Capitolo 8 - Un cadavere di troppo
By Gabriele Driussi
«Quindi lo avete visto si o no?» Ripete la ragazza con atteggiamento ostile, quasi minaccioso. Degna del proprio compagno, penso io. Della serie chi si assomiglia, si piglia.
Anche lei come Erik non si presenta affatto bene. I capelli non hanno visto lo shampoo da almeno una settimana, considerato quanto sono crespi ed unti, mentre le doppie punte gridano vendetta ed attendono una bella sfoltita dalla parrucchiera. Il naso è costellato di lentiggini e sulla narice destra vi è appeso un piercing sbrilluccicante di gusto discutibile. Come se non bastasse la poveretta possiede due orecchie a sventola simili al topolino Fievel e gli orecchini che indossa sono così orribili ed esageratamente lunghi che le mettono in evidenza ancora di più il padiglione auricolare.
Anche lei, come il suo partner, pesa quaranta chili bagnati, ma a differenza di Erik veste in modo super aderente. Indossa dei pantaloni in pelle attillatissimi che le disegnano la forma del sedere lasciando poco spazio all’immaginazione. Ai piedi calza delle zeppe rialzate color marrone chiaro che le fanno guadagnare dieci centimetri in altezza. Anche se tiene la camicetta sbottonata per risaltare il seno, fatico ad intravedere qualcosa al suo interno, visto che è completamente piatta.
«Dunque? Siete forse stranieri che non rispondete?» Domanda con tono scorbutico. Mentre parla mastica un chewing gum e lo fa schioccare sotto ai denti.
Odio i cafoni, vorrei darle una bella lezione, ma è meglio tenersela buona.
«Pensavamo che fosse in casa», mormoro con un filo di voce.
«Invece no. Gli avrò mandato almeno dieci messaggi, ma non mi calcola. Ha sempre il silenzioso quello svalvolato. Doveva comprare più bottiglie», afferma scuotendo la testa.
«Magari si è stufato di disturbare i vicini e almeno per questa sera non farà casino», incalza Anna piuttosto stizzita. Quando incrocia le braccia ed inarca le sopracciglia è meglio girarle alla larga.
La compagna senza nome di Erik però non coglie l’ironia del messaggio. L’unica sua preoccupazione è quella di avvertire il fidanzato che mancano i rifornimenti per la serata. Tradotto in parole povere, ci sono pochi super alcolici a disposizione e gli ospiti rischiano di non ubriacarsi.
«Se non ritorna dovrò andare a comprarli io, porca puttana», impreca senza il minimo ritegno. Come se i suoi cavolo di problemi riguardassero il mondo intero.
Le scappa spesso da tossire e tira su forte col naso. Quella non è una donna, ma una scaricatrice di porto. Probabilmente anche lei drogata a giudicare dal tremolio delle mani. Noto che al dito medio sfoggia un vistoso anello d’argento incastonato di diamanti. Non posso fare a meno di pensare che sia il bottino di una rapina. Dubito che il personaggio che mi trovo di fronte lavori come impiegata in banca e tanto meno svolga mansioni di intelletto, quindi difficilmente può permettersi un lusso del genere. Ma magari sono semplicemente pieno di pregiudizi.
«Io vado al centro commerciale, se lo vedete, riferitegli che mi deve dei soldi», brontola allontanandosi e aggiungendo una miriade di improperi.
Ci rifila una spallata e se ne va.
«Accidenti che bel rapporto che hanno quei due», ridacchio sotto ai baffi.
Anna è attonita, si gratta la nuca e incrocia il mio sguardo in cerca di complicità.
«Mai conosciuto un soggetto del genere», ammette facendo spallucce.
«Io si, il suo compagno.»
Rientriamo nella nostra modesta dimora. Non mi levo dalla testa che con la fidanzata di Erik tra i piedi, mi trovo in serio pericolo. Prima o poi scoprirà che il suo ragazzo è sparito nel nulla e di conseguenza chiamerà la polizia. Per un attimo mi sfiora l’idea di eliminare anche lei.
La vibrazione di un messaggio interrompe le mie tenebrose elucubrazioni. È il cellulare di Anna.
«Il mio capo», proclama diventando paonazza in viso.
«Devo recarmi urgentemente in ufficio», aggiunge prendendo sotto braccio la borsetta.
