai sentita utilizzare un lessico così scurrile.
«Ce la avrà messa qualcuno, io non faccio certo uso di quella robaccia», indietreggio, raccontandole la verità.
«Quindi mi vuoi far credere che uno sconosciuto si è intrufolato di soppiatto nel nostro appartamento ed ha infilato della cocaina dietro al tostapane?»
Dunque è lì che la ha nascosta quel farabutto. Ripenso ai movimenti di Erik e in effetti si era diretto proprio verso i fornelli della cucina. Come cavolo ho fatto a non accorgermene? Accidenti alla mia ingenuità.
«Sarà stato Erik», azzardo troppo in fretta. Pronunciare quel nome mi provoca i sensi di colpa. La voce si spezza a metà frase, ma oramai la frittata è fatta. Anna adesso lo sa.
«Ma chi? Il nostro vicino? E cosa è venuto a fare qui da noi?» Chiede Anna ancora sul piede di guerra.
«Voleva dello zucchero», mento saggiamente. Se le dicessi dei soldi si insospettirebbe ulteriormente.
«E tu lo hai fatto entrare?»
«E cosa avrei dovuto fare?», protesto piuttosto animatamente.
«Passargli lo zucchero senza invitarlo dentro. Quello è un tipo strano. Non mi meraviglio affatto che ne abbia approfittato per imboscare della droga. Chissà in quali giri loschi è coinvolto quel manigoldo.»
Tiro un sospiro di sollievo. Me la sono cavata. Se l’è bevuta. Resta il problema che adesso la mia compagna sa che Erik è stato da me. Del resto non avevo alternative, ho rischiato e mi è andata bene. Almeno per il momento.
«La prossima volta per favore presta più attenzione.»
Le strappo via la polverina bianca di mano e getto il sacchetto nell’immondizia.
Anna si tuffa contro il mio petto e mi abbraccia forte. «Non dubito di te, ma ho preso un colpo quando ho visto quella schifezza dietro al tostapane.»
«Non so nemmeno come si assumano certe sostanze», ammetto in totale onestà.
«Mi spiace averti accusato ingiustamente. Me ne pento. Anzi sai che faccio? Vado di là e gliela riporto. Che si tenga la sua merda.»
«Ma sei impazzita?» Urlo terrorizzato e Anna mi osserva spiazzata per la mia reazione spropositata.
«Potrebbe essere pericoloso. Lasciamo perdere. La butto via io nei bidoni qui fuori.»
"Non dovremmo avvertire la polizia?"
Di nuovo un sussulto. Il mio sistema nervoso non reggerà a lungo.
"Meglio di no, farebbero fatica a credere che la coca sia finita qui per caso."
Raccolgo il sacchetto dalla spazzatura senza concederle il tempo di replicare ed esco di casa quasi correndo.
«Forse hai ragione. Se però stasera Erik organizza uno dei suoi cavolo di festini, giuro che lo denuncio e racconto tutto alla polizia.»
Quell’ultima parola mi provoca l'ennesimo brivido.
«Torno subito», saluto Anna con un bacio stile Clark Gable in via col vento e scendo le scale.
Mi trovo inevitabilmente in stato confusionale. Mi illudo di essere lucido, ma non lo sono affatto, lo dimostra la dimenticanza del borsone nel bagagliaio della macchina. Tra l’altro dovrò lavarlo al più presto per eliminare ogni possibile traccia della vittima.
Una volta in strada mi accerto di non essere spiato da nessuno. Getto via titubante la cocaina nell’indifferenziata. In effetti non so manco come si smaltisca, ma questo è l’ultimo dei miei problemi adesso.
Apro il bagagliaio e afferro il borsone per dargli una energetica scrollata. Lo scuotimento fa scivolare giù una patina di polvere grigia che giaceva sul fondo di plastica. Sul retro, aggrovigliato alla cerniera posteriore, spunta perfino un filo di erba. Dovrò assolutamente portarlo in pulitura, sarò più tranquillo con un lavaggio completo eseguito da un professionista.
Chiamo Anna col cellulare.
«Dimmi tesoro che succede? Sei cascato dentro al bidone della spazzatura?» Sorride ironicamente.
«Mi sono scordato di fare il pieno», improvviso con l’intento di spostare la macchina e andare dritto in lavanderia.