Mamma mia quanta fretta.
«Ma sei appena tornata da un lungo viaggio», protesto, ma non troppo. Mi fa comodo che si allontani per un po’. Ho intenzione di effettuare un sopralluogo in casa del mio vicino, prima che la sua amichetta faccia ritorno.
«Mi tocca aggiornare dei file e compilare alcune scartoffie, ma non ci metterò molto, non preoccuparti», mi rassicura sistemandosi una ciocca di capelli ribelle.
Il suo atteggiamento non mi pare normale. La conosco bene in ogni suo piccolo gesto e sfaccettatura, so bene che quando si sposta ansiosamente la frangia, significa che è in stato di agitazione.
Ovviamente non insisto per trattenerla, ho i minuti contati.
«Ok, ma mi raccomando tieniti libera almeno per il concerto di domenica.»
«Ci mancherebbe», sorride forzatamente.
«Così prendo la tua macchina e vado a fare benzina.», bofonchia prima di uscire.
Mi ha preso alla sprovvista e non riesco a replicare. La pulitura del borsone dovrà attendere.
Non va mai niente secondo i piani. Arrabbiato decido che devo assolutamente intrufolarmi nell’appartamento di Erik, approfittando del momento che dentro non c’è nessuno. Devo scoprire se per sbaglio ha dimenticato il cellulare da qualche parte. Sicuramente ieri non ce lo aveva con sé. Se la sua ragazza sostiene che normalmente usa tenerlo in modalità silenziosa, allora potrebbe essere che si trova ancora in casa sua. Urge recuperarlo ad ogni costo.
Le nostre abitazioni giacciono parallele al primo piano, quindi mi reco in giardino nella speranza di trovare la finestra della terrazza aperta. È estate e tutti quanti lasciano socchiuse le finestre per far girare un po’ di aria.
Mi aggiro guardingo sul prato del condominio in cerca di un pertugio e finalmente la fortuna gira dalla mia parte. Il finestrone che dà sulla terrazza esterna è spalancato. La compagna smorfiosa di Erik non si è nemmeno premurata di tirare giù la zanzariera. Basterà arrampicarsi sulla grondaia, fare leva sugli arti posteriori e con un balzo saltare sul balcone. Mi ritengo abbastanza agile e per me sarà un gioco da ragazzi visto che l’altezza non è poi così alta.
Una signora della palazzina di fronte sta mettendo a stendere la biancheria intima e sembra interessata a seguire le mie mosse. Razza di impicciona, farsi gli affari propri no eh? Si tratta di Lucia, la pensionata d'oro. Praticava come avvocato in uno studio legale in centro città e da sempre tiene il vizio di ficcare il naso ovunque. Avrà smesso di lavorare da almeno tre lustri, ma non è affatto vecchia, si è no che arriva a sessanta anni. I conti non tornano, ma non è certo il momento adatto per spulciare i suo contributi dell’INPS.
Fingo di raccogliere alcune erbacce da terra lasciate dall’impresa di giardinaggio passata qualche giorno fa ed aspetto che la megera distolga lo sguardo da me.
Lucia è talmente attenta a spiarmi che si deconcentra e per sbaglio le casca un reggiseno sul pavimento. Ne approfitto immediatamente per appendermi alla grondaia. Ci metto due secondi a scalarla. Spingo come un dannato sui talloni. Una volta raggiunta l’altezza necessaria mi lascio cadere. Piombo a terra con la delicatezza di un puma. Una performance da applausi, anche Messner sarebbe fiero di me. Do’ un occhiata alle altre terrazze per vedere se qualcuno si è accorto della mia presenza, ma non scorgo anima viva. Anche l’ex avvocatessa è rientrata in cucina non badando più al sottoscritto.
Mi trovo nella tana del lupo. Sto commettendo una grave infrazione, ma del resto ho appena ucciso una persona e questa in confronto è una sciocchezza.
Spero di essere stato abbastanza svelto e mi auguro che la baby pensionata non mi abbia visto, altrimenti non saprei spiegarle il motivo per il quale sono qui.
Nonostante il finestrone sia aperto e la zanzariera sollevata, le stanze sono molto buie, ma non mi fido certo ad accendere la luce. Attendo fermo immobile per qualche secondo in modo da abituarmi all’oscurità. Oramai ci sono abituato ed infatti in un batter di ciglia ci vedo benissimo.
La zona soggiorno di Erik versa in condizioni pessime. Vestiti sparpagliati alla rinfusa dovunque, avanzi di cibo cinese dislocati a casaccio sul pavimento e piatti sporchi di plastica abbandonati sulle sedie. E io che pensavo di essere disordinato. Distrattamente calpesto qualcosa che produce un suono simile ad un clacson. Emetto un gridolino per lo spavento. Accidenti! È un giocattolo per animali, non immaginavo che Erik avesse un cane od un gatto. Compio due passi in avanti e scopro che l’animaletto domestico è proprio un felino.
Infatti, vicino alla parete noto una lettiera di modeste dimensioni con accanto un gomitolo rosso di lana sfilacciata. Evidentemente il passatempo preferito dell’amico pelosetto. Proseguo cauto, prestando attenzione a non inciampare sulle molteplici cianfrusaglie sparse per terra e mi dirigo verso la cucina.
Le birre dominano incontrastate la scena. Diversi fusti sono ubicati sia dietro che sopra ad un divano in pelle e due enormi casse amplificate sbucano fuori da sotto alcune magliette stropicciate.
Il forno è pieno di cibo andato a male e la puzza che emana è terribile. Si mischia con l’odore penetrante di canna che aleggia nell’aria.
Le ante dei pensili sono unte a dismisura. Tutta la cucina trasuda di grasso, probabilmente non è mai stata pulita da quando l’hanno montata. Noto sulla parete portante una macchia di muffa allungata verso il soffitto, poco più in là un ragno gigantesco tesse la propria tela indisturbato. Evidentemente si sente al sicuro. Nessuno si è mai premurato di cacciarlo via dopo tanti anni, quindi questa è anche casa sua.
Mi volto schifato da quel degrado e dietro di me intravedo delle lattine di plastica mezze iniziate con dentro dei mozziconi di sigaretta. Presumibilmente i beoni che partecipano alle feste organizzate da Erik le utilizzano come posacenere per spegnerci le cicche. Ho un conato di vomito, ma lo ricaccio dentro. Non ho voglia di mettermi a pulire anche qui. Del resto un mio rigetto non stonerebbe affatto, visto il contesto.
Sul tavolo da pranzo vi sono appoggiati un sacchetto di patatine e dei pop corn.
Il party è quasi pronto a decollare, mancano solo gli invitati e la ragazza di Erik con i super alcolici.
Scovare un cellulare in questa confusione sarà un’impresa ardua.
Sollevo alcuni cuscini e controllo sotto a delle canottiere sporche di sugo, ma non trovo nulla se non briciole di cracker. Ma come si può vivere così? I clochard sono meno incivili rispetto a questo idiota.
Sposto la mia ricerca nella camera da letto, ma oltre a polvere e caos, del cellulare non vi è alcuna traccia. Disperato inizio a sudare per la tensione. Sto perdendo tempo, la compagna di Erik rientrerà a minuti. Mi soffermo per un istante a riflettere.
Dove può una persona comune dimenticare un telefono? La risposta viene da sé. Come ho fatto a non arrivarci prima? Ovviamente in bagno. Sono certo che Erik non si separa mai da quell’aggeggio. Quelli ignoranti come lui ne sono completamente dipendenti. Corro verso i sanitari e bingo. Non sbagliavo. Lo smartphone si trova appoggiato in bella vista sulla mensola di fronte allo specchio del bagno. Probabilmente il vanitoso si stava pettinando prima di venire a farmi visita.
Mi meraviglio di come la sua fidanzata non lo abbia notato. Tuttavia non mi stupisco affatto se quella creatura, nascosta dietro alle sembianze di una donna, espleti i propri bisogni nella sala da pranzo. L’odore pregno di urina che mio malgrado ho annusato per tutta le stanze me lo fa sospettare. E non credo sia tutta colpa del gatto.
Soddisfatto infilo il cellulare in tasca ed osservo per un attimo il mio volto riflesso allo specchio. Non mi riconosco più. Mi vedo invecchiato di almeno dieci anni. Le rughe solcano il viso, non curanti della mia giovane età. Due occhiaie simili ad un panda mi trasformano in uno zombie. Infine gli occhi arrossati completano il quadro disarmante del mio aspetto. Dannazione quanto sono trascurato.