«Mi sembrava che avessi ancora due tacche.», commenta la solita precisina. Non le scappa mai niente, dannazione.
«Ti sarai sbagliata.» Rimango fermo nella mia posizione augurandomi che ci caschi.
«Non puoi andarci domani?»
«Di sabato sono chiusi e non usufruirei dello sconto regionale», ribatto fiero per la mia prontezza di riflessi.
«Ok allora ti aspetto. Neanche a farlo apposta quel cretino di Erik sta producendo un baccano tremendo di là.»
Quella frase mi catapulta in un’altra dimensione. «Ma come è possibile?» Balbetto tremolante.
«Si starà preparando per il party del venerdì sera. A giudicare dal fracasso sembra che stia ribaltando tutta quanta la palazzina.»
«Arrivo», esclamo in catalessi.
«Ma non dovevi andare a fare benzina?»
«Può attendere.»
«Anche se torni su non possiamo farci niente, se non chiamare come al solito i carabinieri.»
Giuro che se sento ancora pronunciare qualche parola che abbia a che fare con le forze dell'ordine esplodo.
Coi battiti a mille risalgo sul pianerottolo adiacente alla casa di Modonutti. Sento in lontananza gli U2 che suonano un loro grande successo e la musica proviene proprio da dietro alla porta di Erik. Aggredisco i gradini a quattro a quattro e diverse immagini mnemoniche mi scorrono davanti. Ho solo sognato di uccidere Erik? Sono diventato pazzo di colpo? Di là c’è un fantasma? La cosa certa è che qualcuno sta causando un gran chiasso. Anna non si sbagliava. Qualcuno si trova da Erik. Il suo spirito vendicativo forse? No, non ho mai creduto al paranormale. Per la miseria, una spiegazione logica ci dovrà pur essere. O forse no. In fondo in questo periodo non c’è niente che si avvicina neanche lontanamente alla normalità.
Accosto l’orecchio allo stipite per ascoltare meglio, ma Anna mi coglie sul fatto e fa segno di andarmene via.
«Ma cosa diavolo combini?» Sussurra preoccupata. «allontanati subito da lì.»
Mi viene quasi un infarto quando sento le casse amplificate spegnersi e riaccendersi dopo pochi secondi. La musica proviene senza ombra di dubbio da qui dietro.
«Eccolo che riattacca», esclama Anna infastidita.
«Ma è assurdo, non è vero.» Piango a dirotto senza rendermene conto e sbatto i pugni contro la parete per la disperazione.
«Tesoro rilassati, Dio mio quanto sei stressato. Questo tizio ti ha proprio esaurito. Adesso la facciamo finita e chiamo le forze dell’ordine.»
Ora esplodo per davvero.
«No, ti prego,» la supplico inginocchiandomi a terra.
«Ma che ti prende? Tu hai davvero dei grossi problemi. Ti comporti in modo assurdo oggi.»
«Non voglio ulteriori grattacapi. Ho deciso. Ce ne andiamo, compreremo una casa nuova. Non posso attendere un giorno di più.»
Direi qualsiasi cosa pur di non incontrare gli sbirri e so che questa frase è la formula magica in grado di distrarre Anna dal chiamare la polizia. Non mi spiego tuttavia come sia possibile che qualcuno si stia sollazzando nell’appartamento di Erik e suoni pure della musica, ma l’importante è che nessuno con addosso l’uniforme entri lì dentro. Sarebbe la mia fine.
«Finalmente», gioisce Anna venendomi incontro. Gli occhi le brillano dalla felicità. Come volevasi dimostrare.
«Non sopporto più questo condominio.»
«Neanche io», aggiunge lei avvinghiandosi ancora più forte a me.
Mentre ci abbracciamo, odo alle nostre spalle il rumore di una chiave che gira all’interno della serratura.
Qualcuno sta uscendo dall’ingresso dove vive Erik, anzi viveva. Il cuore mi rimbalza fino all’altezza della gola.
«Ciao ragazzi, avete visto il mio fidanzato?» Domanda una ragazza bionda col piercing al naso ed un enorme tatuaggio a forma di serpente sul braccio.
Per miracolo non vomito tutta la colazione sul pavimento.