Mi sciacquo la faccia per darmi una ripigliata, quando un rumore improvviso mette in allerta i miei sensi. Ho temporeggiato troppo, la compagna di Erik è tornata.
Mi trovo di nuovo nei pasticci.
Non muovo un muscolo. Interrompo il respiro restando in totale apnea. Tiro dentro anche la pancia, contraendo gli addominali. Sono teso come una corda di violino. Sento la compagna di Erik sistemare la spesa di là nel soggiorno. Sciabatta rumorosamente, non si sforza nemmeno di sollevare i talloni e trascina i piedi in maniera fastidiosa. Qualche vetro sbatacchia all’interno delle borse provocando il dissenso della ragazza. Evidentemente con tutti i soldi che ha pagato, non vuole rompere le bottiglie dei super alcolici.
Prego il signore che non le scappi la pipì e spero che se ne vada al più presto. Non posso in alcun modo fuggire via da qui senza essere notato, la finestra del bagno è sbarrata con delle spesse grate di ferro e comunque troppo piccola per passarci in mezzo.
Anche se mi fiondassi fuori, correndo verso l’uscita, verrei scoperto. Sono veloce, non invisibile. Mi serve un’idea. Una buona idea. Scorro distrattamente il display del cellulare di Erik ed ho un illuminazione. Tra le varie chiamate perse, ne compaiono sette di una certa Monica. Appartengono per forza alla sua ragazza. Lei stessa poco fa ha affermato di averlo contattato più volte senza successo. Le scriverò in modo da allontanarla da me.
Dallo scalpiccio crescente delle zeppe, capisco che si sta avvicinando alla toilette. Devo agire in fretta.
«Ciao tesoro sono andato a fare un giro, scusa se non ho fatto caso alle chiamate.» Invio il messaggio ed incrocio le dita. Silenzio. Si è fermata. Annaspo col naso e mi pare che lo sbuffo delle nari emetta un fischio assordante. Riesco a percepire distintamente anche il battito del cuore che sta danzando a ritmo di rumba. Mi sembra impossibile che nessun altro lo senta, ma ragionando a mente fredda, a meno che Monica non possieda un udito alla Superman, per fortuna non può avvertirlo.
Non trascorre nemmeno una frazione di secondo e vedo che mi sta rispondendo. «E da quando in qua mi chiami tesoro? Dove sei sparito? Mi devi dei soldi. Sono andata io al supermercato a comprare la roba per sballare stasera! »
Davvero tosta la tipa. Cinica e sbrigativa. Dritta al sodo senza troppi preamboli. Avrei dovuto aspettarmelo da Erik che non fosse un romanticone. Di certo non utilizza nomignoli affettuosi quello. L’importante ora, però, è che la sua ragazza abbia mangiato la foglia.
Appoggio l’orecchio alla porta per intuire i suoi movimenti e mi sembra che passeggi nuovamente per la cucina. Distinguo perfettamente il tipico rumore delle ante e dei cassetti che si chiudono. Starà sistemando la spesa.
Un miagolio sofferente alle mie spalle mi fa rabbrividire. Il gatto è tornato e si struscia contro le sbarre della finestra. «Maledetta bestiaccia! Sta zitto o attirerai l’attenzione della tua padrona», mugolo con un filo di voce.
Fuffy però non mi ascolta e atterra sul lavandino con un agile balzo. Si lecca le zampe e mi osserva attentamente con sguardo di sfida, drizzando il pelo corvino. Lo accarezzo con diffidenza sulla testolina per tranquillizzarlo, ma il quadrupede spelacchiato non è in vena di effusioni e mi mostra i suoi denti aguzzi. Probabilmente ha fame e vuole uscire.
Si avvicina alla porta e la graffia con le unghie. Lo caccio via malamente con il piede, ma lui ritorna imperterrito a stridere sul legno.
«Sei tu Ricky?» Chiede la ragazza.
Ricky? Ma che cazzo di nome da affibbiare ad un gatto!? Monica torna ad appropinquarsi verso di me.
Porca puttana, non ci voleva. Apro di quel tanto che basta la porta per farlo uscire e la richiudo velocemente.
«Eccoti qui gattaccio, hai fame?»
Appena in tempo. Non si è accorta della mia presenza.
Rimango immobile. Monica si trova ad un passo da me. A dividerci c’è solo uno spessore di pochi centimetri. Per paura di provocare un qualsiasi tipo di cigolio, tengo ancora la mano sulla maniglia, ma se non la tolgo subito si accorgerà che è rivolta in giù. Stringo le palpebre e con estrema prudenza la rilascio lentamente facendola ritornare nella posizione corretta. Non vengo scoperto per miracolo. Se misurassi la pressione in questo istante esploderebbe la macchinetta.
«Ti vanno le crocchette di manzo?»
Ricky ringrazia a modo suo con un paio di fusa e gli viene servito il pranzo nella ciotola. Sento che rumina il pasto con voracità.
Butto l’occhio attraverso le grate e mi rendo conto che dovrò impegnarmi parecchio per proseguire con la pantomima di Erik che se ne è andato via di sua spontanea volontà. Già, perché la sua macchina si trova parcheggiata in strada e non sarà facile giustificare il fatto che sia ancora lì, mentre lui è sparito. Dannazione che situazione di merda. Sono intrappolato in un bagno che non è il mio e anche se riuscissi ad uscirne indenne, dovrei comunque fare i salti mortali per architettare un piano che sia credibile. Non avevo preso in considerazione quella dannata auto. A dire il vero non ho proprio badato a nulla. Le mie brillanti idee vanno tutte a rotoli appena vengono messe in atto.
Eppure fino a cinque minuti fa mi sembrava una buona intuizione appropriarmi del cellulare di Erik. Meglio in mio possesso piuttosto che nelle grinfie della polizia o di Monica. Si chiederebbe perché il suo compagno non se lo sia portato appresso.
Si, su questo non ci sono dubbi. In fin dei conti la mia trovata non è tutta da buttare. E poi posso sempre fare finta di essere lui, fino a quando Monica ci casca. Riprendo fiducioso il telefono in mano, ma prima di inviare un altro messaggio ci rifletto sopra e lo correggo diverse volte prima di spedirlo. Sono piuttosto indeciso sul da farsi.
«Raggiungimi e saldo il conto baby», azzardo provando ad utilizzare uno slang più volgare e moderno.
«Ma come cavolo scrivi oggi? Senti ti posso chiamare un secondo?»
«No, sono con amici», invento la prima scusa che mi viene in mente. Se solo si affacciasse sulla soglia del bagno mi scoprirebbe con in mano lo smartphone del suo ragazzo. A quel punto dovrei uccidere anche lei. Ma che cazzo sto dicendo? Come ho fatto solo a pensarlo? Sto delirando.
«Quel genere di amici?» Chiede inserendo diverse emoticon che sorridono.
Non immaginando di che cosa parla, rispondo semplicemente di sì.
«Allora arrivo immediatamente. Tienimi da parte un po’ di roba e non pippatevi tutto voi come al solito.»
Ecco a cosa si riferiva. Dio santo, odio questa gentaglia. Chissà se spacciano della droga anche a dei minorenni.
Dovrei rivolgermi alle forze dell’ordine, ma la soffiata potrebbe ritorcersi contro di me. Non sono certo nella posizione adatta per sporgere denuncia. Sarebbe un’arma a doppio taglio.
Decido che non è il momento per comportarmi da cittadino onesto e via sms le ordino di raggiungermi in stazione. Mi sembra il posto congeniale dove sniffare cocaina e soprattutto dista più di dieci chilometri da questo cazzo di bagno.
In cinque secondi Monica esce di casa. È bastato il richiamo della dose a farla sparire dalla circolazione.
Sono salvo. Rilasso i muscoli addominali e soffio fuori una ventata d’aria dalla bocca che stavo trattenendo dentro da diversi minuti.
Scappo via da questo posto maledetto. Effettuo un salto degno di nota giù dal finestrone e ruzzolo a terra rischiando di lussarmi una spalla. Me la cavo con una leggera storta alla caviglia, ma il dolore è più che sopportabile, l’importante è sparire da qui. Risalgo a tempo record le scale verso casa mia. Non mia ha visto nessuno, o almeno credo.
Monica, una volta giunta in stazione si chiederà dove sono, ovvero dove si trova il vero Erik e allora dovrò pensare a cosa risponderle. Anna non può scoprirmi con il cellulare di un altro e quindi mi occorre definire una strategia ben precisa.
Accidenti, è sfiancante coprire un omicidio. Avrei dovuto saperlo considerato che scrivo romanzi gialli.
Il telefonino squilla dentro alla tasca dei pantaloni, ma non è quello di Erik, bensì il mio.
«SO COSA HAI FATTO», recita il testo scritto in maiuscolo.
Rimango di sasso. Il mandante è anonimo. A cosa si riferisce? Ovviamente quando si ha ammazzato una persona si collega ogni cosa a quel fatto, ma tali parole sono davvero agghiaccianti in ogni caso.
In preda alla curiosità provo a rispondere. Le mani mi tremano e sono costretto a cancellare il testo più volte per gli errori di battitura. Dovrebbero inventare un t9 per questo genere di situazioni, un software che capisca l’angoscia di chi scrive.
Non faccio in tempo ad inviare l’sms che mi arrivano delle foto. Il soggetto protagonista degli scatti sono proprio io. Io mentre mi trovo al parco del Cormor, io di schiena che risalgo in macchina, io col borsone in mano e lo sguardo perso nel vuoto ed io con le mani nelle tasche.
Mi casca il telefono sul pavimento e non si rompe solo per miracolo. Mi sento mancare. Le orecchie sibilano in maniera penetrante e la stanza gira velocemente. Tutte sensazioni già provate, ma alle quali non credo mi abituerò mai. Riguardo le foto boccheggiando e cerco di darmi una spiegazione plausibile. Purtroppo non mi viene in mente nulla, perché non esistono spiegazioni. Anzi una, la più inquietante, esiste, eccome se esiste! Qualcuno mi ha visto.
Mi convinco mio malgrado che la luce adocchiata quella sera proveniva da un cellulare o addirittura da una macchina fotografica. Non ero solo. Sono fottuto. Il panico aumenta, i battiti accelerano a mille, li sento pulsare all’altezza della gola. Una didascalia sotto all’ultima foto mi dà il colpo di grazia. «SEI UN ASSASSINO.»
Non ci posso credere. Ma cosa diavolo ho combinato? Piango come un bambino. Desidero solo che la polizia venga ad arrestarmi per mettere fine alla mia sofferenza. Mi rannicchio su me stesso ansimando spasmodicamente
Pian piano riprendo a respirare normalmente e mi metto seduto sul divano, sollevando i piedi sopra ad uno sgabello. Torno a pensare a quella dannata sera. Probabilmente lo farò per tutto il resto della mia vita. Ma che cavolo ci faceva un’altra persona al parco del Cormor a quell’ora tarda della notte? La risposta però la conosco già. La notizia del telegiornale, il corpo di una giovane ragazza ritrovato fra i cespugli proprio dove si trovava Erik… Del resto lo sapevo che era stato commesso un altro omicidio, ma speravo di non venirne coinvolto. Ne ho già abbastanza del mio di cadavere, figuriamoci dover pensare anche ad un altro.
Anche costui che mi scrive è un assassino. Un vero assassino. Sudo freddo. Quante possibilità avevo di occultare un corpo nello stesso posto e nello stesso giorno contemporaneamente ad un serial killer? E che percentuale può configurarsi sul fatto che lo stesso tizio mi abbia seguito fino a casa e mi abbia scattato delle foto? Assurdo. Eppure sta succedendo per davvero ed è terribilmente spaventoso. Non bastava l’incidente con Erik? No, ci mancava anche uno psicopatico che mi spia. Mi sento perseguitato dalla iella.
La domanda vera però è la seguente; che cosa cazzo vuole da me questo tipo? E come diamine fa ad avere il mio numero? Con un estremo atto di coraggio glielo chiedo.
«Chi sei? Cosa vuoi da me?»
Fisso il display in attesa della risposta che tarda ad arrivare. Con chi ho a che fare? Un assassino per caso come me, od un vero professionista? O ancor peggio uno squilibrato? Dalla sua risposta deduco che si tratta dell’ultima ipotesi.
«VOGLIO LA TUA VITA.»